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Prima in Italia per imprese della stampa e riproduzione supporti, attività editoriali e addetti, Milano si conferma capitale dell’editoria e dei libri. Da oggi a domenica 17 novembre i palazzi, i teatri e i cortili della città si animano per l’ottava edizione di Bookcity. Iniziativa voluta dal comune di Milano a cui si è affiancata l’AIE (Associazione Italiana Editori), in collaborazione con l’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) e l’ALI (Associazione Librai Italiani), Bookcity è un appuntamento consolidato nel calendario autunnale. Il tema dell’edizione 2019 sarà ‘le Afriche’, ma ne abbraccerà in maniera trasversale anche altri per un totale di 1500 eventi e 3 mila ospiti. Giovedì presso l’Università Cattolica Elisabetta Sgarbi ricorderà il filosofo Giovanni Reale a cinque anni dalla scomparsa. Sabato a Palazzo Reale Philippe Daverio proporrà un percorso alternativo alla scoperta dell’Europa non turistica, sempre sabato al Museo del Risorgimento Gianni Biondillo racconterà i mutamenti sociali e architettonici delle periferie di Milano.
Bookcity è occasione di incontro e di conoscenza, una festa più che un festival, che celebra il libro e l’esperienza della lettura sottolineando e consolidando il legame tra l’editoria e i cittadini.


Per un amante dei libri la Kasa di Andrea Kerbaker è una specie di El Dorado: 30mila volumi stipati in ogni dove, sulle mensole fino al soffitto, accatastati sul pavimento, incastrati dentro a nicchie, in cucina e in bagno. Libri di ogni epoca, lingua, fattura e formato, suddivisi secondo la logica del proprietario: quelli antichi e precedenti al Novecento; quelli con le dediche; gli stranieri; le poesie; i libri d’arte e sul cinema. Tutti sfogliabili, «per fuggire dal timore reverenziale che spesso si ha nei confronti delle collezioni», spiega il padrone di casa. Lo sguardo vorrebbe registrare tutto, ma rimbalza da poster a fotomontaggi, illustrazioni di Guido Scarabottolo, e opere di Francesco Musante, Tullio Pericoli, tavole di Mirò, sculture di carta, ceramiche e locandine di film. C’è anche la sezione dedicata ai laboratori dei bambini, che hanno creato una città dei libri in miniatura. 

«Frequento le bancarelle da quando ho nove anni. Andavo al mercato di Senigallia con mio fratello e mio cugino, di sei anni più grandi di me, abili negli affari: acquistavamo fumetti a 50 o 100 lire e li rivendevamo a 500. Erano queste le mie fonti di sostentamento» – Kerbaker sorride. «Ero uno scricciolo che si aggirava per i mercatini. Diventai amico dei librai e non chiedevo la paghetta a mio padre. Alcuni chioschi ci sono ancora oggi – piazza Cairoli, piazza Mercanti – li frequento e mi sforzo di comprare sempre qualcosa. Sono tutti amici, mi dicono ‘Hai visto questo?’ e io compro. Ci sono libri che si acquistano solo per la simpatia nei confronti dei librai. Se dovessi fare una stima di quel che spendo all’anno, non verrebbe fuori una cifra alta, intorno ai 5mila euro. Questo spazio è diventato troppo piccolo e ci allargheremo: ho acquistato un capannone ad Angera sul Lago Maggiore e presto vi destinerò le collezioni in arrivo».

«Per il collezionista il fattore economico e commerciale non sussiste – racconta Kerbaker. Un collezionista cerca l’elemento che faccia di un’opera un collezionabile». I dati di vendita quindi sono poco importanti. «Non sono mai stato una persona venale. Capisco che un editore abbia la necessità di vendere perché il suo non è un atto di proselitismo culturale, ma un mestiere. Per me il discrimine è qualitativo. Nella collezione ci sono anche brutti libri: non è una valutazione sul testo, ma sull’oggetto. Se un’opera fa cento mila copie non mi interessa. Vale lo stesso con la notorietà, non la inseguo. È un fatto contingente. Sono della scuola di Enrico Cuccia, fondatore e presidente di Mediobanca, che manovrava l’intera economia italiana dicendo ‘i voti non si contano, si pesano’».

