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Durante l’Esposizione universale di Chicago del 1933 l’attrice, ballerina e modella Sally Rand viene arrestata tre volte in un solo giorno. Prima per aver intrecciato danze osé per i suoi fan, poi per aver galoppato seminuda in sella a un cavallo bianco per le strade della città, infine per essere stata dipinta in tutte le parti del corpo da Maksymilian Faktorowicz – più conosciuto con il nome di Max Factor Sr. L’accusa: disturbo della quiete pubblica. Questo episodio segna l’inizio del body painting moderno ma dovranno passare ancora cinquant’anni perché venga considerato arte. Se nel 60.000 a.C. gli aborigeni australiani dipingevano i loro corpi a scopo rituale, celebrativo, propiziatorio – come avrebbero fatto in seguito le popolazioni sparse per il mondo, dagli Egizi ai Sumeri, dai Giapponesi agli indiani d’America –, dagli Anni Novanta del Novecento a oggi il body painting vive come forma d’arte autonoma e trova applicazione nel settore pubblicitario, nella moda, nello spettacolo, nel cinema, nel teatro. Henné, tempere, acrilici trovano nel corpo la materia per veicolare un messaggio.
Seppur condividano il sostrato e possano essere considerate due arti affini, c’è una sottile linea a dividere body painting e make up: «Quello che è legato al glamour il body painting non ce l’ha – ci spiega in un’intervista Cosetta Giorgetti, make-up artist di CloseUp Milano e beauty editor di Man in Town. Il concetto di body painting è legato a un’estetica totale, cioè attraverso l’utilizzo di colori, matite, smalti si crea un concetto e nel concetto c’è anche il corpo. La differenza tra make up e body painting credo dipenda molto dal tipo di estetica e dal tipo di visione che si ha del proprio mestiere. Il volto è riduttivo per un creativo. Sia il make up sia il body painting sono un’arte ma difficilmente chi fa il make up artist nella moda è anche body painter. Quest’ultimo di solito viene da uno storico differente, dal mondo del teatro per esempio, non da quello del fashion»

Cosetta Giorgetti si è affacciata al mondo della bellezza e della moda nel 1984 a Firenze intraprendendo il percorso di apprendimento tradizionale. Accademia prima, allieva e assistente personale di Maurizio Ragazzini poi. Il truccatore teatrale le ha insegnato l’arte del make up fino a che, nel 1987, Cosetta ha iniziato la sua carriera a Firenze e dopo due anni si è trasferita a Milano, dove ha intrapreso il suo percorso nel mondo della moda. Con il liceo alle spalle, i suoi punti di riferimento non potevano che essere i classici: «Per me il chiaro-scuro era andare in pinacoteca e guardare i quadri di Caravaggio. C’è sempre molto da imparare dagli esempi passati, anche quando sono meno convenzionali rispetto ad altri. Poi ognuno trova la sua strada». Ci racconta che un tempo la crescita professionale prevedeva che si frequentasse l’Accademia e si affiancasse un truccatore esperto, che aveva il compito di insegnare, stimolare e valorizzare le competenze del proprio discepolo. Il make up artist è un mestiere che ha un che di rinascimentale: la trasmissione di un lavoro manuale e artistico da maestro ad allievo. L’aspetto artigianale e le tecniche di costruzione di un’idea, prima ancora che di un’immagine, seguono la sequenza affiancamento-apprendimento-pratica. Oggi, invece, le regole sono cambiate e l’avanzamento di carriera – per non chiamarlo successo – sembra essere il frutto della visibilità sui social e di una oculata gestione della propria immagine. In sintesi, questione di follower. «Capita che i nuovi brand – continua Cosetta – prima di una commissione chiedano quanti follower il truccatore abbia. Perché se loro stessi postano una foto del backstage e hanno un milione di follower, anche il brand ci guadagna in termini di visibilità. Il futuro sta andando un po’ in questa direzione. A meno che non ci sia un’inversione di tendenza. Come se si stesse creando una bolla di finzione – perché i social si reggono sulla finzione – che prima o poi si paleserà. A quel punto chi va avanti è la nicchia, chi sa veramente fare questo mestiere». 

