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Alla Festa del Cinema di Roma c’è una strana atmosfera il giorno prima che il ballo inizi e arrivino le star. La quattordicesima edizione è ancora una volta diretta da Antonio Monda, un prestigiatore che fa comparire dal suo cappello Bill Murray, Scorsese, Bret Easton Ellis e sconosciuti che sai che fra qualche anno – perché li ha pescati Antonio – diventeranno famosi. Sono in fila a ritirare il pass per i giornalisti e c’è il sole, nonostante sia ottobre fa caldo. Qualcuno parla del tempo, ma la maggior parte degli addetti ai lavori ha un unico argomento, quasi un refrain: qui è molto più rilassante che a Cannes. Al Festival di Cannes è tutto molto più rigido, non ci sono le ottobrate, e quest’aria frizzante che la sera sale fin quassù, nell’Auditorium Parco della Musica, dove si tengono gli avvenimenti principali del festival, ad accarezzare i capelli delle dive, i sogni degli aspiranti attori e a risvegliare gli stomaci degli spettatori. Perché l’idea del festival del cinema è quella di una festa fatta di sogni su pellicola, come scenario la città eterna. Non un concorso, ma una carrellata di film, che spesso (a questo festival sta succedendo da parecchi anni) si rivelano essere alcuni fra i migliori della stagione. Ecco motivato il commento diffuso tra i miei compagni di fila: «Altro che Cannes!» 

Il giorno prima dell’inizio, dicevo, arriva la stampa e stendono il tappeto rosso, dove passeranno attrici, attori, registi e si inizia a chiacchierare degli eventi più attesi. C’è qualche anteprima in serata, per esempio il nuovo film di John Turturro, Jesus Rolls, diretto e interpretato da lui, ma l’attenzione è distratta da Bill Murray, a cui verrà consegnato il premio alla carriera, e che viene intravisto sin dalle prime ore, ma nessuno sa se sia veramente lui, un sosia o un fantasma venuto dal futuro. In buona tradizione Ghostbusters, Bill Murray è la presenza che aleggia su questo festival. Un Murray enorme, colorato, col cappello e il sorriso sornione. La storia di questa edizione è anche la storia degli avvistamenti dell’attore e del suo cappello (tutti lo vogliono, sia Bill Murray che il cappello).

In albergo, mentre mi preparavo a venire qui, ho incontrato Bille August, il regista premio Oscar di La casa degli spiriti e Il senso di Smilla per la neve. Non è nemmeno qui per la Festa del Cinema. È qui per Roma. Perché Roma è un po’ come Los Angeles, e la vita reale si incastra col cinema. Chiacchiero con Bille August e commentiamo le foto di Alberto Sordi appese alle pareti dell’albergo. «Roma è una città piena di cinema e di talento», mi dice Bille, e poi si fa indicare dove si trova la pasticceria Boccione nel ghetto.

Ha ragione, credo, ed è per questo che gli attori e i registi sembrano a casa loro mentre si aggirano per il festival. Edward Norton (qui in veste sia di attore che di regista con il film Motherless Brooklyn) si sente talmente a proprio agio da stare in tenuta sportiva, con le scarpe da corridore e il look da newyorkese post jogging. Sorride. Il suo personaggio è afflitto dalla sindrome di Tourette e deve risolvere un caso di omicidio. Il cast: William Dafoe, Alec Baldwin, Bruce Willis e – provo a scriverlo corretto tutto d’un fiato – Gugu Mbatha-Raw. Regia e colonna sonora notevoli (Daniel Permberton, Thom Yorke, Wynton Marsalis), forse la vera gemma del film. Edward e Gugu son entrambi presenti al party di apertura della Festa, a Palazzo Brancaccio, e Gugu ovviamente fa il filo al cappello di Bill Murray non appena lo adocchia, quando l’entità Bill Murray si palesa e si scatena in una serie di balli. Ci sono anche Wes Anderson, Turturro e Bobby Cannavale che si aggirano intorno al buffet come se fossero il gatto e la volpe, Ethan Coen e molti altri. A un certo punto della serata il cappello di Bill Murray scompare (con Bill Murray sotto) per poi essere avvistato in altri cento punti diversi di Roma.

