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Michelle LaVaughn Robinson, figlia di un impiegato comunale e di una segretaria, da bambina sognava una famiglia, un cane e una casa su due piani. Studentessa modello a Princeton e Harvard, è diventata Michelle Obama indossando un velo bianco ormai più di un quarto di secolo fa, e madre di due figlie grazie alla fecondazione assistita. Tutto questo ci interessa perché è stata la prima first lady afroamericana degli Stati Uniti. Becoming, ‘diventare’, è il titolo del suo libro, uscito il 13 novembre 2018 e giunto alla sesta ristampa con sei milioni di copie stampate in tutto il mondo e tradotto in quarantuno lingue.

Mio padre, Fraser, mi ha insegnato a lavorare sodo, ridere spesso e mantenere la parola data. Mia madre, Marian, mi ha mostrato come pensare con la mia testa e far sentire la mia voce.

Michelle oggi ha cinquantacinque anni e sa di avere una voce potente. La usa per collocarsi quanto più lontano possibile dal Presidente in carica, Donald Trump.

Fin da quando ero piccola ero convinta che fosse importante prendere posizione contro i bulli e non abbassarsi al loro livello. E, per essere chiari, ora avevamo di fronte un bullo, un uomo che, tra le altre cose, umiliava le minoranze e manifestava disprezzo per i prigionieri di guerra.

Non fa sconti a chi ha preso il posto del marito, uomo che ha emanato leggi come l’Obamacare, allargando la copertura sanitaria a trentadue milioni di cittadini che prima non potevano accedere al servizio medico nazionale, confermando la legge sulla Sanità il maggior successo di Barack in politica interna. Non fa sconti a Trump, che si permette di insultare la rivale Hillary Clinton. La importunava mentre lei parlava, le stava troppo vicino, cercava di oscurare la sua presenza con la propria. Le donne passano la vita a tollerare questi affronti: fischi di ammirazione, palpeggiamenti, aggressioni sessuali, oppressione. Sono cose che ci feriscono. Fiaccano la nostra forza.

Quando si tratta di difendere le donne, Michelle diventa una leonessa: è una di quelle donne che amano le donne, capace di un cameratismo tipicamente maschile.

Si circonda di uno staff al femminile durante gli anni alla casa Bianca e, quando può, organizza fine settimana con le amiche rigorosamente men free a Camp David, la tenuta presidenziale in mezzo ai boschi nelle montagne del Maryland. Li soprannomina Boot Camp, centro addestramento reclute, quei fine settimana. Michelle ama l’idea di essere rigorosa quando si tratta di amicizia. Questi incontri sono ogni due mesi circa: le amiche sono persone realizzate e superimpegnate, di cui lei si faceva portabandiera con il motto ‘Mi spiace, gente, ma questa volta penso prima a me’.

Durante i fine settimana facevamo un sacco di attività fisica e parlavamo, parlavamo, parlavamo. Condividevamo le nostre riflessioni ed esperienze, offrendoci a vicenda consigli o storielle divertenti o, a volte, solo la certezza, a chi in quel momento si stava sfogando, di non essere la sola ad avere un figlio in piena crisi adolescenziale o un capo che non sopportava. Le mie amiche mi rendevano più completa.

Non si è appoggiata a uomini per le dodici tappe sold out del tour di presentazione di Becoming nel 2018, più ventuno aggiunte in un secondo momento e previste tra febbraio e maggio 2019 negli Stati Uniti, in Canada e in EuropaHa scelto come moderatrici Oprah Winfrey, l’attrice Sarah Jessica Parker, la giornalista Michele Norris, la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie e molte altre professioniste.

Nelle cinquecento pagine di Becoming Michelle invita il lettore a seguirla nel South Side di Chicago, all’asilo Bryn Mawr. È una bambina determinata che non accetta sconfitte, nemmeno quando si tratta di riconoscere dei colori su un cartoncino. Era in atto una sottile selezione e i bambini che non andavano oltre il rosso si sentivano umiliati. Era il 1969, nessuno parlava di autostima. Michelle riesce a leggerli tutti tranne uno e torna a casa ossessionata di dovercela fare. Ero sicura che la maestra mi avesse ormai classificata come una che non sapeva leggere o, peggio, che nemmeno ci provava. Il giorno seguente, mentre la classe si prepara per altre attività, lei insiste talmente tanto per essere interrogata di nuovo che la maestra cede, Michelle riconosce tutti i colori e si aggiudica la stellina dorata di carta riservata ai migliori.

Durante la seconda elementare per non rischiare di perdere un anno a causa di una maestra poco professionale, insieme a un paio di altri compagni e sotto forte pressione della madre Marian, viene tolta dalla classe, sottoposta a una batteria di test e reinserita in una terza brillante ed educata. Un mix di determinazione personale e fiducia da parte degli adulti che la circondano e le insegnano che la sua voce conta.  Fu un cambiamento piccolo, ma di quelli che danno una svolta alla vita. Ora che sono adulta, mi rendo conto che i bambini capiscono sin da molto piccoli quando vengono presi alla leggera, quando gli adulti non sono abbastanza interessati ad aiutarli a imparare.

