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Text Eleonora C. Caruso

La Foret è la traduzione del giapponese ‘mori’ che significa ‘foresta’, in francese ‘foret’ – Laforet è il nome di un department store di Tokyo. Mori come Mori Bulding Company, che possiede il palazzo nel quale lo store ha sede fin dall’ottobre del 1978. Si riconosce per l’architettura tondeggiante. Nonostanti i quindicimila metri quadrati, Laforet non è un centro commerciale ma un organismo vivo: le oltre 120 boutique si spostano, cambiano volto o chiudono a cadenza costante rispondendo ai cambiamenti del quartiere. Laforet si trova nella zona delle Omotesando Hills (una zona paragaonata agli Champs-Élysées di Parigi) – più precisamente, Laforet si trova ad Harajuku.

Harajuku è il quartiere dello street style giapponese. All’inizio degli anni Ottanta, centro del trend retro rock’n roll: qui si trovavano le sedi di Yohji Yamamoto e Comme des Garçons. Negli anni Novanta sono arrivati i brand più sperimentali, come Undercover e A Bathing Ape, apripista per l’Ura-Harajuku-kei – lo stile della Harajuku underground, un movimento giovanile documentato dal fotografo Shoichi Aoki: dal 1997 gli outfit sarebbero stati pubblicati su FRUiTS, la rivista diventata negli anni la bussola per l’evoluzione della moda giapponese.

Nei primi anni Duemila il nome di Laforet ha iniziato a circolare anche all’estero grazie alla crescente popolarità di quelle tendenze e sottoculture giapponesi che proprio a Laforte trovavano avvio, e che oggi compongono in gran parte il termine di sintesi streetwear.

Vale una citazione per il Gyaru – traslitterazione giapponese della parola inglese ‘gal’, coniata da Levi’s nel 1968, quando tra i suoi slogan potevi leggere Levi’s for Gals (in inglese, Gal era la ragazze alla moda tra i diciotto e i venticinque anni). Il termine è andato poi a indicare un gruppo di persone leggermente più vecchio, la cui apparente mancanza di interesse per il lavoro o il matrimonio ottenne una connotazione di infantile. La sottocultura Gyaru – che ha avuto una influenza nell’economia della moda giapponese – prevede capelli sbiancati o tinti, pelle abbronzata, unghie decorate, eyeliner scuro, ciglia finte.

Altra tendenza giapponese più comune, che ricalca le atmosfere di Alice in the Wonderland – è il Gothic & Lolita, termine introdotto dal chitarrista Mana, frontman dei Malice Mizer e dei Moi Dix Mois, che nel 1999 ne ha creato un brand ufficiale, Moi-même-Moitié. La rivista Gothic & Lolita Bible ebbe poi il merito di far conoscere lo stile in tutto il mondo. Trucco dark, ricami e fiocchi su abiti neri abbinati ad accessori bianchi, blu, rossi, viola, calze fin sopra il ginocchio, a volte cappello a cilindro e ombrellino merlettato per rievocare l’epoca vittoriana. I brand che si qualificano come alternativi, o che cavalcano i più recenti trend, occupano i piani interrati de Laforet. Sono presentati da circa venticinque boutique, che continuano a ispirarsi alle varie correnti del Gothic & Lolita: Angelic Pretty, Alice and the Pirates, Metamorphose e Miho Matsuda, sono tra le boutique più longeve a Laforet.

Come accade in molti department store giapponesi, le boutique non sono separate da pareti. Ci sono boutique di make-up, dominato dalla wave coreana. Esiste lo store permanente dedicato all’anime Sailor Moon, aperto nel 2017, che accanto al merchandise tradizionale accosta abiti, accessori e gioielli, spesso frutto di collaborazioni con altri brand. Al costo di 145 euro si possono acquistare gli orecchini della collezione Sailor Moon x Anna Sui, a una media di 350 euro le borse della stessa collezione. Al pian terreno, visibile dalla strada, lo store Vivienne Westwood Anglomania. Il secondo piano è uno spartiacque: si trovano la food court e l’area riposo e wi-fi. Dal terzo piano in poi Laforet abbandona la vocazione underground per proporre un centinaio di boutique di moda mainstream settorializzata – come casual e hip-hop. Il nome dello store resta legato nell’imaginario allo stile alternativo, ma in realtà la maggior parte dello spazio è occupato da questo tipo di negozi – segno della crisi identitaria che l’intero quartiere di Harajuku sta attraversando.

Quando nel 2004 Gwen Stefani cantava Harajuku Girls, l’Ura-Harajuku-kei era già in declino. Fino al 1998 la via Omotesando era chiusa alla circolazione tutte le domeniche per l’’hokosha tengoku’, il paradiso dei pedoni’ che sfociava in Takeshita Dori, passando per Jungu Bashi, il ponte dove si riunivano i cosplayer e le band emergenti. A causa dell’inserimento di quest’area nelle guide di viaggio – e la conseguente affluenza di turisti in cerca dello stereotipo da fotografare – e con riapertura della strada al traffico nel 2004, i giovani creativi di Tokyo hanno perso il loro luogo d’incontro e di libertà espressiva. Il fotografo Shoichi Aoki citato poco sopra, scriveva nel febbraio 2017 un articolo pubblicato su Vice: ‘Se una strada è dedicata al consumo, va bene che resti aperta alle auto, ma i boccioli della creatività hanno bisogno di spazio per crescere’. Nello stesso anno annunciava la chiusura, dopo 233 numeri, di FRUiTS. Non per una crisi delle vendite ma del contenuto: ‘Smartphone e social network hanno contribuito a questa fine – le persone possono soddisfare gratuitamente il bisogno di popolarità con un post. Anche il fast fashion ha avuto le sue colpe: il livello medio dello stile si è alzato, ma anche omologato’. Laforet resta in attivo, dal 2018 a oggi ha aumentato i guadagni del 5%.

Laforet.ne.jp/en/

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