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Ho conosciuto Zeffirelli a Venezia, nella primavera 1990, in occasione del varo del primo Moro di Venezia, con il quale il romagnolo Raoul Gardini intendeva affrontare la competizione velica America’s Cup. Ero tra gli addetti di regia che servivano da collegamento e nel coordinamento generale a Zeffirelli, che firmava la kermesse. Alle Zattere, nell’area dei Magazzini del Sale e della Remiera San Marco, era collocato il quartier generale dell’evento, dotato di un catering-non stop fornito da Arrigo Cipriani, il patron di Harry’s Bar, allora consuocero di Gardini. Bellini, scampi alla Carlina e ambrogini caldi sul Canale della Giudecca. Dinner e lunch sulla terrazza dell’Hotel Danieli, gli ottoni di Verona che intonavano Gabrieli in toghe rosso Moro, come si fosse nel Cinquecento. Il dîner placé per cento ospiti, nella sala degli arazzi del rinascimentale palazzo Dario, affacciato sul Canal Grande accanto alla Guggenheim. Sembrano mille anni fa. Il Paese non era stato ancora colpito dallo tsunami di Tangentopoli e viveva da un decennio un’allegra apocalisse post-moderna.

Un brano musicale fu scritto da Ennio Morricone per il momento in cui il natante, costruito in segreto nei cantieri Montedison di Marghera, doveva scivolare nelle acque tra Laguna e Lido. Franco Zeffirelli gestiva l’evento con mano sicura, passando da momenti di dolcezza a durezze improvvise e frecciate sarcastiche. Si imparava a guardarlo, teneva ogni cosa sotto controllo – gli occhi chiari d’acqua azzurra, indagatori. A un certo punto comparve sul pontone direttivo Gianni Agnelli, abbronzato, camicia in denim stinto e jeans, accompagnato da Jas Gawronski. Si mise a parlare con il Maestro. L’Avvocato se ne andò un quarto d’ora dopo, senza salutare nessuno. Un service aveva arruolato i rampolli di famiglie aristocratiche per occuparsi degli invitati illustri.

Qualche anno fa ho visitato la residenza di Franco Zeffirelli sull’Appia antica. Stanze con toni verdi acquei in stile Parioli Cinquanta, eleganze anglofila, da jardin d’hiver romantico. Disordine organizzato. Trompe l’oeil, sinfonie di stucchi bianchi e vetrate sul parco. Treillages e consolle cariche di disegni di Lila De Nobili e una costellazione di fotografie incorniciate raffiguranti divi e personalità. Le dediche erano affettuose, compresa una della regina Elisabetta, tra gli estimatori del Maestro (fu nominato Knight Commander of the Order of British Empire per meriti artistici e per la sua esperienza shakespeariana, l’unico italiano a ottenere quest’onorificenza). Sui divani stavano assisisi cani trovatelli, riscattati dai canili o dall’abbandono. La piscina faceva un po’ Sunset Boulevard, mentre i soliti pini romani accrescevano l’aura archeologica ‘de Chirico’ del luogo. Zeffirelli dominava il palcoscenico del suo privato, stava in poltrona tra accumulazioni di libri e riviste. Interagiva a tratti, senza mezzi termini. Pieno di energia, progettuale. Fino all’ultimo respiro ha recitato da protagonista, saldo e radicato nelle proprie convinzioni perfino quando la sua lucidità divenne intermittente.

Franco Zeffirelli detestava il buonismo e il politically correct – l’unica invenzione americana cui fosse contrario. Il Metropolitan Theatre di NYC è stato un suo feudo. Inviso alla sinistra italiana a partire dalla sua rottura con Luchino Visconti, di cui era stato aiuto nelle regia di Senso, ha trascorso una vita intera combattendo con una vis polemica degna dell’Italia comunale e di marca toscana. Nato a Firenze nel 1923, vero nome Gianfranco Corsi, vive un’infanzia tormentata, da figlio illegittimo, perde la madre a sei anni, è vittima di abusi da parte di un prete. Una carriera nel teatro e nel cinema, debuttò come attore nella compagnia di Paolo Stoppa, poi costumista, scenografo e regista. Una parabola artistica che lo ha imposto sulla scena internazionale già nei Sessanta. Senatore nelle file di Forza Italia per volere di Berlusconi, era un cattolico che dal conciliarismo di Giorgio La Pira, conosciuto negli anni della giovinezza a Firenze, si è diretto verso posizioni teoretiche più conservatrici. Era un manicheo, Franco Zeffirelli, perseguiva solo opinioni assolute.

Il musicologo e scrittore partenopeo Paolo Isotta sul Fatto Quotidiano lo apostrofa come ‘recchia’ (spregiativo napoletano per gay, n.d.r.), di essere falso e cattivo, dietro la facciata perbenista, accusandolo di opportunismo istituzionale. «Risulta strano – sottolinea un sodale della stretta cerchia del regista – che, proprio in occasione della sua morte, sembri ininfluente nel suo itinerario di uomo e artista, anzi, quasi un motivo d’imbarazzo, l’omosessualità di Franco. Non aveva mai preteso di nasconderla, nonostante le idee politiche destrorse e il credo religioso da Controriforma che praticava. Viveva con naturalezza questo dissidio concettuale. I due figli adottivi, Pippo e Luciano, sono stati i suoi compagni di vita, lo sanno tutti».

