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Sono convinto che la storia del design vada riscritta al contrario. Nulla da togliere alla creatività del singolo progettista, ma forse interpretare la ‘storia delle forme’ passando da chi le produce potrebbe dare letture e risvolti interessanti – anche per desacralizzare l’idea del genio che in piena autonomia concepisce gli oggetti e il mondo produttivo che si mette di conseguenza a disposizione. A ben vedere nel mondo degli oggetti i designer passano, i produttori restano. Prendiamo il caso di Bonacina1889. Già dal marchio aziendale è chiaro che stiamo parlando di una realtà che esiste da oltre un secolo. 130 anni, ben prima che il ‘made in Italy’ diventasse un brand internazionale. Forse è diventato tale proprio per quel mondo produttivo che, decenni prima, s’era messo in moto per creare il contesto, il milieu, che potesse farlo sorgere. 

Ne parlo con Elia Bonacina, esponente della quarta generazione, che tiene il comando dell’azienda. Non ha neppure trent’anni, frantumando i luoghi comuni sui giovani italiani sfaccendati. Dei due il perdigiorno sembro io. Elia ha le idee chiare, parla con competenza, eppure non riesco a pensare che la tradizione famigliare non pesi. È come sentirsi nani sulle spalle di giganti. «Pesa – mi dice – piacevolmente». Il racconto della storia dell’azienda di famiglia diventa un’epopea. «Il mio bisnonno Giovanni era nato in una famiglia numerosa, aveva dieci fratelli. All’epoca la Brianza  era una terra di contadini. Per andare a studiare a Milano ci andava in calesse». Era già meglio che a piedi, dico. «Con le strade sterrate dell’epoca da Lurago era un bel viaggio, ci poteva mettere anche un’intera giornata». Oggi sembra incredibile. «A Milano fa la conoscenza di alcuni olandesi che importavano dall’Indonesia un nuovo materiale, il rattan. Non era bambù, non era vimini. Era il giunco, un legno massello che poteva crescere fino a venti metri di lunghezza, curvabile, modellabile». Alla parola ‘Indonesia’ sono già sperduto con la mente. Mi appaiono immagini della Compagnia delle Indie, viaggiatori giramondo, esploratori della giungla, racconti di Giulio Verne. Fantascienza steampunk. «Fu come la scoperta del carbonio per lui. Ebbe un’intuizione: applicare la conoscenza dei contadini brianzoli che intrecciavano vimini a questo nuovo materiale. Aveva la mentalità dell’imprenditore». Quella tipica del brianzolo. «Non solo produrre, ma cercare nuovi mercati, esportare, ampliarsi costruendo nuove fabbriche. Non perdere di vista che quando fonda l’azienda ha solo 21 anni». Oggi parleremmo di una giovane start up che fonde know how a nuovi materiali creando tecnologie innovative. «Cerca subito un target alto, fornendo arredi alla nobiltà e alla nuova imprenditoria urbana». I successi sono immediati. Riceve medaglie d’oro a esposizioni e fiere internazionali a Roma, Parigi, Londra. «Nel mentre un altro fratello, Pietro, porta avanti la sua azienda». Non bastava un solo Bonacina? 

Elia ride, e racconta. «La seconda generazione è stata quella di Vittorio». Siamo nel secondo dopoguerra, Vittorio ha in mano un’azienda solida proprio mentre esplode quello che verrà chiamato il made in Italy. A modo suo ne è stato un creatore. «Vittorio chiamò a raccolta i giovani designer italiani dell’epoca, chi già famoso, chi ancora alle prime armi stimolandoli a progettare col giunco, la corteccia, il midollino». Sono nomi entrati nella storia: Ponti, Albini, Aulenti, Zanuso e tanti altri. L’elenco dei progettisti che hanno lavorato con voi è lungo – eppure è come se esistesse uno ‘stile Bonacina’. «È il materiale stesso che lo crea. I grandi nomi collaboravano con noi perché si potevano realizzare forme che con altri materiali sarebbero state impossibili o costosissime». In pratica non c’era concorrenza: o con voi o con nessun altro. «La nostra peculiarità è sempre stato quel mix unico fra produzione industriale e arte. Perché ogni nostro oggetto è un pezzo unico, seguito da un artigiano dall’inizio alla fine». Quanto tempo ci vuole a fare una vostra poltrona? Una Gala di Albini, per dire. «Almeno cinque giorni di lavoro. Stiamo parlando di un artigiano esperto, già formato». Chi li forma? Credo che siamo pieni di scuole per designer, anche troppe, ma non trovi che manchino le scuole per gli artigiani? «Hai ragione, è il valore aggiunto. Abbiamo bisogno di scuole per artigiani o siamo fuori dal mercato. Una volta il bravo ragazzo brianzolo si poteva formare affiancandolo al vecchio artigiano, oggi è più difficile, si fa sempre più fatica. Noi abbiamo una scuola interna, ma questo dovrebbe diventare un problema che l’intero settore dovrebbe risolvere». Credo sia colpa del fatto che abbiamo fatto credere che studiare significasse non usare le mani, che fosse una cosa da poveracci, senza renderci conto che esiste una, come la chiamo io, ‘intelligenza delle mani’ che da sempre caratterizza il prodotto italiano. «Noi continuiamo ad affiancare il vecchio artigiano al giovane, per almeno cinque anni. Dobbiamo smetterla di essere individualisti: portare nella tomba i segreti di produzione è un errore».

