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Tempi duri per l’antiquariato. A Parigi, bastava scorrere le pagine de Le Figaro nei giorni scorsi, polemiche sulla Biennale des Antiquaires, un tempo appuntamento mondano di fine estate nella capitale francese e roccaforte dei big dealers locali – eppure, in tema di marketing e auto-promozione, sappiamo che i francesi hanno sempre fatto scuola. Lo stato di crisi è evidente. Crescono gli aficionados del contemporaneo e del circo sociale inerente. Meno folta e compatta la faglia di quanti amano gli splendori del passato. Manufatti, mobili e dipinti che richiedono meditazione silente e conoscenza, che pretendono occhio esercitato e almeno un’infarinatura di storia, per essere compresi. Serve una visione che vada al di là di sensazioni subitanee. Una lettura dello Zeitgeist che poi, a guardar bene, tanto attuale non è e che spesso consiste nella riesumazione di cover Settanta sotto naftalina.

Si assiste – perfino tra le mura di istituzioni puriste – a un proliferare di mostre e mostrine che stabiliscono dialoghi tra l’arte di varie epoche antiche e i linguaggi espressivi del nostro tempo. Nemmeno il fenomeno Gucci, con quell’estetica decor fatta di superfetazioni e accumulo, tra il pop e l’opulenza di Blenheim, paillettes e potiches Imari su consolles William Kent, citazioni surrealiste e i millennials cinesi, ha potuto sortire il miracolo di un rilancio dell’antiquariato. A Venezia, a partire dall’opening della Biennale ai primi di maggio e fino al novembre prossimo, l’überdecorator parigino Chahan Minassian e la Casa d’Arte Colnaghi si sono consorziati negli spazi gotici dell’Abbazia di San Gregorio, componendo un racconto che metteva insieme vetri anni Venti di Zecchin, arredi metallici di Paul Evans, il brutalismo sofisticato di Ado Chale e l’epica animalier di Harumi Klossowsky, accostandovi le vedute di Marieschi, sculture gotiche e rinascimentali, il sacro di Jacopo Palma, arazzi fiamminghi Feuille de choux e la fabula manierista di Parmigianino.

Anche in ambito di antiquariato servono nuove formule di immaginario per cavalcare l’onda imprevedibile del mercato. È quanto si propone la XXXI edizione della Biennale degli Antiquari di Firenze, a Palazzo Corsini sul Lungarno dal 22 al 29 settembre – BIAF dal 2015 –, che oggi compie sessant’anni di vita. I gusti cambiano, i confronti linguistici devono stridere e provocare, la cultura si centrifuga in riferimenti globalizzati, mentre gli spazi dell’abitare si riducono. Non esistono più i collezionisti di una volta, prodotto di studi e di patrimoni secolari, sostituiti da fondi d’investimento e imprenditori asiatici o americani di larghi mezzi, padroni di codici diversi e pragmatici. Il Segretario Generale della BIAF Fabrizio Moretti è un mercante giovane, provvisto di relazioni internazionali. Di recente una mostra a Montecarlo ha esposto la sua collezione personale, che accoglie fondi oro e opere rinascimentali e barocche spingendosi fino alle ultime generazioni di artisti internazionali.

Moretti è stato il fautore di un’apertura verso la modernità che contraddice lo statuto d’origine della manifestazione. Entrando nella seicentesca dimora eretta da don Lorenzo Corsini, nipote di papa Clemente XII, si coglie subito il New Deal in atto, con l’installazione d’impatto pensata dal regista e designer veneziano Matteo Corvino: ad accogliere i visitatori, arazzi policromi alti quattro metri, realizzati in collaborazione con i ragazzi dei laboratori di San Patrignano, nelle sezioni textile e wallpaper, usando materiali di recupero anche prosaici e di scarto, sacchetti, panini, ciottoli, reperti tessili e vecchie plastiche, con una texture che un po’ ricorda il ghanese El Anatsui. Fanno da sfondo a due colossali lampadari anni Cinquanta di Carlo Scarpa per Venini, provenienti dall’ex teatro comunale fiorentino, che Corvino ha voluto si riflettessero in uno specchio dall’effetto estraniante.

Settantasette i mercanti che partecipano alla rassegna, la maggiore e più antica in Italia, con sedici new entry, tra cui i londinesi Dickinson e Finer, Nicholas Hall di NYC, Canesso e Sisman di Parigi. Cinquemila le opere vagliate da un vetting di trenta storici dell’arte e specialisti provenienti da ogni parte del mondo. Non mancano le partnership, come quella con la newyorkese Frick Collection. Nell’Alcova, al primo piano del palazzo, è allestita la mostra dedicata a Stefano Bardini (1836-1922), il ‘principe degli antiquari fiorentini’ dal titolo Universo Bardini, a cura di David Lucidi, che ne analizza la figura di protagonista nelle vicende del collezionismo dell’age d’or tra Otto e Novecento, in cui il mercante, scenografo e restauratore diviene fulcro di una trama di rapporti che interessarono musei quali il Bode e il Kaiser Friedrich di Berlino o il Louvre e appassionati, come i coniugi Jacquemart-André a Parigi, John Pierpont Morgan e Isabella Stewart Gardner nella sua dimora fatata di Fenway Court, a Boston.

