Han Kang, Atti Umani, Adelphi

Han Kang, scrittrice sudcoreana e vincitrice del Man Booker Prize nel 2016 con La Vegetariana, scuote con un romanzo che è violento, doloroso come una ferita che si riapre, ricominciando a sanguinare. È Atti Umani, edito in Italia da Adelphi, in cui il colpo di Stato militare avvenuto nel Sud Corea nel 1980 diventa il palco di ‘il coro polifonico dei vivi e dei morti di una carneficina mai veramente narrata in Occidente’, come segna il risvolto del libro.

Storie di morte – chi è stato ucciso da un soldato, a soli tredici anni; chi è morto in galera, anche dopo la scarcerazione, lasciando residui di dignità sotto i manganelli dei soldati; chi è stroncato dalla censura, che gli impedisce di parlare e di raccontare ciò che ha visto.

Fra le pagine si scopre una realtà mai venuta a galla, una storia di umanità violata così terribilmente recente da far impallidire un lettore attento. Olocausto, foibe, gulag – le abbiamo conosciute, il nostro vicino ha provato il freddo del campo di concentramento sulla sua pelle. La penna Monami che perfora la carne dei palmi, conficcata giorno dopo giorno nelle mani dei riottosi, per firmare una confessione – non siamo in grado di vedere il biancore dell’osso che fuoriesce dalla ferita.

Il potere narrativo di Han Kang è quello di testimoniare con sorprendente chiarezza episodi di brutalità che fanno perdere il sonno. Quest’opera non si discosta, nello stile e nel contenuto, dal suo romanzo d’esordio, La Vegetariana. La violenza con cui un padre ingozza una figlia di carne, con cui la lega a una sedia e la schiaffeggia per persuaderla a rinunciare al vegetarianismo, ritorna nel terrore di un popolo che perde il senso di tutela e sicurezza quando l’esercito inizia a sparare ai civili. È l’abbandono da parte di realtà che dovrebbero proteggere, è la violenza di un padre, di un intero Paese, che si rivolta contro un figlio, un cittadino.

Il coro di voci che raccontano questi atti è perfetto come qualsiasi ensemble che si rispetti: le voci sono diverse l’una dall’altra – nessun timbro sovrasta l’altro, le singole voci si uniscono e cantano un’unica canzone.

Affetti da una cancrena emotiva che logora la loro personalità fino a tramutarli in residui di memorie e brutti ricordi, i narratori di Atti Umani raccontano la violenza, la morte, il sangue e il puzzo delle celle affollate di studenti costretti a dormire in ginocchio. È la testimonianza di un dramma umanitario che ha avuto la sfortuna di passare inosservato, che non si è guadagnato l’attenzione di Hollywood, non ha fatto incetta di Oscar, di romanzi best-seller, ma è passato in sordina, come le parole di Han Kang – non si scrive per preservare la memoria, si scrive per dimenticare.

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