Si parla del film di Norton durante la fila per l’incontro con Ethan Coen, uno dei primi giorni del festival, e in coda dietro di me ci sono due critiche del Bollettino del Soprannaturale e del Metafisico. Una delle due sembra scettica: «Io so che Edward non voleva fare questo tipo di film», dice all’amica. «Ne voleva fare uno diverso».
«Un’altra storia?» chiede l’amica.
«No, questa. Ma non voleva girarlo così».
La critica del Metafisico spiega all’amica che Edward (chiamato rigorosamente per nome) ha fatto il contrario di quello che lui voleva. Fa una cronaca dettagliata, lunga quanto il film, di tutte le cose che lei avrebbe cambiato perché non rispondono al volere di Edward.
«Come lo sai?» chiede l’amica.
«Lo so», risponde lei.
Poi le dice che anche Quentin ha sbagliato il film perché «voleva fare un’altra cosa», e così anche Martin, che «voleva usare un altro attore» e Wes, che è qui a Roma, ma «voleva essere da un’altra parte». Sono tentato di girarmi e chiederle se io ‘voglia’ restare in fila per vedere Coen o anche la mia non sia una sorta di azione involontaria. Per fortuna alla Festa di Roma ci sono le borracce rosse, che si possono riempire d’acqua, evitando l’uso di plastica. Ho riempito la mia di Laphroaig per simili evenienze. Così quando entro a vedere Ethan Coen, non mi ricordo più nulla, e la mia mente slitta inevitabilmente al giorno dopo.

Al mattino, se si vuole rimanere in atmosfera cinema, si può passare al negozio Hollywood, dalle parti di Piazza Farnese, dove si trovano praticamente tutti i film di questo pianeta. Vado a cercare qualche film di Kore’eda, ospite al festival con La verità e incrocio Lapo Elkann che sta comprando il DVD di Invictus.
«Quanto costa?» chiede al negoziante.
«Nove euro e novanta».
«È caro?»
«No».
Ci pensa un attimo.
«Ripasso», dice.
Spendo diciotto euro e ottanta per due film di Kore’eda e altri due per un maritozzo con la crema di Roscioli. Poi mi dirigo di nuovo verso il festival.
«Stai scrivendo un pezzo sul festival?» mi dice un ragazzo dall’accento strano.
«Sì», rispondo.
«Come mai non fumi?»
Si chiama Zigulì ed è lì con suo fratello Liquirizia e lavorano per una radio argentina che è seguita da 1364963868683868363 persone, o almeno così lui mi dice.
«La festa del Cinema di Roma è molto seguita anche in Argentina», mi dicono.
«Da quante persone?» chiedo.
«1364963868683868363», mi dice.
Avvisto la critica del Metafisico che sta cercando di convincere quello che fa i panini con la mortadella che in realtà lui non vuole fare i panini in quel modo, e scappo.

Uno dei film più belli del festival è canadese, e si intitola Antigone. È una rivisitazione del mito di Sofocle diretta da Sophie Deraspe con Nahema Ricci, una rivelazione. Una storia antica che ci parla dei problemi di oggi, dell’immigrazione, della libertà, dell’ostinazione. Ci sono tanti film sorpresa in questa Festa del Cinema ed è (pregio assoluto) molto difficile trovare qualcosa di brutto. Personalmente mi emoziono per il film Farewell di Lulu Wang, regista cinese naturalizzata americana, che racconta una piccola, grande storia familiare e autobiografica (una famiglia dispersa per il mondo che improvvisa un matrimonio per stare vicino alla nonna morente in Cina) fatta di leggerezza e comicità e delicatezza. Sono talmente entusiasta del film e con le lacrime agli occhi per la commozione che, quando poche ore dopo la regista compare sul tappeto rosso, vorrei scavalcare le teste dei fotografi e andare ad abbracciarla. 

Anche Ron Howard ha un cappello, ma non fa tendenza come quello di Bill Murray, ricorda più che altro quello del vecchio Ricky Cunningham, e quando compare sul palco per presentare il film su Pavarotti, nessuno può fare a meno di pensare che in fondo, sì, lui è ancora il buon Ricky.
Un mattino, in sala stampa, si presenta uno con uno scoop. Tutti pensano abbia avvistato Bill Murray (e il suo cappello). Invece ha solo visto John Turturro aggirarsi nudo per Piazza del Popolo e prendere un caffè da Rosati. Tutti si rimettono a sedere. A parte la critica del Metafisico che ribatte che non era intenzione di John girare per strada come Dio l’ha fatto.

