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La dicotomia naturale-artificiale è materia di riflessione per la quattordicesima edizione, appena conclusa, di Design Miami/Basel a Basilea. Element’s: Earth è il tema generale della fiera, attorno al quale ruotano le opere dei designer e artisti esposti. «Quali possibilità si stanno configurando per re-immaginare il modo di usare le risorse del pianeta?». La domanda di Aric Chen, direttore curatoriale, assume valore oggi, quando in tutti i settori ci si mobilita in nome della sostenibilità per limitare i danni di un’eccessiva civilizzazione.

Torna attuale il mito del buon selvaggio – per Rousseau l’uomo primitivo che vive a contatto con la natura è buono, in armonia con l’ambiente che lo circonda, non corrotto dall’artificio del progresso. Anacronistico pensare di tornare primitivi, di rinunciare a quanto l’uomo ha creato nel corso dei millenni – poesia, musica, arte – proprio in virtù dell’aver vissuto in società e nella storia. Abbiamo plasmato la materia mettendoci dentro la nostra visione del mondo, elogiandolo o demolendolo. Attraverso l’arte abbiamo spesso immaginato come potesse essere il futuro.

Appare minaccioso. Ha il plot di un romanzo o di un film distopico in cui vince la sperequazione sociale, l’ingiustizia, il potere del denaro, in cui l’inquinamento porta a esiti catastrofici come morie ed epidemie zombie. Orwell è l’iniziatore, in epoca moderna, di una trafila di opere che parlano di un futuro in cui non vorremmo vivere. Gli fanno eco le serie tv degli ultimi anni, a ogni livello di qualità – The Handmaid’s Tale, The Walking Dead, Altered Carbon. Della brasiliana 3% è appena stata rilasciata la terza stagione: ci proietta in futuro in cui il mondo è diviso in empireo terreno e favela; per accedere all’empireo, chiamato ‘Offshore’, occorre superare una serie di prove: solo il tre percento dei candidati passa la selezione.

Se il futuro lo immaginiamo, il presente ha un nome: Antropocene. È un’era geologica che esaspera l’umanesimo – l’uomo è al centro del pianeta, lo ha modificato strutturalmente rendendo di difficile individuazione il confine tra naturale e artificiale. Il termine fu introdotto negli anni Ottanta dal biologo Eugene F. Stoermer, poi ripreso nel 2000 dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, che titolò un suo libro ‘Benvenuti nell’Antropocene’. Viviamo nell’Antropocene da quando Newcomen con la macchina a vapore trasformò per primo l’energia chimica in energia meccanica decretando l’inizio della Rivoluzione Industriale (piuttosto che di Antropocene, c’è chi parla di Capitalocene, attribuendo le responsabilità di una simile deriva non all’uomo in generale, ma all’uomo occidentale, dal Capitalismo in poi, ndr.). Il tema del ruolo del design nell’età dell’Antropocene percorre l’intera rassegna internazionale, prestandosi sia a progetti contemporanei nella sezione At Large, sia ad alcune opere storiche esposte dalle quarantacinque gallerie partecipanti nelle altre sezioni della fiera, di cui presentiamo qui una rassegna.

Gli scarti elettronici sono la categoria di rifiuti che cresce di più. Secondo il sito The World Count, ogni anno sul nostro pianeta ne vengono prodotti circa quaranta milioni di tonnellate. Soltanto il 20-30% dei rifiuti tecnologici viene riciclato, mentre il restante 70% finisce invece in discariche senza essere trattato correttamente o abbandonato nell’ambiente.

La prima installazione che accoglie il visitatore di Design Miami/Basel è ‘Ore Streams’ di Formafantasma, il duo di designer italiani Andrea Trimarchi e Simone Farresin. Il lavoro, già conosciuto al pubblico milanese per la mostra Broken Nature: Design Takes on Human Survival curata da Paola Antonelli per la Triennale di Milano, si trova nella sezione At Large, quest’anno composta da nove installazioni su grande scala. Sviluppato nel corso del triennio 2017-2019, ‘Ore Streams’ indaga la tematica del riciclaggio dei materiali e-waste, rifiuti elettronici che la società contemporanea dovrebbe cercare di ri-utilizzare. Sebbene la ricerca di Formafantasma, commissionata nel 2017 dalla NGV Triennial di Melbourne, fosse inizialmente dedicata al tema dell’estrazione dei metalli dal sottosuolo, negli anni è evoluta fino a concentrarsi sull’above ground mining – l’attività estrattiva che avviene in superficie grazie allo smaltimento dei dispositivi digitali. Il progetto di Formafantasma, presentato dalla galleria Giustini/Stagetti, espone mobili concepiti per l’ufficio realizzati con vecchi computer, tastiere, dispositivi cellulari.

