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Il 16 aprile 1912, all’indomani del naufragio del Titanic, i giornali newyorkesi mostrarono di avere a cuore soprattutto le sorti di un uomo: John Jacob Astor. Il passeggero con un patrimonio netto di quasi 87 milioni di dollari – equivalente oggi a 2,26 miliardi. Astor viaggiava sul Titanic di ritorno da una luna di miele trascorsa in Europa e in Egitto: dopo aver divorziato dalla prima moglie, si era appena risposato con un donna di ventinove anni più giovane, Madeleine Talmage. Si muovevano insieme a tre persone di servizio e a un cane. Nei giorni seguenti alla tragedia si diffusero aneddoti – qualcuno scrisse che, saputo dell’impatto con l’iceberg, Astor reagì con una battuta di spirito: «Ho chiesto del ghiaccio, ma questo è ridicolo». Morì nel naufragio. Sua moglie fu portata in salvo.

Protagonista di New York a cavallo dei due secoli, John Jacob Astor era unico erede maschio. Imparentato con senatori, commercianti di pelli, finanzieri, filantropi, poeti, con il futuro presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt. Autore di A Journey in Other Worlds, un romanzo di fantascienza che parla di vita sui pianeti Saturno e Giove, Astor aveva brevettato un freno per bicicletta, un macchinario utilizzato per produrre gas dal muschio di torba e uno pneumatico stradale. Tra i meriti, anche quello di aver contribuito a sviluppare un motore a turbina. Fu colonnello nello staff militare del governatore di New York e partecipò alla guerra ispano-americana. Astor era il proprietario di due alberghi di lusso nella Grande Mela: il Waldorf-Astoria Hotel e il St Regis, che aveva deciso di costruire nel 1901.

Molti newyorkesi non videro di buon occhio il progetto: con i suoi diciotto piani il St. Regis ambiva a essere l’edificio più alto della città. Il primo a trovare un cavillo per sospendere i lavori fu il Bureau of Buildings: nel 1902 scoprì che le decorazioni in legno dell’hotel non erano ignifughe. L’anno seguente, i vicini presentarono causa contro l’esplosione che sarebbe stata necessaria per scavare le fondamenta – la persero. A poche settimane dall’apertura, sempre i vicini si appellarono alla legge che vietava di possedere la licenza di vendere alcool nelle vicinanze di una chiesa e senza l’approvazione dei due terzi di tutti i proprietari edilizi nel raggio di sessanta metri. Astor riuscì a dimostrare che l’ingresso sulla Fifth Avenue – di fronte alla chiesa presbiteriana – era in realtà secondario, trovandosi il principale sulla 55esima strada. Poi, aquistò un palazzo adiacente al suo per risolvere la questione dei due terzi di vicinato. 

Il figlio di Astor, Vincent, ereditò l’albergo dopo la morte del padre. Fu costretto a venderlo nel 1927 ai Dukes anche a causa dei danni economici causati dall’introduzione del proibizionismo. Lo riacquistò nel 1935, e ne ripristinò la reputazione di hotel più lussuoso di New York. In otto anni la struttura era intanto cambiata: i temporanei proprietari avevano aggiunto due piani, una sala da ballo sul tetto e una nuova ala lungo la 55esima strada, che aveva raddoppiato le dimensioni (550 camere). Nel 1933, concluso il proibizionismo, il barista dell’hotel Fernand Petiot inventò il Red Snapper: cocktail di succo di vodka e pomodoro, da allora noto in tutto il mondo come Bloody Mary. 

Al St. Regis di Venezia il signature cocktail è il Santa Maria, versione lagunare del Bloody Mary in omaggio alla Basilica di Santa Maria della Salute. St. Regis ha aperto a Venezia, dove un tempo si trovava l’Hotel Britannia e, più di recente, l’Hotel Europa Regina. Cinque palazzi storici affacciati sul Canal Grande, il più antico dei quali, Palazzo Badoer Tiepolo, risale al Sedicesimo secolo e alle proprietà Tiepolo, famiglia che diede a Venezia due dogi e il pittore – all’ingresso dell’albergo, sulla destra, c’è una fotografia appesa di come poteva apparire l’edficio sull’acqua nel 1898. Pochi anni dopo, nell’autunno del 1908, qui soggiornò Claude Monet con la moglie Alice: la coppia restò in città due mesi e superata un’iniziale ritrosia, il pittore impressionista si mise a lavorare per poi scrivere a Gustave Geffroy: «Mi consolo al pensiero che l’anno prossimo ritornerò, perché sono riuscito a fare soltanto prove, inizi. È un peccato non essere venuto qua quando ero più giovane, quando ero pieno di audacia». Monet non tornò più a Venezia – al St. Regis, lo studio di cromie ha considerato la variazione dell’inclinazione del sole durante l’arco della giornata, sull’ocra dei marmi degli ottoni, sul bianco degli stucchi e sui mosaici a terrazzo, le sfumature dal rosso al rosa vogliono mimare l’andamento del pomeriggio.

