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Nel 1992 Fernando Aiuti era già uno stimato immunologo, e io un’attivista di venticinque anni. Eravamo insieme a Cagliari per partecipare a un congresso sull’AIDS, ed è lì che ci siamo scambiati il bacio che negli anni ha fatto storia.

Il giorno precedente, l’1 dicembre, si celebrava la giornata mondiale contro l’AIDS, e i media nel parlarne avevano dato notizie che relegavano i sieropositivi a reietti della società, a untori dai quali tenersi lontano. Del resto, la confusione in materia di HIV/AIDS era tanta. In quegli anni, per le persone sieropositive era difficile trovare un dentista che curasse una carie, un chirurgo che praticasse la più banale delle operazioni, un’impresa funebre che si occupasse della sepoltura in caso di morte.

Fernando e io cercavamo un modo per invertire questa tendenza che trascurava gli esseri umani in quanto tali, e soprattutto non era basata su alcuna evidenza scientifica. L’idea del bacio è nata così, come un gesto simbolico di forte impatto che chiarisse da una parte che l’HIV non si trasmetteva con le normali relazioni tra persone, e che contribuisse dall’altra a eliminare lo stigma nei confronti dei sieropositivi.

Quel bacio è servito? Sì.

Ne servirebbero altri? Di nuovo sì.

Quell’episodio è stata la punta di un iceberg che nascondeva un lavoro che, ancora oggi, bisogna continuare a fare.

Fernando Aiuti ci ha lasciato, e uno dei modi per onorare la sua memoria e il suo lavoro è continuare ad agire affinché di HIV/AIDS si continui a parlare in tutte le sedi. Perché se pensiamo che l’emergenza sia finita sbagliamo, e se continuiamo a sbagliare non basteranno tutti i baci del mondo a cambiare le cose.

Giornalista e attivista, Rosaria Iardino ha maturato esperienza in ambito di politiche sanitarie sostenibili e universaliste, diventando un punto di riferimento nel panorama degli enti che si occupano di interventi sanitari e sociali. È oggi presidente della Fondazione The Bridge.