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Scienza, tecnologia, informatica, biologia, storia. Potrebbe sembrare un elenco di materie di scuola, soprattutto a settembre, quando l’estate cerca di resistere ma ha già le valigie pronte. La materia è come l’argilla e può essere plasmata fino a diventare racconto, e quindi visione. È da questo principio che parte la quinta edizione di Visioni dal mondo, il festival di documentari che si è tenuto a Milano, fra il Teatro Litta e il Museo Nazionale della Scienza dal 12 al 15 settembre; un festival di documentari, ma soprattutto di visioni, che poi non sono altro che modi di raccontare il mondo.

Panel, incontri, masterclass, proiezioni e l’apertura per la prima volta in concorso ai documentari internazionali. Un cartellone blu notte campeggia fuori dal Teatro Litta il giorno dell’inaugurazione; giovani registi, fotografi, curiosi ronzano attorno al buffet in una sera che sembra essere stata strappata a giugno e portata qui. Si vede qualche viso noto: Maurizio Nichetti, Massimo De Luca e la madrina del festival, Daniela Cristofori, la moglie di Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, che dal palco, qualche decina di minuti più tardi, esordisce spiegando di non essere la moglie dell’intero trio ma del solo Giacomo. 

L’atmosfera è rilassata, come quando qualcosa funziona bene. Si sente della musica in sottofondo, non si sa da dove venga. Qualcuno dice che è Ambrogio Sparagna col suo organetto, ma Ambrogio Sparagna sarà presente qui solo domenica per una masterclass insieme al regista Giorgio Pannone. Di che cosa parla la masterclass? Del rapporto fra musica e cinema, e basta chiudere gli occhi per pensare che anche questa serata d’inaugurazione ha una sua colonna sonora. L’aria è dolce, il brusio delle voci una carezza per le orecchie.

Vicino al buffet del party di apertura, uno dei camerieri che girano coi vassoi mi chiede se sono anche io un regista. Gli dico che non lo sono. Mi chiede se mi piacerebbe poter girare un documentario. A lui piacerebbe. «Il bello dei documentari», mi dice «è che capisci che tutte le cose contengono una storia. Anche quel vassoio». Mi indica un vassoio pieno di tartine al salmone e lo va a recuperare. «Come questo vassoio», mi dice, tornando da me. «Raccontare le mille storie che ci sono dietro». Mentre rubo l’ultima tartina prima di fuggire in sala a vedere Human Nature, gli rispondo che sì, sarebbe interessante sentire la storia di quel vassoio. Sorride. «Mi piacerebbe molto anche finire nel tuo articolo», mi dice. «Anche questa è una storia». Eccolo qui, il cameriere in cerca di celebrità.

L’atmosfera al festival è forse influenzata da questi echi di giugno – ma subito si capisce che si fa sul serio quando viene tramesso il primo documentario del concorso internazionale, Human Nature di Adam Bolt. Il regista non è presente in sala, ma omaggia la serata con un videomessaggio. Il documentario parla di quella che è una delle più grandi rivoluzioni tecnologiche del Ventunesimo secolo e che si chiama CRISPR, uno strumento che consente di tagliare il DNA in un punto preciso e di inserirvi un nuovo gene, qualcosa dalle conseguenze enormi, che potrebbe guarire malati gravi, salvare vite ma avere anche complicazioni impreviste. 

In sala a presentare la pellicola ci sono la produttrice Meredith DeSalazar e il Professore Gianvito Martino, direttore scientifico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. Il dibattito dura quasi più del film, ma non è noioso. Tutti sono incollati alle poltrone e si sentono raccontare una storia che non conoscono eppure li riguarda. Quando le immagini partono e vediamo un ragazzino che ci racconta la sua malattia e come il CRISPR potrebbe salvarla ci si sente ancora più dentro alla vicenda. Una signora commenta: «È così strano che abbiano scoperto una cosa del genere e non la sappiamo». Un altro signore commenta: «Chissà come al regista sarà venuto in mente di girare un film su questo». 

