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Text Nicola Baroni

Il quesito è ambiguo come la realtà che cerca di indagare: ‘Cosa rende un uomo tale, oggi?’. Lampoon Magazine l’ha chiesto a scrittori internazionali, e le loro risposte sembrano essere vincolate al principio di indeterminazione di Heisenberg: se definisci la posizione della particella ti sfugge la quantità di moto, individui la quantità di moto e sfugge la posizione. Entrambe sono caratteristiche della particella, ma impossibili da osservare contemporaneamente. Così accade quando si tenta di definire l’uomo di oggi: isolandone un aspetto si sacrificano tutti gli altri, e identificarne l’essenza è impossibile. Nel momento in cui si tenta di perimetrare il suo nuovo ruolo sociale ci si accorge che nessuna delle caratteristiche individuate lo definiscono in maniera esclusiva, i gusti che un tempo gli appartenevano in modo unico gli sono già stati strappati dall’universo femminile (a buon diritto), gli altri li ha presi in prestito lui, prima con timore, oggi senza vergogna.

Emanuele Altissimo, Andrien Gygax, Màrius Serra, Mikkel Rosengaard, Philip Warkander, Steve Yarbrough hanno cercato nell’uomo di oggi la sua essenza, l’‘identico che permane al variare degli attributi’. L’etimologia, come credeva il pittore e scrittore Alberto Savinio, non è un gioco di eruditi, ma l’infanzia del linguaggio e della parola, e le ambiguità del lessico una specie di inconscio delle civiltà. Nella lingua italiana proprio il termine ‘attributi’, dal latino attributum, è stato adottato a indicare tout court i caratteri sessuali primari dell’uomo, come a dire che in presenza di essi l’individuo era maschile, in loro assenza femminile. Non serve scomodare la scienza per mostrare la fallacia di questa affermazione. Nel cinquecentenario dalla morte di Leonardo da Vinci, il primo a rappresentare la corretta posizione del feto nell’utero materno fra 1510 e 1512, sarebbe utile che ogni uomo andasse a rivedersi quel foglio 18 dei ‘Quaderni di anatomia’ vinciani, per rendersi conto di cosa all’uomo oggi manchi, e sia sempre mancato. L’‘attributo’ davvero fondamentale per l’umanità non è maschile e non lo è mai stato. Con buona pace di Sigmund Freud, sarebbe più razionale che l’umanità avesse sviluppato l’‘invidia dell’utero’.

Il secondo esercizio utile per l’uomo di oggi sarebbe leggere Manhood: the Bare Reality di Laura Dodsworth. La fotografa ha immortalato 100 caratteri sessuali primari dell’uomo e ha intervistato i rispettivi proprietari in merito alla loro mascolinità attraverso una ricerca non solo fotografica ma anche psicologica. Basta sfogliare il libro e leggere qualche storia per capire la portata della menzogna culturale su cui si sono costruite la politica e la società dei primi del Novecento, cioè la virilità come strumento di dominio, raccontata tra gli altri da Sandro Bellassai ne L’invenzione della virilità. Come è evidente negli scatti e nei racconti di Dodsworth, gli ‘attributi’ non sono sinonimo della forza del maschio ma la convergenza di tutte le sue fragilità.

Leggendo i giornali e le notizie che lo riguardano come categoria, verrebbe da dire che quello di oggi è ‘un uomo senza qualità’, citando Robert Musil, un altro che dalle scoperte fisico matematiche di Heisenberg attinse a piene mani. Tanto ricco intellettualmente, il protagonista del romanzo non troverà mai una direzione in cui far procedere la propria vita, resterà incompiuto come l’opera di Musil stessa. Anche l’uomo di oggi ha davanti a sé tutte le possibilità, estetiche e di orientamento sessuale, di ruolo sociale e di genere, ma è vittima dell’incompiutezza cui lo porterebbe ogni scelta. Il cerchio della virilità, che ha scontornato il profilo dell’uomo nella prima metà del Novecento, si è via via allargato, e la selezione all’ingresso si è fatta meno rigida. Oggi sembra tuttavia che forze in direzioni contrarie abbiano afferrato quel perimetro da due parti e l’abbiano teso: chi si era assicurato un posto all’interno si è ritrovato a dover fare l’equilibrista su un laccio di slackline. Le infinite possibilità sono diventate nuove gabbie, ogni elemento che orienta verso la definizione dell’uomo di oggi sembra dover essere sempre controbilanciato dal suo opposto, che scalcia per entrare in campo. Difficile scegliere tra i modelli del Don Giovanni e l’‘uomo senza inconscio’ de La separazione del maschio di Francesco Piccolo, tra il Romeo shakespeariano o il Manuale del perfetto Gentiluomo di Aldo Busi.

