Antoine Geiger, SUR-FAKE

Text Gloria Frezza

Sara le aveva provate tutte. Concretamente, tutte. Il primo errore era stato concedere il beneficio del dubbio all’idea di sua madre di iscriverla agli scout. La prospettiva di trascorrere gli anni migliori della sua gioventù a tremare di freddo in una tenda cantando kumbaya, le era stata presentata come rosea in confronto alla ‘brutta gente che puoi beccare su internet’. Da quell’esperienza aveva rimediato vari arti lussati e i suoi due primi fidanzati: uno attualmente frate a Borzonasca e l’altro ai domiciliari per spaccio. Inconveniente che, in ogni caso, realizzava il di lui sogno di vivere per sempre con mammà. Dopo aver constatato che la vita reale non dava le soddisfazioni sperate, Sara era finalmente approdata online. Non prima di aver accusato sua madre di ingannarla con l’illusione fumosa del suo matrimonio felice con un uomo incontrato in terza elementare.

Giacomo l’aveva conosciuto su Badoo e per le prime due settimane era stato tutto fantastico. Aveva il corpo (e le foto) di un surfer australiano, pur essendo registrato a Fara Sabina, eppure in chat mostrava verso di lei una maturità quasi paterna (oltre a una strana ossessione per i piedi). Inspiegabilmente tendeva a ritardare l’incontro di persona, ma non disdegnava foto osé e sexting di quando in quando. Sara si era convinta che su internet le regole fossero diverse e che chiedere un incontro ‘al tipo di Badoo’, come lo avevano rinominato le sue amiche, violasse qualche non ben definita ‘carta dei doveri dell’utente medio’. Quindi, aveva aspettato. Lei e Giacomo avevano trovato un equilibrio, neppure i like che metteva ad altre ragazze l’avevano insospettita o vagamente allarmata. A scoppiare la sua bolla rosa era stata una delle sue amiche, giunta con il dito all’insù a puntualizzare che il suo rapporto con Giacomo assomigliava più a quello di due vecchi amici di penna, che a quello di due amanti. Penna? Proprio lei che era stata così moderna da usare Badoo quando ancora le sue coetanee si telefonavano a casa. Sara aveva riparato al torto chiedendo a Giacomo un meet and greet immediato, pena la fine di tutte le comunicazioni. Il giorno stabilito per l’incontro, con indosso la minigonna più promettente che il suo armadio poteva offrire, aveva scoperto il significato della parola, anch’essa molto moderna, ‘catfish’. Giacomo era, in effetti, un uomo di 45 anni con moglie e figli, che si era iscritto su Badoo per ‘svagarsi un po”. Le foto le aveva prese, ironicamente, proprio dal profilo di un surfista australiano. A sua difesa quel giorno si era molto scusato, aggiungendo che se ogni tanto avesse ancora voluto inviargli qualche foto dei suoi piedini, lui ne sarebbe stato contento.

Alla rivelazione era seguito un periodo tetro e un rifiuto, da parte di Sara, di utilizzare internet anche soltanto per verificare il meteo. Poi aveva cambiato città e le cose erano migliorate: tra i banchi dell’università aveva stretto la mano a Dario. Da subito, c’era stata una connessione speciale. Era un ragazzo intelligente,  gentile. Gli piaceva ascoltarla parlar male delle sue amiche e non si annoiava quando uscivano per lo shopping. Perfetto come solo i membri delle boy-band sanno essere, con Dario era stato subito amore. Nella sua ubriaca felicità momentanea, Sara si era trovata persino a dare nuovamente ragione a sua madre (per la seconda volta nella vita): forse non c’era bisogno di connettersi al wi-fi per incontrare l’anima gemella. Un anno e sei mesi dopo era ancora felice, Dario era puntuale agli appuntamenti, bravo con i regali  e niente male a letto. Forse proprio in virtù di questa conclamata fiducia nei suoi confronti, un giorno che Dario si faceva una doccia nel suo appartamento, Sara aveva deciso di esplorare il suo cellulare. Dopo la procedura si era sentita, contemporaneamente, sciocca e fortunata dato che Dario ne era venuto fuori pulito come il pavimento di una sagrestia. Era successo una mattina di febbraio, con i suoi colleghi discutevano di app per dating con Sara che si era lanciata in un’invettiva contro Giacomo, e qualcuno aveva puntualizzato l’esistenza di un’app Lgbt di nome Grindr. Era sicura si trattasse di mera curiosità scientifica mentre la googlava, qualche giorno dopo, sul computer della sua coinquilina. Mai giorno fu più propizio per lamentarsi della propria memoria fotografica di quello in cui, guardandone l’icona sul desktop, Sara si era ricordata di aver visto Grindr sul cellulare di Dario. Il resto è storia. Dopo un’intensa seduta di negazione assoluta, Dario aveva confessato. A cinque anni da quella Caporetto, Dario conviveva con Jean, in erasmus da Grenoble.

L’anno successivo era trascorso nella più completa disperazione.  Sara si era iscritta a qualsiasi sito per incontri esistente sul pianeta, con risultati discutibili. Aveva provato Meetic, ma dopo una lunga serie di settantenni che le offrivano quanto restava della loro pensione per un po’ di compagnia, l’unica cosa che era riuscita a racimolare era il numero di un collega di suo padre. Aveva provato Lovoo, finché uno dei suoi vicini di casa non aveva suonato al campanello per controllare se stesse davvero studiando. Aveva provato The Inner Circle, ma l’aveva cancellato alla terza richiesta di curriculum allegato alla foto. Aveva provato Bumble, ma quando aveva finalmente trovato qualcuno di simpatico lui le aveva chiesto di chiamarlo ‘schiavo’. Aveva persino dato retta ad una sua vecchia amica, catechista, che aveva trovato suo marito sul sito cattolico di incontri Cantico dei Cantici. Ne era fuoriuscita più triste di prima, dopo un affascinante dibattito su Sant’Agostino condiviso con un seminarista indeciso.

A Tinder si era iscritta contro voglia, più per completare la collezione che per interesse. Aveva fatto match con qualche tipo interessante, ma tutti cercavano solo del sacrosanto sesso occasionale. Jonas le aveva scritto il giorno che aveva deciso di cancellarsi. Lei, ovviamente, lo aveva interpretato come un segno del destino. Le era piaciuta la sua avversione alle etichette,  la sua volontà di ‘conoscerla’. Avevano chattato per un po’, si erano scambiati Instagram e dati un appuntamento. Lui era per metà brasiliano e lavorava in un bar del centro: aveva gli occhi grandi, sapeva usare il congiuntivo e, sopratutto, il suo profilo non era fake. Quando si erano visti Sara si era sentita bene, avevano riso, bevuto e alla fine erano andati a letto insieme. Entro il giorno successivo, le sue amiche l’avevano benedetta con oracoli su un matrimonio felice e chi non l’aveva ancora fatto si era iscritta a Tinder. Non si erano sentiti in quelle ore, ma per Sara era impegnato a lavoro. Lo aveva salutato lei, ma Jonas non aveva risposto. Non lo aveva fatto per due giorni, poi tre, poi una settimana. In breve Sara si era accorta di essere stata bloccata su qualsiasi social network e aveva imparato il significato di ‘ghosting’.

Oggi Sara sta bene. Parla ancora con sua madre ogni sera, si è laureata e ha cominciato un corso di pugilato. Quando si annoia fa qualche swap su Tinder e nella vita si diverte a raccontare le sue disavventure con la tecnologia. Il mese scorso era innamorata di un bagnino di Castellaneta Marina, ma sul mese prossimo non promette niente.