Dentro e intorno alla BIAF, ruota tutto un flusso di tavole rotonde, presentazioni di libri, di premi – all’esordio quello per il design e le arti decorative, reso possibile dalla sponsorizzazione di Ronald S. Lauder, di concerti e conferenze. Nasce anche la prima Florence Art Week, sette giorni di eventi, esposizioni, incontri e performances che coinvolgono le gallerie cittadine sia di antico che di contemporaneo. «Un movimento – afferma Fabrizio Moretti, Segretario Generale BIAF – che prende avvio dalla Biennale e che rende partecipe e complice la città intera, i musei, le botteghe di via Maggio e via de’ Fossi, antiques district autoctono, realtà artigianali e strade dello shopping, rivolgendosi a un pubblico vario ed eclettico». Quanto ai tesori esposti, ce n’è per ogni borsa, volontà e palato: a partire da piccoli objets de vertu dai 10mila euro in su, spaziando in libertà lungo epoche, ambiti geografici e materie.

Marco Voena, di Robilant+Voena, Milano e Londra, a Firenze ha portato una scultura di Antonio Canova e un San Gerolamo di Orazio Gentileschi dai colori di smalto. Orazio, pittore caravaggesco pisano che attraversa l’Europa del Seicento, per terminare la carriera a Londra, nel 1639, fu il padre di Artemisia Gentileschi. «Questa mostra – sottolinea Marco Voena – è un museo di arte italiana non soltanto da visitare: è l’unico in cui puoi anche comprare. La qualità è sempre più alta, anche rispetto la rarefazione dell’offerta di questo livello e le provenienze e il controllo ineccepibili. La presenza di opere inedite diventa un altro dato di richiamo. Questa la formula del riconoscimento internazionale della BIAF».

Pittura da cabinet naturalistico è la pergamena ottagonale, risalente al 1657, raffigurante un gruppo di uccelli – Gufo, picchio rosso, cinciarella e usignolo su rami di prugne, di mano dello specialista ascolano Antonio Porecelli, da Alessandra Di Castro. Alessandra stupisce con oggetti ricercati e medianici, oreficerie, pietre dipinte, rilievi, frammenti classici e cammei. Suo il Compianto sul Corpo di Cristo in oro su lastra di lapislazzuli, 1585-87, su disegno di Guglielmo Della Porta, con cornice barocca coronata e arricchita da diamanti, rubini, smeraldi. Un lavoro romano degli ultimi anni del XVII secolo. Nel 1609 era custodito nei camerini segreti del Palazzetto Farnese a Roma, nella collezione del cardinale Odoardo Farnese, l’arcadico Paesaggio con scherzi di amorini affaccendati in varie attività scherzose e ludiche – Altomani & Sons, tela illuminata da un cielo terso di cobalto, che poi ricompare nella reggia farnesiana di Parma settantuno anni più tardi. Altomani ha conseguito il premio per la scultura del BIAF con il San Giovanni Battista ‘Rospigliosi’, terracotta di Benedetto da Rovezzano, artista vissuto tra il 1474 e il 1554. Ci sono storie infinite, memorie araldiche e segreti, un feuilleton di alleanze matrimoniali e di eredità controverse, pagine di vera poesia, sogni e amori, ispirazione, cupidigia e battaglie, dietro questi oggetti del desiderio.

L’opera pittorica forse più memorabile del percorso intero è esposta da Benappi & Mehringer, al primo piano. La Madonna con il Bambino, San Giovannino e Santa Barbara, 1548 circa, capolavoro di Daniele Ricciarelli, detto Daniele da Volterra, finirà al Museo degli Uffizi, che ha iniziato le pratiche per l’acquisizione. Un olio su tavola molto noto e vincolato, fino ad ora vanto di una collezione patrizia senese, che lo ha custodito per secoli. Di certo finirà nelle sale di un museo, questa vertiginosa composizione manierista, la solenne plastica michelangiolesca sferzata da colori acidi e surreali intrisi di memorie del Rosso e Pontormo, ma ancora più spinti, ancora più vividi e fluo.