Allo stesso tempo il problema oggi non è più la gara ad aggiudicarsi un posto nel perimetro della virilità, creato appositamente per escludere (‘La virilità era delicata, vulnerabile, una reliquia da non maneggiare in alcun modo a parte lasciarla in una teca di un retaggio innominabile’, scriveva sempre Aldo Busi nel suo Seminario sulla gioventù del 1984). L’uomo di oggi deve fare i conti piuttosto con lo svuotarsi volontario di questo perimetro. Alle ostilità femministe del nuovo millennio si aggiunge l’insicurezza creata dalla perdita del predominio sociale, da cui nasce spesso una violenza verbale e fisica che macchia l’intero genere. Definirsi uomo oggi diventa sempre più complicato: significa fare i conti da una parte con chi vede nel maschio impenitente un potenziale predatore e dall’altra con chi crede che le categorie e le regole siano per loro natura esclusive. Basta conoscere la storia del costume per capire che non solo le abitudini culturali sono fatte per essere trasgredite, ma che esse stesse, in modo ciclico, si ribaltano.

All’inizio del Novecento i bambini vestivano di rosa, colore considerato più forte e deciso, mentre le femmine di azzurro, percepito come più tenero. A chi teme che una maestra d’asilo, vestendo proprio figlio di rosa, confonda il suo genere o orientamento sessuale, si può spiegare che sta solo facendo una rievocazione storica. Mai la frase verdiana è stata più pertinente: ‘Torniamo all’antico e sarà un progresso’. La decostruzione degli stereotipi, del resto, è facile se si osserva con obiettività e curiosità il reale. Nei campi da calcio degli ultimi vent’anni uomini venerati in prevalenza da altri uomini hanno esasperato la cura e femminilizzazione del proprio corpo, creando mode che nella ‘metrosessualità’ hanno trovato nuova etichetta. Gli uomini possono utilizzare cosmetici, depilarsi, praticare fitness, abbronzarsi artificialmente e sottoporsi a trattamenti estetici senza per questo essere omosessuali: questa è l’istanza che i vari David Beckham e Cristiano Ronaldo hanno sdoganato. La parola stessa, usata per la prima volta nel 1994, è un incrocio tra metro(politan) e (hetero)sexual. Dopo aver normalizzato e digerito il fenomeno, la metropoli l’ha anche rinnegato, cedendolo in leasing alle periferie e alle province: oggi è più facile vedere un sopracciglio curato maschile a Scampia che nel centro di Milano. All’opposto l’uomo omosessuale contemporaneo tende a rinnegare i tratti di effeminatezza con cui era stato identificato in passato e dovendo scegliere una forma di ostentazione della propria identità si butta sugli eccessi opposti, esasperando muscoli e tratti di rozzezza del carattere. Del resto, come scriveva Jean Cocteau, l’omosessualità è ‘la forza che ama la forza’, naturale che le pose da Vizietto funzionassero soltanto nella cultura mainstream, a contenere lo scandalo di due uomini che si desideravano reciprocamente.

La nuova Campagna ADV Zegna FW2019  #WHATMAKESAMAN vede come protagonisti il due volte premio Oscar Mahershala Ali e l’artista cinese Nicholas Tse. La campagna vuole essere una piattaforma di discussione – e forse di provocazione –, riconoscendo che ci vuole coraggio per esprimere un nuovo tipo di mascolinità, forse diverso dalle versioni idealizzate che esistono da così tanto tempo.


Si riportano di seguito gli interventi dei sei scrittori.


