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A sedici anni Paul Smith sognava di fare il ciclista di professione. Riceve in regalo dal padre una bici e una macchina fotografica. In entrambi i casi la missione è una: esperire – toccare con mano, lavorare sul campo, dietro l’obiettivo o in sella a pedali. Un incidente mentre praticava sport cambia il suo destino – niente più ruote ma abiti. Paul Smith ha aperto il suo negozio Vêtement Pour Homme a Nottingham nel 1970, vendeva abbigliamento di brand affermati accanto a pezzi che egli stesso disegnava – in 3 metri quadrati, al 6 di Byard Lane. Le foto le scatta ancora, una al giorno, firmando Taken by Paul. L’abito è una costante, lo indossa ogni giorno, weekend incluso. L’abito accomuna, definisce un team, l’appartenenza a una squadra – come in uno sport.

Rosa, blu chartreuse e blu fiordaliso, mandarino, viola e caffè. Un mondo di colore prende vita sulle stampe degli abiti Paul Smith e nell’architettura dei settanta store sparsi per il mondo, come quello completamente pink a Melrose, Los Angeles, per turisti e celebrità – l’atto di vandalismo dell’ottobre scorso, Go fuck Yourself scritto sul muro, ha solo fatto aumentare il riferimento. Colori che ricordano un quadro di David Hockney: un tuffo nell’acqua blu di una piscina, una foresta verde in cui cammina un uomo solitario, l’interno di una casa dal design saturo di luce. Lo stilista è un artista. Non calibra le dimensioni di una cornice e di una tela ma di un tessuto, su cui applica fantasie e colori. A Los Angeles un anno fa, Paul Smith ha organizzato una cena insieme a Gary Oldman. La redazione del New York Times gli ha messo in mano una Polaroid e gli ha chiesto di documentare il suo week-end. Artista in azione, nelle foto ci ha messo se stesso, le ispirazioni di una vita di studio e di passioni. Unicità nella molteplicità: in un oggetto – fotografia o abito. In una delle polaroid, Paul si ritrae adagiato su una poltrona Memphis.

Peter Shire, che del gruppo Memphis è stato membro, Paul lo ha incontrato nel suo negozio rosa di Los Angeles. Peter Shire vive ancora in questa città, dove è nato nel 1947, nel quartiere Echo Park. Un mobile Memphis è la traduzione in design di un capo sartoriale di Paul Smith: dietro ci sono sperimentazione, eclettismo, recupero del kitsch. A Milano, a casa di Ettore Sottsass, l’11 dicembre 1980 si decideva la storia del design italiano e internazionale. Negli Ottanta non si era ancora alla fine della storia, come lo siamo oggi, nei Venti del Duemila – se non altro per la rivoluzione tecnologica che ancora doveva arrivare e che è diventata argomento poetabile per l’arte, la letteratura, il design, l’architettura, il cinema. Memphis era una dichiarazione postmodernista, riassunto e superamento di tutto quanto era stato detto, fatto, creato in precedenza. Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again: quella sera, a casa di Sottsass, il giradischi suonava Bob Dylan. Una canzone all’origine del nome Memphis. 

Come alchimisti, i designer del gruppo Memphis mettono insieme industria, colore, forme geometriche e kitsch e segnano un passo avanti rispetto al design minimalista, spento e senza personalità – così lo consideravano – dei Settanta. Non a caso si chiama Alchymia lo studio di design fondato nel 1976 da due coppie di designer – Adriana e Alessandro Guerriero e Alessandro e Bruno Gregori – a cui si uniscono due anni dopo Sottsass, Mendini, Branzi e De Lucchi. Alchymia dà il via prima di – e insieme a – Memphis al New Modern, lo stile del ritorno all’oggetto e alla sua funzione. «Per Alchimia le discipline non interessano quando sono considerate all’interno delle loro regole. Anzi, è importante indagare negli spazi liberi esistenti fra di esse. Per Alchimia non bisogna mai sapere se si sta facendo scultura, architettura, pittura, arte applicata, teatro o altro ancora. Il progetto agisce al di fuori del progetto stesso, in uno stato di spreco, di indifferenza disciplinare, dimensionale e concettuale: il progetto è solo ginnastica del disegno. Per Alchymia vale la despecializzazione, ovvero l’ipotesi che debbano convivere metodi di ideazione e di produzione confusi, dove possano mescolarsi artigianato, industria, informatica, tecniche e materiali attuali e inattuali», scriveva Mendini nel suo Manifesto, nel 1984 – con Alchymia realizza il divano futurista Kandissi dedicato a Kandinsky e la poltrona barocca colorata a puntini dedicata a Proust.