Pranzo con Luca Dresda (che scrive e si occupa di doppiaggio) e Raffaele Rago (che ha girato un documentario sulle segretarie delle produzioni cinematografiche) da Zi’Umberto in Trastevere,  parliamo di quello che è uno degli eventi più attesi della Festa.
«Bill Murray?» chiedo io.
«No, il film di Scorsese», dice Luca.
Il film di Scorsese sembra fatto apposta per dare un senso alla parola capolavoro. Così come sono un capolavoro le recitazioni degli attori, Al Pacino in testa. The Irishman è tre ore e mezzo di pellicola che è pura magia, storia, colori, suoni. Sembra di vedere la versione crepuscolare del Padrino. Scorsese ha usato una tecnica particolare per ringiovanire i volti di De Niro e Al Pacino e Joe Pesci (questa è stata l’impresa più ardua).
«Chi vi piacerebbe ringiovanire?» chiedo. In quel momento sentiamo una strana presenza fra i vasi di piante. È Turturro (nudo).
«What?» chiede.
«Ringiovanire», dico.
«What?»

Scorsese è presente di persona, un trionfo. C’è una polemica sul fatto che abbia criticato i film dei supereroi, ma qui pare non interessare molto (diverso sarebbe stato se avesse parlato male di Bill Murray). Se c’è uno che sembra essere stato davvero ringiovanito dagli effetti speciali di Scorsese è John Travolta, che si presenta tutto rasato e sportivo all’incontro con il pubblico. Qualche donna sviene. Il venticello delle ottobrate è così delizioso che rinviene immediatamente.
Un fauno delle ottobrate sembra Bret Easton Ellis, che di cinema si occupa da un po’. È qui a presentare il suo libro Bianco, una raccolta di saggi, dove parla anche del cinema horror. Bret è vestito tutto di nero. Lo incontro allo stand di Radio Fahrenheit dentro il festival. Parla un inglese perfetto, sembra un vecchio lord, e il suo volto ha cominciato a somigliare a quello di Phil Seymour Hoffman, scrive ancora meravigliosamente bene. Alla Festa del Cinema ci sono anche molte presentazioni di libri. Per esempio quello di Guido Vitiello sul Bates Motel e quello sulle foto dell’archivio Cecchi Gori. Il cinema è ovunque anche fra le pagine.

Poi ci sono gli incontri, le conversazioni con Antonio Monda e gli ospiti: Coen, Travolta, Kore’eda, Viola Davis (premiata alla carriera) e ovviamente … Bill Murray. Il giorno fatidico del suo incontro con il pubblico nessuno lo vede. Sembra sparito dalla sera prima. Un tizio cerca di brevettare un chip per rintracciare il cappello di Murray ma l’espediente si rivela fallimentare, ormai tutti hanno un cappello uguale al suo. Si raccontano strane cose, che sia scappato con una cassiera, che stia nuotando nel Tevere, che stia osservando il festival da sopra una mongolfiera, che stia saltellando nudo per Villa Borghese … no, quello è Turturro. Un mistero che si infittisce ancora di più quando Bill salta la conferenza stampa. Sono le due del pomeriggio, la sala stampa è assediata, gente ha ottenuto le prime file a costo di graffi alle guance e occhi neri; si presenta il direttore della Festa, Antonio Monda, e prendendo coraggio annuncia: «Bill è ancora in pigiama». Dalla platea un ‘ohhh’ di delusione. Qualcuno grida: «Vogliamo il suo pigiama!». Poi arriva, in tempo per l’incontro, dove non permette all’interprete di tradurre le sue parole. Così è tutto un gioco di mimica fra lui (che sembra un moderno Jack Lemmon), Wes Anderson, Antonio Monda e Frances McDormand, che salta sul palco. Qualche parola sfugge, ma l’evento diventa letteralmente cinematografico.

Alla Festa del Cinema di Roma ci si diverte, il pubblico va in sala per ricreare la magia, e non c’è l’ansia della gara. Il pop è concesso, come il divertente Scary Stories e Downtown Abbey, puoi rilassarti e capire che il cinema esiste per questo, perché le star sono davvero come le stelle che brillano in cielo e illuminano la notte scura. Tranne il faccione di Bill Murray, lui è la luna.


Festa del Cinema di Roma

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