Marella Agnelli. Illustration by Grillo Demo

A Torino si raccontano frammenti di mitologia. Amore sotteso, rispetto sabaudo e una punta di veleno. Marella appare nei tardi anni Sessanta a una mostra sul Blaue Reiter, in una cappa di maglia a pattern quasi elettrici, da guerriero medievale, con un collier d’oro giallo e nocciole. Ad accompagnarla, la vedova Kandinsky, coperta di smeraldi come un idolo indù – direbbero i francesi quelle différence de bouquet. Sconcertano paragoni emersi dai media nei giorni scorsi: definire Marella Agnelli come una specie di antesignana dell’orda di blogger e influencer. Ubiqua e distratta gentilezza – tale gentilezza significa distanza. Far sentire considerato qualsiasi interlocutore – per l’eternità di un attimo. Poche parole, qualche complimento, quell’humor anche corrosivo e di marca anglosassone che ricorre nelle pagine de La Signora Gocà, edito da Adelphi nel 2015. Un riserbo protetto da residenze incastonate da giardini che amava – l’ultimo a Marrakech, alla Palmeraie, pensato con Madison Cox.

Nata a Firenze il 4 maggio 1927. «Siamo una famiglia di anglobeceri», scrive in Ho Coltivato il mio giardino, alludendo alla villa fiorentina I Cancelli, cui seguono Ratzöz, Balta-Liman, il Roncaccio e Roma. Il padre, don Filippo Caracciolo di Castagneto, è un diplomatico di nobile origine napoletana. La madre, Margaret Clarke, veniva da Peoria, Illinois. Il matrimonio con Gianni Agnelli, al castello di Osthoffen, fuori Strasburgo, il 19 novembre 1953, proietta la ventiseienne Marella in un universo rarefatto: viaggia con treni privati. Un collo in estensione surreale e un ritratto alla Pollaiolo, scattato sempre nel 1953 a New York da Richard Avedon.

Marella Agnelli. Ph. Richard Avedon

La domanda cade su dove siano oggi i cigni di Truman Capote. Caratteri femminili demarcati e simbolici, legati da un filo conduttore: l’essere percepite come allegorie. Una questione di educazione, nella quale sopravviveva il rigore dell’etichetta delle corti dell’ancien regime, l’estro e il capriccio sovrano – mescolati a una stilizzazione americana dai contorni wasp. Donne trincerate dietro la narrativa di un paravento Coromandel o isolate dalla gente comune, the others, da parchi e tende di velluto. Barbara Cushing Mortimer Paley, ossia Babe Paley, perduta la dentatura in un incidente automobilistico da adolescente, dormiva con una dentiera che le procurava dolori, pur di non abbandonarsi alla sciatteria nemmeno durante il sonno. Nessuno la poté mai vedere senza trucco. Vite più o meno infelici, inventate come plot letterari e disegnate su scacchiere: si sapeva soffrire e l’asticella era alzata di continuo.

Si va da Balenciaga a Givenchy e al giovane Yves Saint Laurent, da Emilio Pucci fino a un Courrèges meno pop. Con Jacqueline Kennedy e Lee Radziwill ordisce, sulla Costiera primi Sessanta, la fortuna del palazzo pajama di Irene Galitzine, che diviene l’uniforme dei cigni. Performances entrate nell’immaginario collettivo: l’arrivo al Black & White Ball di Truman Capote, al Plaza a NYC, il 28 novembre 1966, in caftano candido Mila Schön, corredato di mascherina ogivale. A un ricevimento al Quirinale, nei primi Settanta, compare in tailleur bianco ghiaccio Forquet, un ologramma lineare. Sottrazione, un purismo racé giocato a tutta altezza, che fa scomparire le altre dame presenti, troppo vestite, troppo truccate, pettinate e bijoutées. Troppo. Tacchi mai, mocassini e pants affusolati, buttati lì con pull a corazza degni di Pisanello. Una gonna di modesta apparenza ma dal taglio magistrale, camicia di seta bourgeois e una broche o un bracciale di Jar. Nelle occasioni formali, portava solo un gioiello, quel sautoir Moghul in rubini, perle e smeraldi a vari giri, trovato al Gem Palace di Jaipur, nel corso di un viaggio con il consorte e i cognati Brandolini d’Adda. Una collana che sembrava la bandoliera del pugnale del marajah di Bikaner – magari lo era. Rispetto al personaggio di Anna Carla Dosio, che sarebbe ispirato a lei in La donna della domenica, il più torinese dei thriller firmati Fruttero & Lucentini, Mme Gianni Agnelli pare non sapesse nemmeno una parola di piemontese e, relata refero, ignorasse l’esistenza del Balôn, il mercatone di brocantage in cui si svolge una scena del romanzo. Nel 1974, una überstar televisiva quale Mina le copia la coiffure mossa e mechata su una magrezza araldica, che trionfa nel bianco e nero televisivo di Mille Luci.