L’installazione Bleached II di Erez Nevi Pana, presentata da Friedman Benda, indaga sulle conseguenze ambientali dell’estrazione dei minerali dal Mar Morto attraverso la presentazione di oggetti di arredamento incrostati da cristalli di sale. Immergendo strutture d’alluminio avvolte nella spugna di luffa all’interno di un bacino di evaporazione industriale del Mar Morto, dove ogni anno vengono riversate venti milioni di tonnellate di sale – risultato dell’attività estrattiva di potassa e di bromo presente nell’area – il designer israeliano re-immagina le possibilità produttive derivanti dall’interferenza tra l’attività umana e la natura.

Metamorphism’ di Shahar Livne, della galleria VIVID, esplora la possibile evoluzione dei materiali, ora che la plastica è diventata parte integrante della composizione del pianeta. Gli oggetti creati da Livne sono una combinazione di frammenti di plastica e minerali sottoposti alla pressione e al calore in modo da simulare i processi geologici della Terra. Tali creazioni vengono accompagnate e messe in dialogo con un’installazione video dell’artista Alan Boom, che vuole riflettere sul concetto della plastica come ‘iper-oggetto’, immortale in quanto non biodegradabile.

L’inclinazione verso l’utilizzo di forme antropomorfe e biomorfe è al centro del progetto espositivo della Carpenters Workshop Gallery, che quest’anno propone una poltrona di Atelier Van Lieshout, realizzata in bronzo ricoperto da feltro di pecora e dall’aspetto di un fossile, e una credenza avvolta nella pelle di pesce Pirarucu, di Campana Brothers. Sempre di Campana Brothers vengono presentati una mensola e un lampadario in bronzo della serie ‘Noah’, caratterizzati dalla presenza di oggetti surreali ispirati a sembianze animali.

Curio, Nilufar

La sezione Curio è quest’anno la più ampia nella storia della fiera e comprende quattordici installazioni, tra cui quella dedicata al lavoro di Piero Portaluppi, presentata da Dimoregallery. Intitolata ‘PIERO!’, l’esposizione rende omaggio all’architetto milanese i cui pezzi, disegnati tra il 1926 e il 1929 per una casa privata, dialogano con le opere di altri maestri italiani e internazionali. Al centro dell’installazione si trova una credenza, la cui parte superiore è composta da uno specchio incorniciato con legno argentato. Dietro, un tavolo in ebano con due cassetti, accompagnato da un candelabro, alcune sedie in bambù provenienti dalla serie ‘Rising sun’ di Gabriella Crespi e da due lampade del 1959 di Angelo Lelii, il designer dell’illuminazione nell’era modernista fondatore dell’azienda Arredoluce.

I mobili vengono messi in relazione con l’arazzo L’Amateur de Parfums, realizzato in seta e lana pettinata con la tecnica della lavorazione a mano di Aubusson, ideato dal designer francese Pierre Marie Agin. Conclude lo stand un tavolo basso in mogano, sempre di Portaluppi, accompagnato da due poltrone del 1952 del designer finlandese Antti Nurmesniemi e la lampada da terra Grip di Achille Castiglioni – l’ambiente ricorda la casa di James Gatz descritta da Francis Scott Fitzgerald nel libro The Great Gatsby, tra Art Déco, tardo Barocco e Modernismo.

Fanno parte della rassegna anche mostre personali, tra cui la prima presentazione a Design Miami/Basel di alcuni mobili dell’architetto messicano Luis Barragán, esposta da SIDE Gallery di Barcellona. La galleria, specializzata nel design latino-americano del Ventunesimo secolo, mette in dialogo alcune opere realizzate negli anni Cinquanta da Barragán con i lavori di designer contemporanei quali Frida Escobedo, Daniel Steegmann Mangrané e Sabine Marcelis. Lo stand, ispirato alla sensibilità per il colore dell’architetto, presenta mobili disegnati per arredare la Casa del Pedregal, una villa commissionata dall’amico dell’architetto Eduardo Prieto López ed edificata nel 1950 all’interno dei Giardini Pedregal, progettati dallo stesso Barragán per riqualificare una zona di Città del Messico ricoperta di lava vulcanica. Tutti gli oggetti in mostra sono stati realizzati con legno di sabino. Uno sgabello con elementi in pelle e alcuni armadi appartenenti alla cucina della dimora. L’esposizione viene infine completata con una collezione di lampade da tavolo in ceramica disegnate dall’architetto in collaborazione con il ceramista messicano Hugo X. Velázquez.