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La scultura di 18 metri di Damien Hirst Demon with a Bowl, che campeggiava nell’atrio di Palazzo Grassi durante la monografica dell’artista britannico Treasures from the Wreck of the Unbelivable del 2017, è stata venduta per 14 milioni di dollari. L’originale sarà presto ricollocata a Las Vegas – quella che è stata esposta a Venezia, per ragioni logistiche, ovvero per non affondare, era stata realizzata in resina e non in bronzo.

Gli acquirenti dell’opera sono i due imprenditori alberghieri Frank e Lorenzo Fertitta che hanno dichiarato di volerla esporre nella piscina del loro Palms Casino Resort, ora in costruzione. A fare compagnia al demone, altre opere di quel che fu l’esponente principale del movimento dei Young British Artists, tra cui uno dei suoi squali in formaldeide. Damien Hirst avrà nel resort anche un bar a lui dedicato: The Unknown Bar. Martini, pool-party, palme, slot machine condividono lo spazio con seni rifatti e sculture di arte contemporanea.

Che rimane dell’arte quando non sono più i borghesi ad acquistarla? Per classe borghese si intende l’unione triadica di rigore intellettuale, moderatezza e disponibilità economica. Nel mondo contemporaneo disporre di soldi coincide sempre meno con l’avere un’istruzione e un gusto estetico, a sua volta chi ne dispone non ha i soldi per acquistare arte – il lavoro intellettuale è sempre più deprezzato. I numeri parlano chiaro. Nella classifica dei 200 collezionisti più influenti al mondo del 2018 redatta come ogni anno da Art News in cima abbiamo tre colletti bianchi: il magnate russo Roman Abramovich, con il quale il Chelsea ha vinto diciassette trofei ufficiali, l’investitore indonesiano Haryanto Adikoesoemo e l’iraniano Mohammed Afkhami, fondatore e managing partner della società di materie prime di Dubai MA Partners.

I ricchi delle economie emergenti (e già emerse) sono i detentori del gusto. Talvolta anche del cattivo gusto: nell’estate del 2015 in Germania sono stati venduti a milionari cinesi, russi e arabi per centinaia di migliaia di euro alcuni acquerelli raffiguranti castelli della Baviera, nature morte e fiorellini che portano la firma di Adolf Hitler. Una ricca coppia californiana, Mr. e Mrs. Lane, ha acquistato quest’estate opere dell’artista Andrea Chichesi che raffigurano Fedez e Chiara Ferragni come l’arcangelo Gabriele e la Madonna.

La cultura si sposta, emigra. Nel novembre 2017 il Louvre ha aperto una sua sede ad Abu Dhabi nel nuovo distretto culturale di Saadyat a largo della capitale degli Emirati Arabi. Il museo vestito dall’architettura del francese Jean Nouvelle ospita più di seicento capolavori tra dipinti, sculture e manufatti, più trecento altre opere d’arte ‘in prestito’ dal Louvre di Parigi e altri musei francesi. Cinquecentoventi milioni di dollari: questo il costo del brand Louvre, che gli emiri potranno usare per i prossimi trent’anni. Altri settecentoquarantasette milioni sono stati spesi in vista di consulenze e prestiti futuri dalla sede di rue de Rivoli. Il Louvre non è la sola istituzione culturale occidentale a essersi delocalizzata; anche la New York University ha aperto una sede ad Abu Dhabi. L’elenco non è finito: l’8 luglio 2006 Abu Dhabi aveva annunciato la firma del contratto stipulato con la Solomon Guggenheim Foundation per la costruzione di trentamila metri quadri di museo sempre sull’isola di Saadiayat. Il Guggenheim di Abu Dhabi aprirà quest’anno e il progetto porta la firma di Frank Ghery.