Sono in molti ad aver costruito la propria immagine e la propria carriera grazie ai social. Oggi l’Influencer e lo YouTuber sono diventate professioni – anche piuttosto redditizie – tra le più ambite dai giovani, senza che necessitino di particolari competenze. Secondo Silvia Dell’Orto, però, è solo sul campo che si scopre chi ha veramente talento. Silvia vanta esperienze oltreoceano nel mondo del make up, a New York, e la firma di editoriali, cover e advertising, nonché collaborazioni con diversi brand, uno fra tutti Chanel. «Ci sono due momenti in cui un make up artist viene contattato – ci spiega in un’intervista –: o quando ha acquisito una certa visibilità che crea interesse, oppure quando è così bravo che, lavoro dopo lavoro, l’incontro arriva direttamente sul set». È meno raro di quanto si pensi, infatti, che un make up artist non possegga nemmeno la pagina web e che riesca ugualmente a fare la scalata al successo pressoché nell’anonimato o grazie al passaparola – e al talento, beninteso –. Se è vero che i social possono aiutare in termini di visibilità, è altrettanto vero che sono condizione sufficiente ma non necessaria: la vera differenza la fanno bravura, manualità, il percorso formativo, la capacità di interpretare e creare le tendenze e, indubbiamente, la passione. Tutte qualità che si apprendono in Accademia prima, sul campo poi. Non certo dietro a uno schermo. Eppure «stiamo andando un po’ nella direzione dell’American Way – ci dice Silvia –: negli Stati Uniti veniva dato grande risalto al truccatore in sé, come personaggio, oltre che al suo lavoro. Per un brand era considerato un punto di forza avere quel determinato talent. Uscivano pagine e pagine sui giornali che ne raccontavano storia, provenienza, lavori precedenti, con tanto di foto sul set. Sostanzialmente i talent venivano usati come richiamo per le vendite, per le proposte di stile. L’Italia sta cominciando ora a seguire questa tendenza ma con i social: ci sono tanti truccatori che sono dei veri e propri personaggi, che hanno un grande seguito. Le compagnie oggi vogliono distinguersi perché hanno delle facce celebri, un tempo invece nelle foto di backstage vedevi il dettaglio, vedevi solo due mani al lavoro. Questo ha portato a un problema nella carriera dei truccatori, specialmente nei giovani: non si può stare sul set tutto il giorno con il telefono in mano. Il set ha dei ritmi serrati e il cliente vuole un professionista, non uno che si autocelebra».

Se da un lato è vero che la bravura è imprescindibile, lo è altrettanto lo spirito imprenditoriale. Pat McGrath – definita da Vogue la make up artist più influente al mondo – e Charlotte Tilbury, anch’essa guru nel settore, vanno oltre la capacità di truccare e creare immagini. Oggi non solo muovono dei capitali a livello internazionale ma sono anche in grado di anticipare le tendenze o, quando non sono in grado di anticiparle per intuito, le creano loro  «Pat McGrath ha creato il minimalismo – ci spiega Silvia Dell’Orto –, il make up-no make up, in un periodo in cui il trucco era pesantissimo, i visi erano delle maschere. Ha creato la visione diversa che ha rivoluzionato e cambiato tutto il mondo del make up e dell’immagine delle foto, fino a oggi. Oltretutto è cresciuta in un periodo in cui il settore era dominato da uomini gay, lei invece era una donna di colore. Era l’opposto del canone classico del truccatore di successo. Non è stato facile. Charlotte Tilbury ti rivoluziona l’immagine e per tutta la vita farai quello che ha detto lei, per il modo in cui l’ha fatto e per come è riuscita a capirti. È come se ti leggesse dentro come vuoi essere e riesce a raggiungere quell’obiettivo. E per questo le donne impazziscono. Capisci chi sei solo quando ti ha truccata».