Michele Gargiulo, di Napoli, si affida al barocco partenopeo con un olio monumentale di Massimo Stanzione. Offre inoltre una coppia di specchiere Fontana Arte datate 1954 ed eseguite su commissione, incise, lumeggiate d’oro e d’argento e dipinte a figure della commedia dell’arte, che possono suggerire un intervento diretto di Max Ingrand o chissà, di Gio Ponti in persona. Un landscape partenopeo, questa volta si tratta della capitale borbonica settecentesca meta d’obbligo del Grand Tour, pure per Roberto Campobasso, che si affida all’Eruzione del Vesuvio, immortalata nel 1771 dal francese Pierre Jacques Volaire. Piqué napoletano, una tecnica virtuosistica che mescolava tartaruga, oro e madreperla – cui la Galerie Kugel di Parigi ha reso omaggio soltanto l’anno scorso con una mostra epocale –, per un gruppo di minute scatole da Piva & Co, accanto a una coppia di aggraziati mobiletti Maggiolini. La Serenissima al tramonto repubblicano, riverbera invece nella veduta della Giudecca con il Redentore, acque tormalina e la mole candida disegnata da Palladio, opera di Canaletto, proposta da Dickinson.

Da Moretti, il ritratto del Cardinale Giulio Mazzarino ancora giovane, dipinto alla fine degli anni cinquanta del Diciassettesimo secolo a Roma da Pietro da Cortona, che riassume perfettamente certe descrizioni letterarie dumasiane e pare rivelare le smisurate ambizioni accarezzate dal prelato. Scivolando lungo i secoli, l’autoritratto romantico del lombardo Giovani Carnovali, detto il Piccio – 1846 –, di Sperone Westwater, si rispecchia in quello di Giorgio de Chirico fra le nuvole, highlight di Tornabuoni. Copetti Antiquari, di Udine, seguita il suo rigoroso viaggio intono alla scultura del Novecento con il rilievo bronzeo la Morte sulla terra di Giacomo Manzù – 1963 –, il Totem ligneo del 1961 di Mirko Basaldella, autore anche della Stele Seconda in bronzo – 1957-59. Impressionante la Caduta di Icaro di Luciano Ceschia, anno1961, terracotta invetriata di energia tellurica. Si approda finalmente ai giorni nostri con l’evocativa installazione L’alto in basso di Michelangelo Pistoletto – Galleria Continua, San Gimignano e Bejing – e l’arte povera di Zorio, sulla quale punta Poggiali, di Firenze e Milano, che raddoppia nella propria sede a Firenze. Rarità da capogiro e accento sui tappeti ottomani, nello stand del milanese Mirco Cattai. Un display museale che risuona di echi pittorici, dove si possono ammirare un Ushak ‘Tintoretto’ cinquecentesco di produzione anatolica – anche questo andrà agli uffizi –, un Ushak ‘Lotto’ coevo e un Transilvania a doppia nicchia.

La scultura la fa da mattatore alla BIAF. Vanno almeno citati il tondo rinascimentale in marmo di Carrara di Benedetto da Maiano, inedito, presentato da Longari e il San Carlo Borromeo risalente alla metà del Seicento, del duo Bacarelli-Botticelli, fiorentini specializzati nelle arti plastiche. Fu scolpito da Ercole Ferrata, artista nato a di Pellio d’Intelvi nel 1610, la cui parabola culmina a Roma nel 1647, dove diviene ponte tra il classicismo dell’Algardi e il magistero espressivo concitato di Bernini, di cui si impose tra i più importanti collaboratori. Nell’Urbe, patria d’adozione, Ferrata morì nel nel 1686. La Galleria Bacarelli di Via de’Fossi, in associazione con Botticelli Antichità e Galleria Continua, al debutto alla BIAF, organizza uno show che combina sculture rinascimentali e neoclassiche con il contemporaneo di Anish Kapoor, Michelangelo Pistoletto e Daniel Buren, artista con il quale annuncia un progetto per Frieze a Londra. «Molto più di altre fiere blasonate – osserva Matteo Corvino –, BIAF esalta l’opera d’arte, la mette in valore, la legge come il tassello di una storia complessiva. Esiste un fil rouge che lega tutto, che connette ogni singola tessera di questo mosaico».

Gli stand passano dalla rarefazione di matrice attuale e da quotations anni Settanta, ad esercitazioni grand décor come quella di Gianfranco Iotti e Figlio, di Reggio Emilia, sospesa tra dorature neoclassiche, bianco avorio, seppia e una gradazione di neri e ambra settecenteschi o il display dal profumo bardiniano immaginato dal fiorentino Sandro Morelli. Ritorna nelle sale che lo hanno ospitato lungo generazioni e da cui era emigrato dopo l’asta del 1994, il busto in bronzo di papa Urbano VIII Barberini, antenato diretto dei principi Corsini, tuttora proprietari del palazzo, fuso a Roma dal sessantenne Gian Lorenzo Bernini nel 1658. Un pezzo fuoriclasse di Carlo Orsi. Gian Lorenzo Bernini, tosco-napoletano dal carattere romanzesco, potente e facile alla rissa, ovvero il principale metteur en scene della Roma barocca sotto un impressionate serie di papi. Una scultura possente e ricca di introspezione che ha coinvolto alcuni membri del casato Corsini – 56 priori e 13 gonfalonieri della Repubblica fiorentina, un santo e un sommo pontefice all’attivo –, prima fra tutti donna Sabina, che è subito accorsa a vederlo, appena aperta la cassa che lo conteneva.