Michael Jackson by Gary Hume
An Illuminating Path by David LaChapelle
Michael Jackson portrait by KAWS
Utensil Jacket by Tompkins
Equestrian Portrait of King Philip II, 2009 by Kehinde Wiley
Dangerous by Mark Ryden
Untitled by Keith Haring
Nimes Road Bedside Table by Catherine Opie
An Audience by Rodney MacMillian

Text Stefano Guerrini

 

Era la notte degli Oscar del 1991 e Madonna avrebbe cantato una canzone tratta da Dick Tracy, pellicola che l’aveva vista protagonista accanto a Warren Beatty, con cui era scattato anche il flirt. Tutti si aspettavano che sul red carpet accanto ad una Madonna di bianco vestita, come una moderna Jean Harlow, ci sarebbe stato lui – a sorpresa, scatenando la fantasia dei giornalisti, la Ciccone arrivò invece accompagnata da Michael Jackson.

Sono passati molti anni e Madonna ha ricordato più volte il compianto Jackson, soprattutto su Instagram, dove ha definito quella serata come il suo best date ever, rivelando che la loro era una amicizia, probabilmente solo a distanza, ma comunque un rapporto pulito e lontano dai riflettori. Forse anche per questo, durante un recente viaggio londinese, la cantante ha spiazzato di nuovo i suoi follower pubblicando un video delle gemelline adottate da poco che ballano davanti ad un video di Michael, sottolineando che l’opera fa parte di una mostra imperdibile, On The Wall alla National Portrait Gallery, aperta fino al 21 ottobre. Noi abbiamo seguito il suo consiglio e ci siamo immersi in un mondo sfaccettato dove il cantante di Gary, nell’Indiana, l’uomo che volle farsi Peter Pan, per poi lasciarci improvvisamente, è visto attraverso l’occhio di oltre quaranta artisti, con opere mai viste insieme prima.

Son passati dieci anni dalla morte di Jackson, le vendite dei suoi album in realtà sono continuate, la figlia Paris è diventata un’icona di stile, la sorella Janet continua nel suo ultimo tour mondiale, il mito perpetua se stesso e lo fa anche grazie all’arte. Da David LaChapelle a Gary Hume, da Paul McCarthy a Keith Haring, passando per l’opera di Kehinde Wiley, che rappresenta il performer come un nobile di altri tempi a cavallo, e gli immancabili ritratti di Andy Warhol, a cui è dedicata una sezione speciale, proprio per il rapporto che esisteva fra i due, siglato da una prima serigrafia del 1982 e rafforzato dalle serate insieme a New York e dalla stima che Warhol aveva di Jackson, come confermano le tante citazioni che il “Re della Pop Art” fa sul “Re della musica Pop” nei suoi famosi diari.

La mostra, organizzata e curata da Nicholas Cullinan, direttore della National Portrait Gallery, analizza Jackson da tanti punti di vista, dal suo rapporto con i fan a quello con la fama, dalle idiosincrasie ai record, ma colpisce per come sottolinea chiaramente che negli anni più bui, quelli in cui i media si sbizzarrirono sul colore della pelle, sulle chirurgie plastiche e su un processo che pur dichiarandolo innocente ne offuscò il mito, mentre la comunità nera lo continuò a considerare un esempio, al pari di figure come Michael Jordan, fu proprio quella wasp a voltargli le spalle, quella a cui forse Jackson avrebbe voluto appartenere e dalla quale per tutta la vita ha cercato approvazione.

Assente la famosa opera di Jeff Koons Michael Jackson and Bubbles, battuta all’asta da Sotheby’s per svariati milioni di dollari nel 2001, troppo fragile, secondo il museo, per farla volare dal’America a Londra. Ma quella stessa opera ritorna nel lavoro di altri artisti, come citazione, rielaborazione o come fotografia scattata in un’altra exhibition con spettatori che la ammirano e le passano davanti. Un gioco di scatole cinesi a ricordarci che le chiavi di lettura di una icona sono tante, che la sua immagine e la sua arte riflessa nelle aspettative, nei sogni, nel desiderio di chi le ammira può trasformarsi, modificarsi, fino alla spersonalizzazione. In tal senso la vita di Michael Jackson diventa metafora dei nostri tempi, in cui tutti noi siamo sovraesposti, grazie ai social media, dove mostriamo vulnerabili il fianco al giudizio degli altri, che da follower possono facilmente diventare haters. Una folla senza volto, quella che in un video della mostra grida e piange per Michael, salvo poi diventare la sua giura più spietata.