Emanuele Altissimo (1988), Italia, ha pubblicato nel 2019 Luce rubata al giorno per Bompiani

A nove anni avevo paura di mio padre. A quindici lo invidiavo, a venti mi chiedevo come avrei fatto a prendere il suo posto. A trenta, non sapevo più chi fosse. Ho fatto i conti con la sua violenza fin da bambino, da adolescente con la sua malattia mentale. Con quello che lui chiamava essere forti, la sua morale del guerriero. Finché un giorno se ne andò di casa e scomparve per un anno. Ciò che lo aveva reso uomo, ciò che lui non aveva mai visto in me, quella forza, gli si rivoltò contro, lo portò a isolarsi sempre di più. A quel punto fui libero di essere l’uomo che ero. In quei mesi d’incertezza, nei giorni senza telefonate, nelle ore con il pensiero sempre a lui, io ero felice. L’uomo che mi impediva di essere uomo se n’era andato – e con lui le sue pillole virili. Nascondi i tuoi problemi. Gli altri non valgono niente. Nessuno è amico. Piangere è da deboli. Tu sei debole. Non so se il suo modo di essere uomo fosse antico, giusto, moderno o sbagliato. Era il modo di un uomo che aveva scelto di essere solo. Se oggi lo incontrassi, gli direi che l’ho deluso a metà: nascondo i problemi, però so piangere, conosco il valore degli altri, ma anche la mia debolezza. Delle persone so poco, il più delle volte mi spaventano, mi chiedo se mi vedano come un nemico. Ma sono diventato me stesso quando ho permesso loro di ferirmi, di tornare a farlo, quando ho scelto di non girarmi dall’altra parte se mia madre piangeva, di non pensare che fosse debole. Quando ho scelto di non rimanere solo. A nove anni temevo mio padre perché odiava la mia sensibilità. A quindici gli invidiavo il carisma, a venti mi chiedevo chi fossi, quale sarebbe stato il mio destino. Se oggi ti incontrassi, ti direi che puoi amarmi senza avere paura di me. Sì, sono quel genere di uomo. Questa è la mia forza.


Adrien Gygax (1989), Francia, autore di Aux noces de nos Petites vertus

Al giorno d’oggi, l’uomo autentico si riconosce dai dettagli. I più attenti riescono a intravederlo furtivamente, per un istante, in alcuni angoli del mondo. No, l’uomo non si erge più davanti a noi, dritto e immobile, eterno e imponente. Un uomo tutto d’un pezzo! Al contrario: discreto e raffinato, rifugge dalle definizioni affrettate e definitive. L’uomo è molto più di quello che sembra. È la risata sincera di un giovane sbadato che non si prende troppo sul serio. È l’impotenza e l’inutilità di un padre che tiene per mano la compagna che mette al mondo una nuova vita. È la tenerezza, il viso pieno di luce, lo sguardo amorevole di un padre rivolto al figlio. È l’ammirazione totale che si impone di fronte a una donna, la convinzione crescente di trovarsi di fronte alla creatura più bella del mondo. È un gruppo di amici che, alticci e spensierati, si ripromettono di rivedersi presto. È una porta lasciata aperta da un adolescente alla ricerca di sorrisi e profumi femminili. È l’ossessione sartoriale di un anziano signore italiano che chiede una spalla camicia e una giacca foderata all’amico sarto. È la potenza fisica usata per difendere il proprio territorio. È l’ingenuità che spinge a voler riscrivere le regole del mondo con indomabile voglia di vivere, ma anche la paura di morire, le lacrime trattenute e gli sguardi rivolti al cielo. L’uomo si dissimula in tutti questi aspetti della vita. È stato fatto a pezzi, schiacciato e torturato, ma rimane lì e non si nasconde. Chiunque può vederlo, basta desiderarlo. Non serve altro che un po’ di acume per individuare migliaia di uomini degni d’ammirazione e iniziare ad amarli. Per farli apparire nella loro sorprendente bellezza basta un po’ di tenerezza. L’uomo di oggi, e di sempre, ha bisogno della tenerezza. L’uomo ricerca la tenerezza. La sua mancanza può essere drammatica. Di tutto il resto, invece, può fare a meno.


