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Sappiamo che Tiziano ritrasse Eleonora Gonzaga Della Rovere nel 1538, un dipinto conservato agli Uffizi. Oltre a un cagnolino, accanto alla duchessa consorte di Urbino, compare un orologio. Appannaggio di re e aristocratici, gli orologi venivano realizzati in pochi centri in Italia e in Germania – ad Augusta o Norimberga. Si identifica con il termine edicola, l’oggetto che possiede Eleonora Gonzaga: un orologio da tavolo che ha le fattezze di un tempietto, colonne, cupola, quadrante su uno dei lati. Un orologio a edicola in ottone dorato risalente al 1575 e realizzato in Germania meridionale è esposto al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

Gian Giacomo Poldi Pezzoli, collezionista e fondatore del museo che porta il suo nome, possedeva, tra altre cure, un gruppo di venticinque oggetti – orologi, pendole da parete e automi. Uno degli automi è il Carro di Diana. Girano le ruote del carro, si alzano e si abbassano le due pantere, ruotano le teste, gli occhi di Diana e la scimmietta. Nel 1973, con la donazione di orologi meccanici e strumenti scientifici di Bruno Falck, è stata allestita la Sala degli Orologi del Poldi Pezzoli – esemplari rinascimentali in ottone dorato, tedeschi francesi e inglesi, barocchi, in cristallo di rocca, smalto e pietre dure. In dieci vetrine si narra la storia dell’orologeria, dal Cinquecento a oggi.

Tra quelli a smalto del Seicento c’è l’orologio di Jacques Goullons, realizzato a Parigi intorno al 1660, la cui cassa è miniata da Robert Vauquer con scene tratte dalla Battaglia di Costantino e Massenzio di Giulio Romano. Un esemplare di perpetuelle automatico del 1785 di Abraham Louis Breguet di fine Settecento. Dopo l’apertura della sala, altre donazioni hanno arricchito la collezione – più di 200 pezzi collezionati dall’architetto Piero Portaluppi, tra cui orologi solari e meridiane.
Acquisiti di recente, 203 esemplari di orologi da persona della prima metà del Novecento del genovese Luigi Delle Piane.

Old Chairs, un’opera di digital photography di Klaus Bittner, artista segnalato dalla giuria del Premio Combat Prize 2018 del Museo G. Fattori di Livorno

Chiara Pisa, terza generazione alla guida di una gioielleria che oggi è un’impresa familiare con mercati in tutto il mondo, ha dato luogo e sostegno a una rassegna per raccontare la collezione di orologi del Poldi Pezzoli, in occasione di L’arte merita più spazio. La rassegna titolava Il tempo degli orologi, raccontava l’evoluzione tecnica e la storia dell’estetica di quanto altro non sono che elaborazioni meccaniche del tempo.

All’inizio del Novecento, un tecnico orologiaio dal nome Divino Pisa, secondo di tredici fratelli, fondò nei primi Trenta la prima Scuola di Orologeria Italiana. Fu Osvaldo Pisa, poco più tardi – era il 1940 – ad aprire in via Verri un laboratorio-bottega per la riparazione di orologi e pendole, che raggiunge la piena attività dopo la guerra, sotto la guida del fratello Ugo. Qui fu creato l’orologio a magnetismo terrestre, del 1957, opera di Divino, oggi esposto al Museo della Scienza e della Tecnica. L’alta borghesia milanese e clienti internazionali – tra cui Maria Callas e Joan Crawford – si recavano in via Verri per acquistare gli orologi Rolex, Cartier, Piaget, Jaeger Le-Coultre e Vacheron Costantin – marchi emergenti scelti da Ugo e allora quasi sconosciuti. Le signore delle Lancette – così erano conosciute a Milano le sorelle Pisa, figlie di Ugo, che insieme al nipote di Osvaldo, Fabio Bertini, hanno perpetuato la storia di Pisa Orologeria e l’hanno condotta fino a oggi.

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