Marella Agnelli in a photography by Horst P. Horst. NewYork, 1977

Le case. A Villar Perosa quando vi giunge giovane sposa, il décor era di Stéphane Boudin, direttore della Maison Jansen. Russell Page, gardener guru si occuperà del giardino. Ovunque, Marella inserisce l’understatement del midollino, una sua costante di gusto, in contrasto con il brio dei repertori ornamentali rococò, con le monumentali potiches Imari, le specchiere e le grandi consolle dorate. Vedi ancora Villar Perosa. Marella disegnava cotonine imprimé con le quali bilanciava il fasto settecentesco di ebanisti quali Carlin, Weisweiler e Jacob. In tavola, piatti di Sèvres e Compagnie des Indes, ovunque brocche d’argento piene di matite appuntite. Le palme pop di Mario Schifano sulle pareti della dining room. A dispetto dei mille capolavori artistici di famiglia, della Baigneuse Blonde di Renoir appesa in camera da letto a Frescot – la casa del cuore sulla collina di Torino dove è spirata – dei Balthus o del Fontana rosso multitagli della residenza affacciata su Roma, la sua preferenza va a un pittore intimista come è Carl Moll, tra i fondatori della Secessione viennese nel 1897, insieme a Gustav Klimt. Quei verdi paesaggi austriaci forse le ricordavano i soggiorni a Bressanone e la spensieratezza di bambina. Non mancano all’appello Renzo Mongiardino, Gae Aulenti e un giovane Peter Marino, che però si dice sia stato messo rapidamente alla porta.

Marella Agnelli in 1967. Ph. Horst P. Horst

È noto non si mangiasse granché, chez les Agnelli, eternamente a dieta come asceti. Semolino, cruditées e sformatini pallidi e molto chic. Alberto Sordi, invitato a colazione dall’Avvocato, arrivato a un certo punto pare abbia chiesto se si potevano avere due spaghi. Pochi sodali, un gruppo di officianti del proprio culto. Mario D’Urso, Babe Paley, i Kennedy e Gloria Guinness, i fratelli Carlo e Nicola e i nipoti. In gioventù Niky de Saint Phalle, quindi la cugina Allegra Caracciolo, moglie di Umberto Agnelli, l’acutezza whitty di Dino Franzin, consultato per aggiornarsi di novità e gossip anche salaci e lo spirito enciclopedico di Alberto Arbasino. Federico Forquet napoletano è il ministro dello stile. Couturier dressato da Balenciaga, interior designer, collezionista di Volaire e di ceramica Tagliolini, nonché giardiniere di vaglia, Forquet disegnava abiti come concetti matematici. Non si contano molte amiche donne. Tra queste Gae Aulenti – che progetta l’appartamento milanese e negli Ottanta restaura Palazzo Grassi a Venezia – Anna Viacava, Rossella Sleiter e Evelina Christillin. Viacava e Evelina sono all’aeroporto al ritorno a Torino da Marrakesh, quando Marella rientra per la morte del figlio Edoardo.

Tacciata di essere anaffettiva, distante e fredda come il ghiaccio – ma spiritosa, colta e dedita a buone letture, circondata da un branco di Husky. I salti mortali per mantenere vivo il rapporto, mezzo secolo insieme, con un marito difficile e esigente, temperamento inquieto che si annoiava in fretta. Gianni Agnelli affermava di non aver mai letto più di una decina di pagine di un libro, né di essere riuscito ad assistere a un film oltre il primo quarto d’ora. La morte del figlio, nel novembre 2000, volato giù da un cavalcavia della Torino-Savona. La battaglia legale senza esclusione di colpi, a suon di miliardi, condotta tra la curiosità morbosa di un intero Paese, per la successione ereditaria intentatale dalla figlia Margherita nel febbraio 2003. Per una volta il sipario rimase alzato su un paesaggio livido di interessi e rancori. Resta un solco da sanare. Il dolore, la paura, il vuoto – non si potevano mostrare.

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