Le vecchie pareti a pannelli sono state ridisegnate e rivestite con i tessuti di Rubelli. Damascati veneziani sono tele per Olivier Masmonteil che qui sopra rielabora i tratti del Rococò. La sala da bar dispone citazioni di Carlo Scarpa. Lavori in vetro prodotti nel contesto di Glasstress, il progetto lanciato con la Fondazione Berengo nel 2012 si ripete in occasione di ogni Biennale d’Arte. La sala centrale era il foyer del teatro Minerva, dove i fratelli Lumière diedero luogo alla prima proiezione in Italia. Venezia è il paradigma – la curvatura su angoli acuti delle sedie ricerca la medesima forma delle gondole. Il centro focale su cui si sviluppa il progetto dello studio Boiler Plate Sagrada di Londra è il giardino centrale, che risulta oggi come la più ampia terrazza su tutto il Canal Grande. Questa apertura tra i palazzi, storicamente, è sempre stato un giardino: il St. Regis ha riportato gli alberi, recuperandoli con già qualche decennio di età – alti ma non enormi perché la terra è riportata su una struttura di palafitte sospese sull’acqua – e le radici non possono espandersi più di tanto. 

St Regis Florence. Palazzo Giuntini, un albergo di fine Ottocento che sorge dove un tempo esisteva l’edificio dell’omonima famiglia (secondo Giorgio Vasari progettato da Filippo Brunelleschi). Durante le ricostruzioni urbanistiche di metà Ottocento al suo posto fu edificato l’Hotel Royal de la Paix, poi divenuto Grand Hotel, un albergo che ospitò la Regina Vittoria. Nell’antica corte dove un tempo entravano le carrozze, oggi c’è il giardino d’inverno, con porticato sui due lati, pavimento mosaicato e ballatoio coperto da un lucernario in ferro e vetri decorati in stile Art Déco. In questi spazi trova posto il ristorante stellato Winter Garden by Caino, della chef toscana Valeria Piccini, guidato dall’Executive Chef Gentian Shehi. Il Salone delle feste, è ispirato alla Sala Bianca di Palazzo Pitti.

St. Regis Rome. Anch’esso ha preso il posto del precedente Grand Hotel della capitale. L’edificio progettato da Giulio Podesti e aperto nel 1894 dall’albergatore César Ritz, quello di via Vittorio Emanuele Orlando fu il primo grande albergo romano a garantire alla sua clientela la luce elettrica e tra i primi a dotarsi di un ascensore, tutt’oggi in funzione. Con l’inaugurazione dell’hotel, Roma ebbe anche la sua prima sala da ballo pubblica: la Ritz Ballroom, decorata con affreschi del preraffaellita romano Mario Spinetti raffiguranti otto scene di vita rurale o oggi protetta dalla Soprintendenza alle Belle Arti. Negli anni Venti l’hotel diventò per un certo periodo residenza di Mussolini, e in seguito quartier generale dal maresciallo Badoglio. Qui hanno soggiornato, le famiglie Kennedy e Agnelli. Nel novembre 2018 è stato terminato il restauro dell’intera struttura, durato tre anni e costato 40 milioni di euro, completato senza che l’hotel chiudesse neppure un giorno. Il restauro è stato affidato allo studio di interior design Pierre-Yves Rochon Inc. (PYR) con sedi a Parigi e Chicago e ha accentuato la luce e i riflessi degli ampi spazi romani, come salta all’occhio nel foyer color tortora, nel lampadario di cinque metri di altezza in vetro soffiato di Murano arricchito da tocchi di blu, e nel tripudio di stucchi e dorature. I materiali utilizzati nel restauro, come il travertino e il bronzo, rimandano al patrimonio architettonico e archeologico romano e alle tradizioni dell’artigianato locale. Busti scultorei, mosaici e oggetti d’arte si alternano negli ambienti comuni ai tessuti raffinati dei tappeti e ai velluti delle sedute. Anche i colori delle stanze tendono all’azzurro polvere del cielo della capitale o al terracotta delle mura romane.

Nel 2020 si aggiungeranno, tra gli altri, i St Regis del Cairo, di Udaipur, Marbella e Lijiang.