Francesco Mandelli – ph. Andrea Colzani
Francesco Mandelli, Mia figlia è un'astronave, DeA Planeta, Milano, 2018 – The book cover
The book cover illustrator, Olimpia Zagnoli

Text Micol Beltramini

Francesco Mandelli, in libreria con Mia figlia è un’astronave, edito da DeA Planeta, ha quasi quarant’anni. La sua generazione lo ricorda prima di tutto nei panni del nongiovane, abbreviato nongio – la trasmissione era Tokusho su MTV Italia, accanto ad Andrea Pezzi. Era il 1998, venti anni fa. Da allora si è reinventato mille volte; attore, sceneggiatore, inviato speciale, regista. Alla scrittura si era già avvicinato nel 2014 con la raccolta di racconti Osnangeles, sulla provincia in cui è cresciuto – Osnago, in provincia di Lecco. Il suo personaggio di maggior successo rimane Ruggero De Ceglie de I soliti idioti, sitcom di MTV scritta e interpretata da Mandelli stesso.

«Cimentarsi in tante cose in Italia non è un pro, è un contro: se fai l’attore comico, devi fare solo l’attore comico. Se stessi a queste regole sarei alla decima serie de I soliti idioti e continuerei a fare la stessa cosa in loop, ma sono anni che non inseguo il successo, preferisco scegliere le cose che mi va di fare. Non ho la presunzione di definirmi romanziere. Capisco che la gente non si fidi – leggono Camilleri perché si fidano di Camilleri, Mandelli figurati, avrà scritto una cazzata delle sue. Per uscire dal personaggio ci vuole tempo e perseveranza, ma io credo nelle storie, nella necessità umana di riconoscersi in esse».

Mia figlia è un’astronave, oltre che una storia, racconta un rito di passaggio. «Nasce da un momento di ricerca in cui guardavo indietro e cercavo di capire quali storie mi interessasse raccontare adesso, che ho quasi quarant’anni e sono diventato padre. Venivo da vent’anni di adolescenza prolungata e il rischio era di diventare patetico – il tipo di quarantenne che quando avevo vent’anni vedevo nei locali e pensavo: ma questo non ce l’ha una casa? È stata una donna a cambiarmi – sono sempre loro. Nella vita dei personaggi principali, Napo e Jacopo, c’è un prima e un dopo l’arrivo di Viola – il libro parla anche di questo, di come le donne ti cambiano».

Il libro parla di questo, e di paternità. «La nascita di Giovanna mi ha sconvolto. Senza programmarlo mi sono fermato per nove mesi. Mia figlia è la cosa più importante che ho nella vita, l’amore più profondo, quello che ha spostato il mio centro di gravità da me stesso. Da quando c’è Giovanna non sono mai solo, lei c’è comunque – prima quando viaggiavo o facevo una passeggiata riuscivo a sentirmi solo, invece adesso non lo sono mai».

Della band che mi dici? «È la tigre che porti a fare un giro ogni tanto. Avendo sempre fatto un altro lavoro non ho nessuna velleità professionale da quel punto di vista. Stanno sempre tutti lì a dirti di inseguire il tuo sogno – puoi inseguirlo quanto vuoi, ma se sei una pippa non vai da nessuna parte. Si dovrebbe inseguire quello che si sa fare, che sia idraulico, pittore o medico. È un po’ il problema di Napo, che rosica tutto il tempo perché sa che il motivo per cui non ha successo è che non ci è tagliato, non ce l’ha dentro – decide infatti di fare l’avvocato e il padre, perché forse quella è la sua vera vocazione».

Gratta un maestro incompetente o un professore universitario e cinque volte su dieci scopri un meccanico o uno scalpellino di prim’ordine che ha sbagliato mestiere, diceva J.D. Salinger in Franny e Zooey.