Pablo Picasso, Mujer en el jardín, Museo Reina Sofia, Madrid
Galleria Borghese
Pablo Picasso, Tête de taureau, 1950, Collezione privata
Pablo Picasso, Tête de femme (Marie Therese), 1931, Musée Picasso Antibes
Pablo Picasso, Tête de Fernande, 1909-1910, Moderna Museet Stockholm
Pablo Picasso, Femme Assise, 1958, Collezione privata

Text  Cesare Cunaccia

@cesarecunaccia

Pablo Ruiz y Picasso. Un gigante, il Minotauro che proietta la sua ombra perturbante sull’intero Ventesimo secolo dell’arte. Dotato di energie inesauribili, uomo dalle evoluzioni espressive imprevedibili, Picasso è una figura eroica e discussa del Novecento, oggetto di dibatti e di analisi progressiva, al centro di grandi mostre, come quella fluviale appena inauguratasi a Parigi al Musée d’Orsay, sui Periodi Blu e Rosa della sua poetica. Esposizioni che ne indagano soprattutto corpus pittorico e il magistero nel disegno e nell’incisione, attraverso i diversi periodi stilistici che ne caratterizzano lo sviluppo, dal Bateau-Lavoir in poi.

Meno frequente appare la ricognizione dell’attività di scultore dell’artista iberico. Sembra strano che sia così, visto che già nel dopoguerra questo aspetto non secondario della parabola picassiana, fu oggetto di un catalogo con immagini di Brassaï pubblicato dal suo mercante, Daniel-Henry Kahnweiler e, in seguito, protagonista delle mostre di Roma e Milano nei primi anni Cinquanta e di quelle di Parigi, di Londra e New York, tra il 1966 e il 1968. Finalmente, le rassegne al Beaubourg di Parigi nel 2000, quelle al MoMa di NYC e al Musée Picasso ancora a Parigi, nel 2015, hanno saputo sottolineare appieno l’apporto che Picasso rappresenta anche in questo campo specifico della produzione artistica del moderno.

Malgrado il riconoscimento, il Picasso scultore rimane più defilato rispetto a quei dipinti iconici che tutti conoscono. Un po’ come se l’artista di Malaga avesse voluto tenere segreto e quasi intimo questo peculiare ambito creativo, peraltro costantemente esperito lungo decenni di lavoro, fin dagli esordi parigini. Dal 1946, in particolare, si dedica a una sperimentazione variegata di forme e materia, spesso esplorando tecniche ancestrali. Non solo bronzo, ma un’immersione nella ceramica a Vallauris – un medium che egli tratta con forza tellurica e abbagliante –, accanto a una serie di pietre incise, evocando temi tratti dalla mitologia e realizzando vasi e animali.

La rassegna romana, che inaugura il 23 ottobre, è stata ideata ed è curata da Anna Coliva, direttore della Galleria Borghese, con Diana Widmaier-Picasso, specialista della disciplina plastica picassiana e nipote di Pablo. Costituisce una tappa sia nel programma internazionale Picasso-Méditerranée, promosso da Laurent Le Bon, direttore del parigino Musée Picasso, sia in quell’itinerario di studio e indagine sul concetto di scultura che spazia tra secoli, milieux e personalità diverse e apparentemente lontane, intrapreso dalla Borghese nell’autunno scorso con la celebrazione del regista principale della Roma barocca, Gian Lorenzo Bernini. Il percorso si snoda attraverso cinquantacinque capolavori che vanno dal 1902 al 1961, con vari contributi video e un importante corredo fotografico documentario sull’atelier, in parte inedito.

È un’occasione, vista la presenza, in quello che fu lo scrigno della collezione del cardinale Scipione Borghese, di tanti capolavori berniniani, di Caravaggio e di dipinti cruciali di Raffaello Sanzio, tra i quali la Pala Baglioni, contornati da numerose testimonianze di quel gusto archeologico che connota le raccolte patrizie romane Cinque e Settecento, per condividere l’emozione di Picasso durante il suo viaggio a Roma e Napoli del 1917, in compagnia di Cocteau e Stravinskij. Un cammino iniziatico nelle aure del rinascimento italiano, nell’archeologia e tra gli archetipi mediterranei, che diviene per lui foriero di cambiamenti, di challenge e riflessioni profonde.

In quel fatidico 1917 Picasso, approdato a Roma in febbraio per elaborare il sipario, i costumi e le scene di Parade – musica di Satie e testo di Jean Cocteau – per i Ballets Russes di Sergei Pavlovič Djagilev, incontra de visu la plastica di Bernini proprio alla Borghese e in Vaticano, si confronta col segno maestoso di Michelangelo alla Sistina e con il neoplatonismo in pittura raffaellesco, mentre definisce Caravaggio il ‘maestro della mise en scene’. Pablo, allora, si mette alla prova, assimilando e sfidando la classicità, di colpo enfatizzando valori formali e compositivi, miscelando derive parodiche e generando una nuova chiave stilistica più piena, appunto maggiormente scultorea e tridimensionale, anche nel suo modo di dipingere. Trova una dimensione, viene da dire, radiosa e ‘colossale’. Come un gentiluomo nordico settecentesco calato nel suo sogno archeologico, dalla Capitale prenderà la via di Napoli, per perdersi in una sorta di Grand Tour, nutrito dalle linfe grafiche, sensuali o opulente della pittura pompeiana e dal sole della Costiera.

Fendi, nel quadro della partnership istituzionale che si snoda su un arco di quattro anni varata con la Galleria Borghese, ancora una volta sostiene un appuntamento di cultura e arte. Dialoga di nuovo con Roma, la città cui appartiene, in uno stretto rapporto di amore e mecenatismo, ne legge le storie e la temperatura creativa di ieri e di oggi, ne accresce la memoria quale piattaforma per costruire il futuro.