Lo ha spiegato la produttrice poco prima: è avvenuto per caso e per sensibilità. Certe orecchie sanno captare certe storie e certi occhi ce le sanno mostrare. Sono visioni, come quelle dei pellerossa sulle montagne sacre. È così che ci sentiamo tutti quanti in queste sere del festival, degli strani pellerossa che si ritrovano a Milano per sentirsi raccontare storie che esistevano, non vedevamo e come per magia sono comparse. Alcune riguardano proprio Milano in senso stretto. Come quella fuori concorso di L’uomo che visse tre volte, il docufilm di Irish Braschi interpretato da Neri Marcorè e che racconta la vita di Mario Pirani, giornalista, scrittore, economista di famiglia ebraica, la cui adolescenza coincide con le leggi sulla razza, le difficoltà, il tutto seguito poi da un futuro luminoso. Nella visione del regista, un uomo vestito con abiti degli anni Trenta e con una valigia piena di foto e documenti, ci racconta questo viaggio. 

Altro viaggio di un personaggio legato a Milano è quello di Franca Rame, che ci viene raccontata attraverso lo studio fatto sul personaggio da Matilde Gioli, altra attrice milanese, nota per aver recitato con Virzì in Il capitale umano. Il titolo del doc è Io e lei: Matilde Gioli e Franca Rame. Il regista è Massimo Ferrari, che doppia l’esperimento con un’altra pellicola con Lorenza Indovina che segue le tracce di Alda Merini. La figura femminile è uno dei fili conduttori di questo festival, e soprattutto in The Feminister, un documentario svedese del regista Viktor Nordenskiold che racconta l’operato di Margot Wallstrom, ministra socialdemocratica nota per l’energica difesa con cui sostiene i diritti della donna. Il documentario segue le gesta del ministro nel corso di mille giorni, ritraendo una donna che fra mille difficoltà vuole cambiare il mondo.

Vogliono cambiare il mondo anche i giornalisti investigativi di Bellingcat – Truth in a Post–Truth World di Hans Pool, dove vengono seguiti dei semplici esseri umani che dallo schermo di un computer riescono a svelare alcune fra le più oscure macchinazioni politiche. Sembra un romanzo di spionaggio, invece è la realtà. Bellingcat è il documentario che chiude le proiezioni del sabato, uno dei giorni più ricchi del festival, con eventi sia al Teatro Litta sia al Museo delle Scienze. Nelle ore che precedono, mi barcameno fra la visione di The Valley di Nuno Escudeiro e gli ultimi minuti di When Tomatoes Met Wagner di Marianna Economou, quando mi imbatto di nuovo nel cameriere della serata d’inaugurazione in Corso Magenta. Mi dice che oggi non lavora e ne ha approfittato per vedere un po’ di documentari. Gli piace pensare di poter scoprire altre realtà dentro la realtà. Gli dico che è una frase piuttosto profonda. Lui sorride soddisfatto e mi dice che in fondo anche lui potrebbe essere un attore, e io con lui, ed entrambi potremmo essere protagonisti di un documentario che qualcuno sta vedendo proprio ora. Oppure un articolo, una storia. Mi viene quasi il mal di testa. 

«Dipende dall’occhio con cui guardi», mi dice. Unisce il pollice e l’indice come a formare l’obiettivo di una videocamera, li avvicina al viso e ci guarda dentro. «A volte c’è bisogno di un’inquadratura per capire che il mondo esiste». Gli dico che è una delle cose più belle che si potrebbero dire di questo festival. Mi rivolge lo stesso sorriso di prima, il sorriso che potrebbe rivolgere un prestigiatore a un pubblico entusiasta. «È come coi prestigiatori. Sei convinto che la magia sia fare sparire le cose, mentre spesso consiste nel farle apparire». Ci salutiamo e, mentre mi dirigo al Museo delle Scienze per assistere a Bellingcat, il cielo sopra la mia testa sembra proprio come quello sulla locandina del festival. Blu notte. Il blu di un’estate dura a morire. Le stelle sono piccoli spilli appesi a questa immensa tela. Fra poco esploderanno in tutto il loro splendore, raccontandoci un’altra storia che sta davanti ai nostri occhi e aspetta solo di essere vista.


Visioni dal mondo