I prodotti voluti da Vittorio sono nei musei del design di mezzo mondo. Penso alla Margherita di Albini. Sembra progettata ieri mattina. «Una poltrona senza gambe, ci pensi?». È diventata ispirazione di altri vostri prodotti, come la Palla di Giovanni Travasa o la Primavera di Franca Helg, ma anche, con altri materiali, della Up di Gaetano Pesce prodotta dalla B&B Italia. «Nella mia famiglia innovare è una prassi consolidata. Penso a mio padre Mario, designer che studia a Firenze. È con lui che comincia un nuovo percorso affidato a progettisti come Renzo Mongiardino o Gae Aulenti. Non si trattava più di produrre pezzi standard da vendere nel mondo, ma pezzi unici per arredare le case delle famiglie Agnelli, Mondadori, Rothschild. Mongiardino prese ispirazione dai prodotti del bisnonno Giovanni elaborandoli per customizzarli per le abitazioni di queste famiglie, in esclusiva. L’azienda apre un nuovo mercato. Nasce così il catalogo ‘decor’: decorativo, classico, alleggerendolo di una certa seriosità». Il mood di Mongiardino, dico. Pieno di nostalgie per mondi lontani, eppure senza essere enfatico e funereo. Usando un materiale come il giunco, il rischio di cascare nell’orientalismo, nell’esotismo, era dietro l’angolo. «Noi siamo riusciti a domare questo rischio. Non è un caso che siamo gli unici produttori europei. Tutti gli altri importano dall’Asia. Ma la differenza sta nella qualità e nell’estetica. Noi siamo la Ferrari del giunco». Esagerato, gli dico sorridendo. Poi a ripensarci non ha torto. I pezzi che producono sono icone che si rinnovano nel tempo da sole. Sono classici. «Il Rinascimento è nato in Italia non a caso», insiste Elia. «Noi esportiamo il 90% del nostro prodotto in tutto il mondo e il nostro primo mercato sono gli USA». Non mancano produttori di rattan in America. Elia sorride: «Un americano al vertice guida italiano, mangia italiano, veste italiano e siede italiano. Il 30% del nostro fatturato è custom: grandi capitani d’industria, colti e raffinati, ma anche i nuovi industriali del tech o gli artisti di Hollywood. Pensa che al primo insediamento di Obama siamo stati noi a fornire i prodotti alla Casa Bianca».

Elia sa rischiare, come avevano fatto i suoi predecessori – capisco perché dirige a neppure 28 anni questa eredità. «Mi sono lanciato in una operazione ardua, l’acquisto dell’azienda dei nostri cugini». Quella nata da Pietro, il fratello di Giovanni. «Furono i primi a lavorare sull’outdoor, con acciaio inox e intrecci sintetici. Non avevano eredi, li ho convinti a fonderci facendo nascere Bonacina 1889. Ora tutte le collezioni sono sotto un unico tetto, coprendo a 360 gradi la nostra offerta. Quello che vorrei è un Museo aziendale». Qual è il segreto di questa terra? «Siamo la Silicon Valley del mobile e del design. Qui si respira fin da piccoli il concetto d’impresa, per noi è sacra come andare in chiesa. In azienda capisci cos’è il potere delle idee, come da un prototipo passi alla produzione, alla distribuzione, al commercio. Siamo dei trasformatori. Si gioca fin da bambini in azienda. Quando cresci ti sembra l’unica cosa giusta da fare nella vita: portare avanti il lavoro dei tuoi antenati. È vero, siamo laboriosi, l’orologio non si guarda mai. Ma è la passione che ci guida». In effetti siete come pochi altri nel mondo. Penso ai Cassina, alla B&B e a tante altre realtà produttive.

«Il lavoro è anche emancipazione». In che senso? «Dal 1889 a oggi in azienda hanno lavorato anche le mogli. Uomo e donna hanno sempre lavorato uno affianco all’altra, fondendo visioni e sensibilità. Certe volte capaci di essere più imprenditrici dei mariti, come nel caso di Carla, la moglie di Vittorio, oppure di mia madre Antonia che ha sviluppato i mercati esteri e la collezione ‘decor’. Forse è questo il vero segreto del ‘made in Italy’?, gli chiedo. Il rapporto personale fra azienda, professionisti, clienti. «Siamo una famiglia – conferma Elia – sta arrivando la terza generazione di dipendenti, che sono parte integrante. Ci ritagliamo del tempo per una passeggiata o per mangiare una cosa assieme. Abbiamo rispetto per i collaboratori, perché la Bonacina è fatta da tutti. Il modello, per me, è ancora quello di Adriano Olivetti. Quello dovrebbe essere il modo giusto di fare azienda».

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