Mikkel Rosengaard (1987), Danimarca, scrittore e romanziere basato a New York City

Per gli antichi, ciò che rendeva un uomo uomo era l’ordine. Un uomo si opponeva al caos. Un uomo era cultura, lottava per il controllo. La sua lotta era destinata all’insuccesso. Un giorno, il lupo ululerà, le catene si spezzeranno. Il lupo ingoierà il sole, la nave dei morti sarà sciolta dagli ormeggi. Un’era tempestosa, un’era selvaggia, prima che il mondo cada. La natura è più forte dell’uomo. Crescono campi non seminati. La vivificatrice forza distruttrice del sole. Le fanciulle, provenienti dal mondo di Jötunn, onnipotenti. Eppure, lui mantiene la sua posizione. Ecco cosa rende un uomo uomo, lui continua a lottare quando ogni altra speranza è perduta. Una donna genera la vita dalla carne, partorisce attraverso la forza della natura. Un uomo è come un artigiano, trasforma la materia che esiste già. Scolpisce nuove figure dalla creta del vecchio. L’artigiano di talento lascia che le sue mani siano guidate dal divino. Attraverso la sua forza, instilla la vita nell’arte. Nessuno nasce uomo, donna: essi sono forze che portiamo con noi, facce della stessa medaglia. Il vecchio, il nuovo. Il maschio, la femmina. Vita, arte: sono un processo, una ruota che gira. Ciò che rende forte un uomo è essere come Loki: allo stesso tempo uno Jötunn e un Aesir. Un uomo nelle sembianze di un falco; trasformato in salmone; una cavalla che alleva un puledro a otto zampe. Un uomo che è maschio e femmina, un uomo che sogna nuove forme per sé stesso. Ciò che evoca non sono illusioni. Perché coloro che controllano l’immaginazione modelleranno il mondo di domani.


Màrius Serra (1963), Spagna, gestisce un sito trilingue dedicato a giochi di parole. Ramon Llull Award nel 2006

La prima risposta, oggi e sempre, è la donna. La donna fa l’uomo. È un fatto biologico che si è ripetuto nel corso della storia della nostra specie, perché qualsiasi uomo è nato da una donna e questa banalità rende evidente che l’identità è varia tanto quanto lo sono i colori dell’arcobaleno. Anche in questioni di genere. Se c’è qualcosa che caratterizza l’uomo di oggi è il fatto che ha iniziato a esplorare il rovescio degli attributi che gli erano stati assegnati nel passato, come chi scopre che la luna ha una faccia occulta che completa la sfera. Viviamo un’epoca di rinascita degli esploratori. Come l’uomo di ieri si lanciò a esplorare ogni angolo della sfera terrestre per disegnare le mappe del nostro mondo, cos¡ l’uomo di oggi ha messo la macchina fotografica che ha negli occhi nella posizione di selfie per poter esplorare la propria interiorità. Nell’era digitale, le informazioni che giungono dall’esterno sono così prolisse che la nostra mente è perennemente concentrata sugli stimoli esterni e, pertanto, è il momento di attivare il self-GPS. Solo così l’uomo di oggi può scoprire le altre facce delle stesse medaglie, come quella della durezza, che è la fragilità, quella della forza, che è la tenerezza, e quella della supremazia, che è l’empatia. Tutti questi scenari non gli sono sconosciuti, ma spesso li associava solo all’infanzia e alla femminilità, spesso considerate appassionanti come un gioco infantile, ma prive della reale importanza che hanno le faccende serie. Ora si rende conto del suo errore. L’uomo d’oggi recupera verbi dell’infanzia: gioca, piange, si maschera, abbraccia. Nella sua riscoperta del gioco, si rende conto che le regole sono variabili ed è nella consapevolezza della variabilità di queste regole che si trova il piacere di giocare. L’uomo di oggi arriva a una conclusione importante: la saggezza è flessibilità, non rigidità. Se la specie umana è arrivata fin qui senza che tutto andasse in frantumi è stato perché la flessibilità ha superato la rigidità. L’uomo di oggi scopre che ascoltare è importante tanto quanto parlare. Il vero Homo Sapiens è l’Homo Ludens.


