Slider

Il New York Times l’ha inserita fra le autrici che hanno ridefinito il modo in cui scriviamo – e leggiamo – romanzi nel nostro secolo. Rachel Cusk ha fatto saltare tutte le regole. Bisogna saperlo in anticipo o si resterà in attesa di qualcosa che non arriva, di una tensione che non sale. Resoconto, Outline il titolo originale, è il primo volume dell’omonima trilogia in corso di pubblicazione per Einaudi ed è uscito in Italia nella traduzione di Anna Nadotti. Racconta il viaggio di Faye, diretta ad Atene per tenere un corso di scrittura creativa. Quando un amico me l’ha consigliato, mi ha avvertito che poco o nulla vi accadeva ed è esattamente questo il motivo per cui ho voluto leggerlo. La sensazione è simile a quella che si prova quando, camminando per strada, s’intercettano per caso gli stralci delle conversazioni altrui. Frasi ordinarie, che potrebbero essere le nostre, si mescolano a sferzate che ci farebbero voltare, per sapere chi sia stato a pronunciarle. «Questa me la devo segnare», la interrompe in una conversazione al ristorante Angeliki, una collega scrittrice, tirando fuori il taccuino dalla borsa. La scrittura di Cusk si può paragonare a un bagnasciuga, su cui s’imprimono le onde del passato e del presente e ogni tanto affiora una perla, sentenze oracolari. Vale la pena prendere una matita e sottolineare, anche se non si è abituati a farlo, certi affondi che scivolano via troppo in fretta: «Ho detto che quasi nessuno sa davvero quanto è buono o quanto è cattivo, e quasi nessuno viene mai messo alla prova abbastanza per scoprirlo».

Faye fa incursione nelle vite di estranei avventori, durante un volo o negli incastri di tempo, pranza con vecchi amici, incontra un conoscente miliardario con velleità letterarie. Tutti le raccontano di sé, tutti si sentono in dovere di confessarsi. «Il miliardario si era preso la briga di farmi un resoconto della sua vita, che iniziava in sordina e finiva – ovviamente – con l’uomo disinvolto e pieno di soldi seduto a tavola di fronte a me». La sua voce parla in prima persona, poi si fa impersonale, lascia squillare un cellulare, apre spazio alle distrazioni, ai discorsi indiretti, è come vedere una vicenda e vederla di sbieco. Per capire cosa sia un resoconto basta cercare nell’ultimo capitolo del libro. È una narrazione rovesciata, in cui la protagonista si definisce in negativo, attraverso l’ascolto. È il metodo della passività, la rinuncia all’ostinazione, una scelta che non è soltanto letteraria: «Qualcuno potrebbe pensare che ero stupida a uscire in barca da sola con un uomo che non conoscevo. […] Considerazioni di quel tipo avevano senso solo all’interno di determinate strutture, strutture che io avevo definitivamente abbandonato».

Resoconto si basa su un’«antidescrizione», come la definisce indirettamente Cusk, un racconto rovesciato da cui emergono dei contorni, una sagoma, e l’io che è al centro rimane vuoto, spodestato da quella scelta di non forzare gli eventi: «Si poteva far accadere quasi qualunque cosa, se ci si sforzava abbastanza, ma il fatto di sforzarsi, a mio avviso, era quasi sempre un segno che si stava andando controcorrente». Il viaggio diventa un attraversare tutto senza pesantezza, in meno di duecento pagine: la disillusione e la conoscenza, l’amore e il fallimento, la famiglia, il divorzio, i ruoli sociali, le aspirazioni e il rapporto con gli oggetti, che siano un paio di tacchi argentati, un souvlaki troppo unto o una casa così in ordine da non lasciare traccia di chi l’ha vissuta, con un cassetto per la cancelleria e uno per gli accessori del computer.


Rachel Cusk, Resoconto, Einaudi 2018

pp. 185. Traduzione dall’inglese di Anna Nadotti