Un’altra foto di Paul Smith cattura un tappeto con stampata la riproduzione di un tatuaggio. Shamrock – Social Club Sunset Boulevard. Hollywood, California è la scritta che campeggia attorno a un teschio trafitto da una spada. Shamrock Social Club è il negozio di tatuaggi di Mark Mahoney, padre fondatore del tatuaggio in scala di nero e grigio con un solo ago – single needle tattoos – forza e potenza attraverso un’estetica essenziale e austera, a differenza dei tatuaggi colorati da manuale. Mark inizia a fare tatuaggi nel 1977 a Boston, quando quel mestiere era illegale. Il segno sulla pelle era un marchio per indicare minoranze etniche, marinai, veterani di guerra, malavitosi, carcerati e delinquenti. Nei Settanta è la dichiarazione di una rivolta contro i conformismi. A quattordici anni Mahoney girava al seguito di una banda di ‘ingrassatori’ ed era entrato nel Tattoo Spot di Buddy Mott a Newport, nel Rhode Island. Matura l’idea che i tatuaggi sono arte per il popolo, che uomini e donne possono indossare tutti i giorni. 

La pelle è una tela – simboli religiosi, figure di ragazze, bombe, armi, auto, elicotteri sono i soggetti che Mahoney predilige. Nel corso della sua carriera ha tatuato i divi di Hollywood – sotto il suo ago Johnny Depp e Rihanna, Mickey Rourke e David Beckham – ma non si considera il migliore. Si fa tatuare da Freddie Negretti, come ha dichiarato in un’intervista a GQ British «Mi piace farmi tatuare da lui. Il mio tatuaggio più recente è un ritratto di JFK e Jackie. Sono un bel ragazzo cattolico irlandese di Boston, e ricordo il giorno in cui è morto e come è andato a rotoli tutto il mondo». Con l’ammodernamento della zona di The Pike, vicina ai cantieri navali e meta di svago per i marinai in congedo, a Long Beach nasce un distretto dell’inchiostro. Oltre allo studio di Bert Grimm e Rick Walters – il più vecchio negli Stati Uniti – c’è lo Shamrock Social Club di Mark Mahoney. 

Mark Mahoney e Paul Smith hanno lavorato insieme per questo autunno 2019 una capsule di abiti, scarpe e accessori ai quali sono stati applicate illustrazioni disegnate a mano da Mark Mahoney. Compare la scritta  ‘Big Spender’, con il font cholo script tipico dell’East Los Angeles. C’è una rondine: se disegnata sulla mano simboleggia la velocità nello sferrare pugni, sul petto o sul collo – popolare tra i marinai – vuol dire che l’uccello scorterà in paradiso le anime degli uomini dispersi in mare. La stretta di mani con il mare e un veliero sullo sfondo ha tre significati: riporta alla Prima Guerra mondiale, allorché le forze americane e britanniche combattevano fianco a fianco in mare; è un riferimento al romanticismo transatlantico – marinai americani che si innamorano di ragazze britanniche.

In queste pagine, alla sartorialità inglese e alla perizia grafica americana si unisce la craftmanship italiana nella lavorazione della carta. Le immagini di Mahoney per Paul Smith sono stampate su carta Par Avion di Pineider – vergata e filigranata Pineider, 55 grs/m² a taglio netto. Il brand fiorentino inizia a produrla nel 1954, anno in cui si alza in volo per la prima volta il Boeing 367-80 – decolla dall’aviosuperficie di Renton Field e atterra a sud-est di Seattle. Si chiamerà Boeing 707 e inaugurerà l’era del jet per i viaggi dei passeggeri. Il Boeing non è la prima azienda ad aver prodotto un aereo di linea, cinque anni prima il de Havilland Comet, di fabbricazione britannica, completa il suo primo volo con un jet ad alta velocità, ma che viene tolto dal mercato per correggere alcuni difetti di progettazione causa di una serie di incidenti. Al pari del modello T di Ford, che segna la diffusione dell’automobile anche se era già stata inventata, il Boeing 707 avrebbe reso popolari i viaggi in aereo.

Nel 1774 Francesco Pineider, originario del passo del Pinei in Val Gardena apre la prima cartoleria in Piazza della Signoria – allora piazza del Granduca –, a Firenze. Per la prima volta sono venduti nel capoluogo toscano – che di lì a poco sarebbe diventata una delle tappe del Grand Tour – stampe personalizzate con caratteri internazionali di tradizione anglosassone e germanica. Stendhal e Byron, Shelley e Leopardi e Napoleone, scrivevano su carte Pineider – così come oggi un tatuatore di Los Angeles per un nobile stilista inglese.