«È raro che io non sappia la ragione per cui un volume si trova qui. Il bello di comprare o ricevere un fondo corposo è studiare la persona che lo ha posseduto. La mia prima collezione era di Cesare Musatti – psicologo, fondatore della psicanalisi italiana, di religione ebraica. Ho acquistato la sua biblioteca in un raptus di follia, e poi mi sono presentato a casa di quella che è diventata mia moglie con 2000 libri in 27 scatole». È una questione di fiuto e di cultura, e anche di fortuna. In una libreria di Roma Kerbaker si imbatte nella prima edizione a volumi dei Miserabili di Victor Hugo. Ha riconosciuto il valore di un volume che era sfuggito al libraio stesso, tratto in inganno dalla città di stampa: Bruxelles. Hugo quando diede alle stampe I Miserabili nel 1862 – dopo un lavoro durato 17 anni – si trovava nell’isola di Guernsey, in un esilio auto imposto a causa di divergenze con il regime di Napoleone III. Fu qui che nel 1861 firmò il contratto che lo legava a una casa editrice belga appena nata, la Lacroix (il Belgio era al riparo dalla censura di Napoleone III). «Il libraio romano – peraltro un mio amico – non conosceva questa storia e pensò di trovarsi davanti a un’edizione contraffatta. La acquistai lo stesso per poche lire perché mi interessava. Una volta arrivato a casa la analizzai: si trattava della prima edizione autentica. Valeva cinque mila euro».

Su Montale esistono un’infinità di aneddoti – l’edizione in macedone precedente al Nobel del 1975 con dedica in italiano indirizzata ai cari lettori macedoni, o quella scampata all’alluvione di Firenze del 1966. L’acqua aveva allagato la biblioteca del poeta danneggiando molti volumi, questo si salvò e all’interno si trovavano ancora residui di fango. Un altro libro gli era stato consigliato dall’amico poeta e professore Piero Bigongiari, che Montale rispedì al mittente con un commento a matita sul frontespizio tipo-cambiale – non meritava il tempo di una lettura. La patente di Buzzati, la passione di Quasimodo per le donne, scrittori che si consigliano libri a vicenda, idiosincrasie di persone che prima ancora di diventare autori erano lettori. 

La stanza delle dediche – un libro può attirare la sua attenzione per la dedica al suo interno. «È un modo per superare l’industria del libro. Il libro in qualche migliaio di copie non è interessante sotto il profilo del collezionismo. Ho tante prime edizioni, ma ormai non vuole dire molto: oggi anche un autore sconosciuto ha una prima tiratura di almeno mille copie. C’è poi una circolazione ampia. Rispetto al passato i volumi si reperiscono più facilmente. La dedica dà una caratteristica non di unicità ma di rarità. Tranne nel caso di Tommaso Marinetti, che dedicava tutte le sue copie, questo me lo raccontò l’editore e amico Scheiwiller». 

«La dedica è quasi sempre un messaggio a un interlocutore che fa parte della cerchia di persone frequentate dall’autore. A scavare si scopre il motivo della dedica, si scopre che avevano fatto un viaggio in Sud America, o qualcosa della sua biografia, ma anche di quella del ricevente, che spesso è una persona nota. Gli scrittori hanno la tendenza a raggrupparsi per città di provenienza, di residenza, a volte in modo un po’ lobbistico, a volte per caso. Se uno raccoglie una quarantina di fondi abbastanza corposi viene fuori il perché – per esempio – nella biblioteca di Giorgio Soavi (che lavorava all’Olivetti) c’erano alcuni autori e altri mancavano. Si va per esclusione: come mai non c’è neanche un libro di Ungaretti? Forse non si frequentavano? O avevano litigato? Magari non gli interessava. Quando si studiano i fondi, viene fuori un universo». 

Kerbaker è segretario del premio Bagutta, fa parte degli Amici della Domenica dello Strega, è nella giuria del premio Malaparte e dallo scorso anno direttore di Tempo di Libri a Milano. Il Bagutta quest’anno lo ha vinto Marco Balzano con Resto qui. «L’ho letto e recensito, Marco è un amico. Non è il suo libro migliore, il mio preferito resta il primo, Il figlio del figlio. Balzano è uno che mantiene lo standard alto della sua narrazione, qualunque libro scriva. È un quarantenne che vive di letteratura, professore di liceo, una persona a tutto tondo». Il collezionismo aiuta a far capire che il successo è momentaneo, effimero. «Pavese si è suicidato due mesi dopo aver vinto lo Strega. La variabile della letteratura contemporanea è che bisognerebbe saper distinguere il grano dal loglio e oggi di loglio ce n’è tanto. Sono un po’ conservatore, lo sono sempre stato. Il mercato non è un demonio, la novità va bene, ma non tutto quello che è nuovo è buono per il fatto di essere nuovo». 