Philip Warkander (1977), Svezia, docente di Fashion Studies alla Lund University

Essere un uomo significa essere una persona. Essere una persona significa far parte di un contesto, un’entità più grande di noi stessi. Gli individui sono uniti fra loro da fili invisibili. Come le radici degli alberi, diamo energia e sostegno gli uni agli altri. Siamo tutti gocce dello stesso mare. Assumiamo una forma singola per un tempo limitato, prima di tornare a far parte delle onde eterne di un mare sconfinato. I legami fra le persone, però, non sono visibili a occhio nudo. Soltanto concentrandoci possiamo percepirli e, per questo, tanti vedono il viaggio della vita come un’esistenza solitaria e difficile. La moda ci fornisce gli strumenti per esaltare quanto di unico c’è in noi. Anche se tutti indossiamo vestiti, la nostra individualità è messa in rilievo nel rapporto tra noi e la moda. I pantaloni che portiamo, il punto delle spalle su cui appoggia il maglione, il modo di avvolgere il foulard di seta al collo: sono queste le strade percorribili per esplorare chi siamo e chi vogliamo essere. Al contempo la moda è lo strumento per la conoscenza reciproca: i nostri abiti sono una sorta di segnale che ci aiuta a trovare altri individui con pensieri, idee e interessi simili ai nostri. La moda riveste dunque una doppia funzione sociale: da un lato stimola la nostra indipendenza, dall’altro ci rende parte di un gruppo più grande. Attualmente la mascolinità è un concetto molto dibattuto. Per alcuni è indice di forza e strategia. Per altri è un ideale desueto, qualcosa da mandare al macero della storia, da sostituire con modi più sfaccettati di comprendere le differenze di genere. L’importante, dunque, è rendersi conto che esistono diversi modi per essere un uomo e che abbiamo tutti il diritto di conoscere meglio ed esprimere il nostro lato maschile. L’elemento centrale nell’essere oggi un uomo – e una persona – è lasciarsi guidare dalla propria curiosità, mantenendo un atteggiamento aperto nei confronti di quello che non si conosce. Lasciare che la curiosità rappresenti la forza propulsiva della vita. Non dare per scontate le vecchie verità. Essere umili nei confronti di quanto si sa già, ma anche di quanto ancora non si è imparato. Utilizzare la moda non tanto per seguire le tendenze del momento, ma per plasmare la nostra personale sensibilità allo stile.


Steve Yarbrough (1956), USA, docente di scrittura, Letteratura ed Editoria all’Emerson College di Boston. Massachusetts Book Award per The Unmade World nel 2019

Nel 1977, al mio secondo anno di college, smisi di giocare a football americano, uno sport in cui squadre di energumeni con tanto di casco cercano di farsi a pezzi a vicenda. Diciotto mesi dopo, da specializzando in inglese alloggiato in un modestissimo motel, mi ritrovai seduto sul mio letto con la professoressa C. Era la mia preferita, la prima donna a insegnare letteratura all’Università del Mississippi. Mi aveva telefonato poco prima per chiedermi se poteva passare, perché aveva qualcosa da dirmi. Ero innamorato perso di lei. Era schietta e carismatica, e andavo alle sue ore di ricevimento ogni settimana. Possibile che ricambiasse il mio amore? In realtà, era venuta per confessarmi che era lesbica e aveva una storia con una dottoranda, che per altro conoscevo. Ne avevano parlato a lungo e volevano che sapessi della loro relazione anche se – trovandoci in Mississippi, lo Stato più timorato di Dio del Paese –, probabilmente avrebbe perso il posto se la facoltà l’avesse scoperto. ‘Te lo sto confidando’, disse, ‘perché per me sei speciale e mi fido di te. Sei un brav’uomo, Steve’. Prima di allora, non mi ero mai considerato un uomo. Tutt’al più un bimbo sperduto un po’ cresciutello, che si era dilettato nel corpo a corpo con altri giovani esemplari di sesso maschile, cercando di imporre su di loro la mia volontà nel gioco più brutale e militaresco mai inventato. Il football americano è uno sport che i ragazzi in genere intraprendono in piena crisi puberale, quel crudele limbo che, per alcuni sventurati, dura per sempre. Per me, l’età adulta iniziò proprio il pomeriggio in cui la professoressa C mi fece quella visita. Essere uomo significa anche ascoltare la voce delle donne, soprattutto quando mi dice cose che forse preferirei non sentire. È questo che conta davvero, oggi più che mai. Oggi che le ferite a lungo nascoste di così tante donne sono venute allo scoperto. Oggi che il mio Paese è governato da un narcisista che si vanta di saper imporre il suo volere sui loro corpi.


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