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Al primo posto c’è Milano, nella classifica delle città dove l’economia circolare funziona meglio. La graduatoria è stata stilata dal Cesip, il Centro di economia e regolazione dei servizi, dell’industria e del settore pubblico dell’università di Milano-Bicocca. Gli elementi che caratterizzano questo sistema economico sono il riutilizzo delle risorse e la riduzione degli sprechi. Il sistema è in grado di rigenerarsi da solo, perché gli oggetti non più utilizzati diventano nuove risorse, in un ciclo continuo. Lo studio ha sviluppato un sistema di misurazione dell’economia circolare nelle prime dieci città italiane per popolazione: Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma e Torino. Sono stati utilizzati degli indicatori per dare un valore numerico a cinque elementi chiave dell’economia circolare: il riutilizzo delle risorse, la condivisione sociale, la sostenibilità ambientale, la condivisione dei beni e l’uso efficiente di beni e risorse.

Milano ha scalato la classifica anche grazie al giro d’affari delle attività di vendita dell’usato, anche se l’economia circolare è in aumento in tutta Italia. Nel 2018 ha raggiunto i ventitré miliardi di euro ed è cresciuta del ventotto percento negli ultimi cinque anni. È quanto emerge dalla quinta edizione dell’Osservatorio Second Hand Economy 2018 dell’Istituto di ricerche di mercato Doxa per Subito.it. Sempre più persone sono spinte a comprare oggetti di seconda mano per l’aspetto etico e di rispetto dell’ambiente. Comprare e vendere usato è al quarto posto tra i comportamenti sostenibili più diffusi degli italiani, subito dopo la raccolta differenziata, l’utilizzo di lampadine a Led e prodotti a chilometro zero. Tra coloro che hanno comprato o venduto beni di seconda mano, il cinquantasei percento lo ha fatto online. I beni più venduti sono quelli per la casa e per la persona, seguiti dagli oggetti per lo sport e il tempo libero e dall’elettronica.

A Milano quarant’anni fa nasceva una realtà che ha posto l’usato al centro della sua attività – la catena di librerie Libraccio. Nel 1979 tre ragazzi poco più che ventenni erano impegnati in politica – un’attività che non si concretizzava nella lotta armata: il loro mezzo di azione erano i mercatini di libri. In largo Richini e Piazza Vetra, alla fine dell’anno scolastico, gli studenti potevano rivendere i loro libri di testo. I prezzi erano a livelli proletari e i guadagni venivano donati al partito. A Piero Fiechter, Silvio Parodi e Tiziano Ticozzelli, i protagonisti di questa storia imprenditoriale, venne l’idea di trasformare un’attività politica discontinua in una commerciale e continuativa. Piero e Tiziano si erano conosciuti sui banchi di scuola e insieme gestivano un negozio di dischi sui Navigli. Quando decisero di aprire una libreria erano sicuri che quello fosse il posto giusto. Si aggiunse un terzo socio, Silvio Parodi, di qualche anno più giovane, che già da cinque anni gestiva con loro i mercatini politici.

Individuarono una panetteria gestita da una signora in via Corsico 9, sul Naviglio Grande, che accettò di vendere il negozio. I tre soci lo trasformarono. Smontarono gli arredi e demolirono a picconate il forno – una struttura di acciaio e cemento che occupava una stanza intera. Con la vendita del ferro riuscirono a coprire quasi tutte le spese di avviamento. L’idea del nome nasceva al un tavolino di un bar: tra una birra e un poker Tiziano definì ‘libracci’ i libri che vendevano. Anche se per il vocabolario ‘libraccio’ è il peggiorativo di ‘libro’, erano convinti che un libro usato avesse la stessa dignità di uno nuovo – o forse di più. Il nome fu accompagnato per i primi vent’anni dall’articolo ‘il’, poiché a pochi metri c’era già Il Discomane, negozio di dischi di Piero e Tiziano.

Gli affari andarono subito bene. Nel ’79 Il Libraccio vendeva solo testi scolastici e vocabolari. I clienti chiedevano sempre più spesso se fosse possibile portare qualche romanzo o raccolta di racconti. All’inizio i proprietari rifiutavano, dopo un po’ iniziavano a pensare che anche il libro di lettura di seconda mano potesse avere un mercato. Cominciarono con uno scaffale, poi diventarono due, tre, quattro. Ospitavano dai classici alla narrativa, fino alla saggistica. Edoardo Scioscia, che aveva condiviso l’esperienza dei mercatini, si unì agli altri soci. Tra i nuovi clienti c’era anche una donna – Alda Merini, che divenne subito amica dei tre giovani, che le regalavano libri, sigarette, perfino una macchina da scrivere che non imparerà mai a usare.

Nel 1982 aprirono una seconda libreria a Monza. Il nuovo negozio aveva poco in comune con il primo. La filosofia era la stessa di via Corsico 9: concentrarsi sull’usato e sull’editoria scolastica. Nel 1994 Il Libraccio contava dieci negozi in tutto il Nord Italia. In società con il gruppo Messaggerie libri nacque Melbookstore, una catena presente anche a Roma, a Firenze, Padova, Ferrara, Bologna e Novara. Oggi Libraccio è la prima catena di librerie indipendenti in Italia, con 47 negozi in 31 città italiane e quasi 500 dipendenti.

In questi primi quarant’anni sono stati venduti circa 200 milioni di libri. I titoli più venduti sono Il piccolo principe di Antoine de Saint Exupéry, Il codice Da Vinci di Dan Brown e Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien. Il titolo italiano più venduto è Il nome della rosa di Umberto Eco. Libraccio ora propone libri nuovi e di seconda mano, testi scolastici, libri fuori catalogo, rarità editoriali e modernariato, oltre a un assortimento di cartoleria, dvd, cd, vinili e giocattoli. Nel 2009 nasce il sito Libraccio.it, che unisce l’esperienza tecnologica di IBS.itla prima libreria italiana online – e la conoscenza legata alla scolastica e all’usato di Libraccio. Per celebrare i quarant’anni, Libraccio ha allestito al Salone del Libro di Torino uno stand da 350 metri quadrati, mentre dal 28 maggio Milano è tappezzata di manifesti con il claim ‘usati ma non vecchi’.