In Italia non si legge, ma la carta non è stata sbaragliata dal digitale, come qualche catastrofista annunciava anni fa. «L’e-book non ha preso piede, i lettori sono fermi al 5% da anni – e questo dato non salirà. Anche in America è stabile al 20%. Sembra che tutti i paesi, però, con la carta stampata facciano meglio di noi: in Francia in metropolitana leggono tutti. In Italia si dovrebbero intercettare i non-lettori, non quelli che leggono già, o i lettori forti, altrimenti rimane un discorso autoreferenziale. La fascetta pubblicitaria sui libri di solito la scrive un autore che il non-lettore non conosce, e così la comunicazione non arriva a chi non legge». Aldo Manuzio nel Cinquecento aveva avuto l’intuizione di rendere i libri tascabili e maneggevoli, con una font non gotica e più leggibile. Perché l’invenzione del corsivo nelle edizioni veneziane di Manuzio, chiamato in tutto il mondo Italic, solo in Italia è diventato corsivo? «Non ci sappiamo vendere, la storia della stampa è tutta italiana, tranne la scoperta, che è tedesca».

La forza della Kasa è che la gran parte del materiale esposto nelle mostre temporanee organizzate al suo interno è già di proprietà Kerbaker. Il lavoro del curatore consiste nel trovare una chiave di lettura, un filone inesplorato, una storia: è un lavoro di maieutica – tirare fuori quello che già dentro c’è. «Mi occupo io delle mostre. Seguo i fili rossi – sono come le specializzazioni di uno studioso, che a furia di approfondire un periodo ne diventa esperto. I legami, le connessioni nascono spontaneamente. Alcuni interessi sono latenti, poi un giorno vengono fuori: ma perché non esponiamo questa cosa? A volte si riesce, a volte no. Non tutto è mostrabile e raccontabile». 

A ottobre è stata organizzata una mostra sulle copertine, sull’attualità, sono libri dell’anno scorso, scelti da venti tapini che si sono autoeletti esperti giudici. Dà un’idea a volo d’uccello della situazione della grafica editoriale in Italia: grafici che votano grafica. «La mostra ha cercato di mostrare quello che loro intendono, a volte sono cose un po’ astruse, a volte molto belle, spesso non molto commerciali, in mezzo a quelle – con tre segnalazioni su sessanta, quindi non tante –, c’è M di Scurati che è un libro che ha venduto tantissimo, quindi non sempre la grafica è avulsa da una logica commerciale. La copertina di M è molto azzeccata, non so se l’ha suggerita Scurati ma se l’ha fatto è stato bravo perché oltre ad avergli dato un titolo forte con quella grafica ha un impatto notevole, si fa notare. Per il futuro ho in serbo un ragionamento sulle riviste aziendali: Olivetti, Eni, Pirelli. Io arrivo da lì, dalla comunicazione delle grandi aziende e ho sempre pensato fossero mezzi interessanti. Per far leggere di più gli italiani si dovrebbe imparare dalla comunicazione aziendale».

Al piano superiore c’è una sezione dedicata alle riviste d’artista con copertine di Matisse. Un libro proviene dalla Parigi dei primi del Novecento, quando Matisse frequentava Apollinaire e il poeta André Rouveyre. Dopo la precoce morte di Apollinaire nel 1918, Matisse e Rouveyre decidono di fare un libro a lui dedicato (Apollinaire, Raison d’Etre, 1952) con all’interno i testi di Rouveyre e otto grafiche dell’artista: un’acquatinta e sette litografie in nero su fondo crema. Una litografia con tre facce simboleggia i tre amici. Ne esistono solo 250 esemplari in tutto il mondo. «Quello fu un libro caro – lo pagai 2800 euro – ma fu il più caro di quell’anno». 


Kasa dei Libri

largo Aldo de Benedetti 4, Milano

Non è uno spazio, non è una libreria né una biblioteca, né una galleria, ma una casa, quella dei libri

La collezione è a disposizione di tutti, visitabile su appuntamento oppure durante l’allestimento delle mostre, l’ingresso è gratuito

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