Da sempre Michelle organizza la sua vita secondo liste di cose da fare che ama spuntare una volta portato a termine l’impegno. Liste di cose che riguardano lo studio, il lavoro e la vita privata, come decidere che è arrivato il momento di baciare un ragazzo. Fu proprio al telefono che decisi a chi avrei dato il mio primo bacio. Non ricordo chi dei due propose di incontrarci fuori da casa mia per provare a baciarci, ma non ci fu bisogno di eufemismi per alludere a quello che avevamo in testa. Avremmo pomiciato. Ed eravamo d’accordo entrambi.

Racconta anche di quando passava con l’autobus della scuola davanti alla zona finanziaria lungo Van Buren Street, dove la vista diventava interessante. Attraverso il finestrino, osservavo uomini e donne vestiti alla moda – in abiti eleganti, tailleur e tacchi rumorosi – portarsi al lavoro il caffè accelerando come per darsi un tono. Non sapevo ancora che le persone come quelle erano chiamate professionisti. Ma la loro aria mi piaceva. Fantastica un giorno di essere come loro, peccato che poi quando quel giorno arriva, lei non è davvero felice. Dove ha sbagliato? Dopo la laurea, con l’impiego nello studio legale Sidley Austin già guadagna più di quanto i suoi genitori avessero mai fatto, ma si sente in colpa per non riuscire a gioirne. Il mio problema era che, essendo una junior associate, il mio lavoro non richiedeva una vera interazione con i clienti, mentre io ero una Robinson, plasmata dall’amore istintivo di mio padre per la folla. Bramavo qualsiasi tipo di interazione.

È il 1989 e viene nominata tutor dello stagista estivo Barack Obama, uno studente di origini hawaiane più grande di lei ma ancora iscritto alla facoltà di legge. Barack aveva creato scompiglio ancora prima di iniziare, si era sparsa la voce che, secondo uno dei suoi professori di Harvard, fosse lo studente di legge più dotato che avesse mai conosciuto. Michelle è scettica, per la sua esperienza basta mettere un completo a un nero di intelligenza media, e i bianchi vanno fuori di testa. Poi lo conosce e si ricrede. Barack era serio senza prendersi sul serio. Aveva modi disinvolti ma rivelava un’insolita potenza di pensiero. Era una combinazione strana e stimolante.

Michelle desidera solo una vita ordinaria. Barack rompe la linearità della sua esistenza mostrandole un nuovo modo di ragionare, un punto di vista diverso da cui osservare il mondo.

I due s’innamorano, si sposano e Michelle trova finalmente la sua strada nel sociale occupandosi d’integrazione. È tutto perfetto ma dopo qualche tempo e tanti tentativi ancora non riescono ad avere un bambino. A quanto pare, persino per due tipi intraprendenti, legati da un amore profondo e con una robusta etica del lavoro decidere di avere un bambino non basta.

Una volta un test risulta positivo ma dopo qualche settimana perdono il bambino. Un aborto è un’esperienza solitaria, dolorosa e demoralizzante a livello quasi cellulare. Quando ti succede, tendi a considerarlo un fallimento personale, e invece non lo è. O una tragedia, e non è nemmeno quella. Quello che nessuno ti dice è che gli aborti capitano di continuo, a più donne di quante immaginiamo, dato il relativo silenzio che li circonda. Alla fine si rivolgono a un ginecologo che indica la fecondazione in vitro come possibile soluzione ai loro problemi. Dopo il primo tentativo, Michelle rimane incinta e il 4 luglio 1998 nasce Malia Ann Obama. Per la nascita di Natasha detta Sasha basta invece un solo ciclo di stimolazione alle ovaie. Non mi ci vollero né tempo né troppe riflessioni per essere pienamente assorbita dal mio ruolo di madre. Sono una persona che ama i dettagli, e cos’è un neonato se non uno scrigno di dettagli?

C’è chi ha definito questo libro un mezzo per tastare la popolarità della signora Obama in vista di una possibile candidatura alle prossime presidenziali. Il suo è un no che non lascia spazio a ripensamenti. Becoming è un manifesto della repulsione verso la vita politica.

Siamo fatti in maniera diversa, io e mio marito, ed è una delle ragioni per cui uno di noi ha scelto la politica e l’altro no (…) E quando quei quattro anni sarebbero passati, avremmo davvero finito, ed era la cosa che mi rendeva più felice. La fine della nostra vita politica compariva finalmente all’orizzonte.

Sono passati dieci anni da quella vittoria e la famiglia Obama è rimasta a vivere a Washington, distante solo pochi isolati dall’indirizzo più famoso del mondo.

Oggi è una ex first lady, liberata dai servizi segreti e dall’agenda di Stato si gusta la novità di una casa vuota. So che è strano da dire, ma prendere un piatto in cucina senza che nessuno insista a farlo per me, starmene lì a guardare il pane abbrustolire è la cosa che più di ogni altra mi dà la sensazione di un ritorno alla mia vecchia vita. O forse è il primo passo nella nuova.