Franco Zeffirelli with Cher, 1999. Photo: Alamy

«È quasi surreale – conferma la stessa voce –, che dopo la condanna capitale subita dalla sua estetica opulenta e, a mio parere solo apparentemente superficiale, d’un tratto si gridi al miracolo. Quando Zeffirelli prese la difesa di Oriana Fallaci, una fiorentina come lui portavoce di un pensiero controcorrente, fu assaltato dai media quale passatista e nostalgico fascista. Ora, istituzioni in testa, si grida al ritorno del figliol prodigo a Firenze, la sua città natale, con la quale ha intrattenuto rapporti non di rado burrascosi. Una svolta tipica della doppia morale vigente nel Paese, una specie di catarsi catto-comunista post-mortem. Zeffirelli non si può definire fascista, in lui abitava una vena anarchica e insofferente alle imposizioni e al luogo comune, che è opposta all’ortodossia littoria. Era un anti-comunista. Lo si può accostare a certe personalità del Futurismo, nel suo scagliarsi contro ogni omologazione del moderno, espresso in quei toni violenti che gli erano propri. Ora vedremo come la Fondazione che, nel capoluogo toscano porta il suo nome, ne proseguirà l’opera. Intanto è andata in scena all’Arena di Verona la sua versione della Traviata verdiana».

C’è chi rammenta una serata nella sua casa di New York, nel 1981, in occasione dell’elezione di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti, seguita da molti ospiti davanti alla televisione. «Zeffirelli era un ottimo anfitrione, ti faceva sentire sempre a tuo agio, chiunque tu fossi». Quella sera c’era chiunque, da Diana Ross a Jon Voight fino a Brooke Shields, che aveva appena girato Endless Love. «A un certo punto, in quel porto di mare fitto di celebrities, di produttori e di ragazzi bellissimi, Franco scomparve con uno di quegli adoni – osserva la medesima fonte – e tutti ammiccavano come si trattasse di un copione ripetuto spesso. Non sono d’accordo con Paolo Isotta, penso che tutto fosse fuorché un ipocrita o un ‘sepolcro imbiancato’. Si accettava nelle proprie contraddizioni, ci scivolava sopra, ne faceva una forza ulteriore. Era capace di battute spiazzanti, con una salacità feroce che talvolta lasciava interdetti. Piaccia o non piaccia la sua poetica, è riuscito a diventare un fenomeno globale. Era anche generoso e accogliente, curioso dell’esistenza, entusiasta e pieno di humour. Resta il suo lavoro a raccontare la verità».

«Non riesco a farmi piacere quello che ha fatto» – commenta una grande dame del cinema italiano. «Pare che il genio di Zeffirelli si fosse espresso nelle sue produzioni shakespeariane giovanili all’Old Vic di Londra, dove viene ingaggiato nel 1959» – racconta la costumista Gabriella Pescucci, premio Oscar per il film di Scorsese The Age of Innocence. «Judy Dench nel 1960 interpreta Giulietta e John Stride è Romeo. Zeffirelli aveva di già trionfato al Covent Garden con la Cavalleria Rusticana. Tutti giovani gli attori. Per Masolino D’Amico questo è lo spettacolo che cambia per sempre la sua vita e la sua carriera. La sua versione cinematografica di Romeo and Juliet – 1968 – si imporrà come caposaldo. Le facce di Olivia Hussey, di Leonard Whiting e Michael York, un caratterista di esperienza quale Milo O’ Shea che faceva Frate Lorenzo. I giovani contro i vecchi e viceversa. Forse va salvato La bisbetica domata, del 1967, se non altro per la colonna sonora di Nino Rota e perché si avvertiva una tensione nella coppia d’assi Burton-Taylor – si capiva che scopavano bene, che si ubriacavano e si prendevano a botte, tra una visita da Bvlgari e l’altra. Non possediamo molte testimonianze filmate degli esordi teatrali britannici, ma ancora se ne parla. Era un personaggio, con quella spocchia fiorentina, ma non si può parlare così male di Zeffirelli. Oggi non ne abbiamo di personaggi così, universalmente celebrati».

Il suo Gesù di Nazareth non fu amato dal Vaticano, che gli preferiva la narrazione scarnita de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. La sua era una fede cattolica sincera, come l’amore per gli animali. Rimase deluso quando, ormai anziano, non gli fu concesso di dotare Villa Treville – la sua residenza pieds dans l’eau tra Praiano e Positano, in seguito divenuta hotel di lusso – di un ascensore necessario ad affrontare i dislivelli della proprietà, abbarbicata a uno scosceso tratto di Costiera. Ci aveva messo mano Renzo Mongiardino, a varie riprese collaboratore quale scenografo nelle regie zeffirelliane, dalla Tosca Callas-Gobbi-Bergonzi al Covent Garden nel 1964, fino a Fratello sole, sorella luna, l’epopea francescana girata nel 1972. Zeffirelli aveva contribuito alla fama di Positano, ospitando a Treville Liz Taylor e Richard Burton, Jeremy Irons e Leonard Bernstein, o la principessa Margaret d’Inghilterra. Nureyev stava di fronte, signore isolano ai Galli. Fu costretto a privarsene.

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