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Da piccolo Antonio Marras sognava di fare il ballerino, me l’ha confessato sul finire dell’intervista: ho capito perché non sta mai fermo. «Ho un ricordo della mia infanzia. Quando tornavo da scuola in TV c’era un programma che si chiamava Maratona d’estate. Vittoria Ottolenghi, critica di danza, giornalista e scrittrice, mostrava stralci di spettacoli e li commentava. Per la prima volta ho scoperto Nureyev, poi ho visto Lindsay Kemp e Café Müller di Pina Bausch e ho compreso che esisteva un’altra dimensione, un’altra stanza». Ho aperto la porta me lo sono trovato di fronte, seduto a un tavolo di legno fra alberi, piante e nani da giardino. Scribacchiava su un foglio di carta con la traccia dell’intervista: «Eccoti, stavo studiando le tue domande» – mi ha detto stringendomi la mano – «Ti devo ringraziare. Spero di riuscire a rispondere, sai un sacco di cose che io non so». Avrei scoperto che non lascia passare un giorno senza prendere in mano una matita.

Chiama stracci gli abiti che lo hanno reso celebre, scarabattole le terrecotte presentate al Fuorisalone. Dal 4 settembre i suoi totem sono in esposizione a Venezia in un dialogo con le ceramiche di Gio Ponti: «Mi vergogno a dirlo», ha chiosato. Con autoironia battezza il suo spazio NonostanteMarras, come se quella nicchia verde – una dimensione parallela a Milano – fosse un prodotto scampato al sabotaggio del suo autore. «Il mio modo di procedere è anomalo. Io non ho paura, m’immergo, m’incontro e mi scontro con qualsiasi cosa incroci il mio cammino con una gran dose d’incoscienza. Trasferisco da un contenitore all’altro, sui miei tavoli mescolo le cose, guardando dei tessuti mi può nascere un’idea per un dipinto e viceversa». 

Ha aperto un’agenda e ha cominciato a sfogliarla in cerca di una pagina bianca, era piena di disegni e acquerelli, fra un appuntamento e un altro: «Ti dispiace se disegno mentre chiacchieriamo?». Ha intinto la matita nel caffè per acquerellare, l’ha posata sul foglio con un movimento nodoso. Uno spettacolo di teatro-danza in quindici scene, Mio cuore, io sto soffrendo. Cosa posso fare per te? partito dalle ex cantine Folonari di Brescia, arrivato al Teatro Massimo di Cagliari e al PAC di Milano, è all’Elfo Puccini il 19 e 20 settembre: «L’ho modificato tutte le volte che l’ho rimesso in scena. A differenza della sfilata, il teatro è replicabile, rivedibile». Nel maggio 2020 approderà a La MaMa Theatre, New York: «Io non ci penso, è una follia». Tutto ha avuto inizio dalla sua prima mostra personale, alla Triennale di Milano, nel 2016: «Ha segnato un momento della mia esistenza, non era una mostra di abiti. Ho trovato il coraggio di rivelare una parte di me che era sconosciuta ai più, la più intima, privata, anni di lavori, una superficie espositiva di milleduecento metri quadri. La curatrice, Francesca Alfano Miglietti, mi ha bacchettato perché la maggior parte dei lavori non era datata. L’ho chiamata Nulla dies sine linea, non deve passare un giorno senza tracciare una linea, dalla frase di Plinio il Vecchio. È anche il titolo della lectio magistralis che ho tenuto all’Accademia di Brera quando mi hanno conferito la laurea honoris causa» – ha aggiunto, con un po’ di esitazione.

Mi ha mostrato il catalogo della mostra, con gli acquerelli, i disegni, i lavori sul pugilato, sport preferito del padre («Ho ancora in mente i rumori, il suono del gong»), le installazioni fatte con materiali di recupero: giacche da carcerati, gonne tradizionali sarde, sottovesti cucite insieme a tessuti di vecchia telina per modelli, le garze. I punti di sutura della moglie Patrizia, quando fu operata, pupazzi dismessi degli amichetti del figlio Efisio, quando era piccolo, usati per riprodurre un’aula scolastica nell’installazione Chi ha paura della maestra?, e ancora, vecchie cornici e scatole porta-icone russe: «Qui c’è una perversione maggiore. Di solito hai un’opera e la incornici, io ho fatto il contrario, ho preso queste cornici, oggetti abbandonati che non avevano più un perché, e ho stravolto le mie opere per rianimarle». Da una rete usata come setaccio dagli operai realizza La trappola dei sogni con Maria Lai, artista sarda: «Se ho avuto il coraggio di non vergognarmi dei miei pasticci lo devo a lei, che mi ha preso per mano e mi ha condotto in questo universo. Un giorno mi ha detto: ‘Ti ho lasciato bambino e ti ho ritrovato un artista’, una frase che è diventata il mio scudo».

È il 2008, Luca Ronconi lo vuole come costumista per Sogno di una notte di mezza estate. Conosce la gente del teatro, incontra Marco Angelilli: «Definirlo coreografo è riduttivo, è una persona che lavora sui movimenti e riesce a mettere in scena le mie paturnie». Porta la danza sulle passerelle, con la sfilata per l’autunno del 2017, omaggia Eva Mameli e Pina Bausch: «Una sfilata mi consente di amalgamare ogni cosa che mi smuove e m’ispira. Quando si è trattato di reinventarne il concetto, ho allestito uno show ispirato a Pina Bausch. Sul palco c’erano performer, ballerini, modelli e modelle che si muovevano rievocando il suo stile. Ho fatto lo stesso nella mostra, l’ho costellata di personaggi che indossavano le collezioni, muovendosi fra le installazioni e le opere. Mi piace innestare – è il verbo che preferisco».

Grazie alla mostra in Triennale s’imbatte nel gallerista Massimo Minini. Le opere di Marras invadono la sua galleria a Brescia. Nella presentazione, Minini riferisce l’episodio del loro primo incontro, quando Marras, pressato dai giornalisti che lo stavano intervistando per una TV giapponese, non avendolo riconosciuto lo ‘liquida’ chiedendogli di lasciare un biglietto da visita. «La mostra era pronta prima del previsto, così Minini mi ha chiesto cos’altro mi sarebbe piaciuto fare. Gli ho detto che avevo da sempre in mente una performance dal titolo: Mio cuore, io sto soffrendo. Ha riposto: ‘Cosa posso fare per te? Di Rita Pavone’. Era fatta». Coinvolge ballerini e attori – Ferdinando Bruni, Mauro Cardinali, Federica Fracassi, Giovanni Franzoni, Francesco Marilungo, Marco Vergani. Chiama la top model Simonetta Gianfelici, la cantautrice sarda Elena Ledda e Vincenzo Puxeddu, ballerino e specialista di terapia della danza alla Sorbonne che ha subìto l’amputazione di una gamba, conosciuto per caso a una festa in Sardegna. La produttrice Valeria Orani decide di portare lo spettacolo fino a New York. 

Si parla d’infanzia, di scuola, adolescenza, di amore, lavoro, si parla di età. «Le canzoni in apparenza semplici raccontano i sentimenti veri. Ho scelto il pezzo di Rita Pavone in una versione dal vivo arrangiata per orchestra. C’è questo beat, è come un battito cardiaco, una valvola mitrale che segna i vuoti e i pieni. È una canzone di dolore». Ogni momento racconta frammenti di esistenza, vissuta o rubata ad altri. Abiti da sposa vintage sono appoggiati ai corpi delle ballerine: «Un vestito da sposa dismesso racconta un’infinità di storie. Potrà essere adattato a un’altra fisicità, ma mai del tutto. Ho provato a fare quello che mi ha insegnato Maria Lai, ascoltare il silenzio delle cose. Mi sono chiesto cosa avesse spinto quelle spose a dare via il loro abito. Era finito lo spazio? Era finito l’amore?». Nel finale, i performer danzano in un movimento fatto di scatti, battiti fuori sincro, cantano, sovrastano le note della Pavone, stringono fra le mani un cuore: «L’urlo simboleggia un taglio, l’impossibilità di entrare in contatto con le persone. In quel momento gli abiti vengono strappati, tirati via. L’amore è una spinta che non puoi governare, questo è il cuore. Puoi decidere di muovere una gamba, una mano, un braccio, ma non puoi governare il cuore. Chi riesce a incanalare, a indirizzare i sentimenti, non li prova davvero».

Ha richiamato Pier, il suo cane, che continuava a inveire contro un albero. Si è lasciato scappare una risata: «Abbaia perché c’è un merlo e lo odia». Quando racconta di sé, proprio come nei suoi lavori, Antonio Marras mescola passato e presente, non capisci mai quale sia il prima e quale il dopo. «Io ho bisogno di riempire spazi, di sporcare, di imbrattare, non mi stanco mai. Non ho un concetto del tempo, non guardo mai l’ora, non possiedo nemmeno un orologio. Ricordo una canzone della Vanoni che diceva: ‘mi credo immortale e devo ancora fare tutto, gli anni non sono stati niente, appena un gioco della mente’». Marras ha la capacità di mandare a memoria canzoni e poesie, senza mai ricordare niente. 

«La cosa che avrei voluto fare era danzare, ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo ai miei. Ricordo uno spettacolo della Bausch fatto con gli ultrasettantenni. C’è ancora tempo, non so cosa farò da grande». Gli ho chiesto com’è iniziato tutto: con la moda, mi ha risposto che è una questione d’incontri. «Mio padre aveva un negozio di tessuti, che poi fu trasformato nel primo negozio Fiorucci in Sardegna. Iniziai a lavorare per lui e un imprenditore mi chiese di disegnare la prima collezione. La chiamai Piano piano dolce Carlotta, un omaggio al cinema e al film di Robert Aldrich con Bette Davis. Pensavo che sarebbe stato one shot e invece continua». Ancora continua, come se si trattasse soltanto di un caso, un evento inspiegabile che nonostante Marras e nonostante tutto si protrae.


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