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Sto andando al parco di Tsurumai per cercare un po’ di refrigerio dal caldo estivo che in Giappone è arrivato prestissimo. Il mio smartphone però ha qualche problema, così rinuncio al fresco del verde per quello dell’aria condizionata ed entro nel primo negozio Softbank che incontro. Gli addetti mi sembrano tutti occupati, quindi mi accomodo pazientemente in attesa. In realtà qualcosa mi è sfuggito. Qualcosa o qualcuno: non faccio in tempo a sedermi sul comodo divanetto con riviste a disposizione che una vocetta tenera mi domanda se può essermi d’aiuto. Sollevo lo sguardo e incontro un commesso alto circa un metro e venti, grandi occhi neri, visino bianco. Si muove su due ruote e ha un tablet attaccato al petto sul quale compaiono vari messaggi. Mi chiede di nuovo come può aiutarmi, io non so bene cosa fare, resto in silenzio, distolgo il mio viso dal suo. Lui muove le braccia, le dita – può articolarle – cercando di attirare la mia attenzione infine china il capo, mesto. Mi fa tenerezza – è solo una macchina mi ripeto, non può essersi offeso veramente – e mi sento un po’ a disagio così mi alzo:  basta il mio spostamento a far sì che il suo capo chino si rianimi arzillo, ora mi pare addirittura sorridente. Sono sollevata, gli dico che sì, può aiutarmi e sorrido anch’io a Pepper, il robot umanoide progettato per parlare e comunicare utilizzando il linguaggio umano, in grado di percepire le emozioni e comportarsi di conseguenza.

Dopo questo incontro sulla soglia del perturbante – perché se da un lato la componente tenera del suo aspetto e dei suoi movimenti mi ha conquistata risvegliando memorie di giochi di bambina in cui bambole e peluche provavano emozioni, dall’altro una scheggia di un materiale sinistro, frutto dell’interazione con ciò che sembra umano ma che non lo è, mi è rimasta addosso – comincio a guardarmi intorno alla ricerca di altri segnali di quella che Abe ha chiamato ‘Rivoluzione robot’ volta a contrastare la contrazione della forza lavoro e a stimolare la crescita del Paese. In effetti il Giappone vive da tempo un importante calo demografico con un conseguente invecchiamento della popolazione e una carenza appunto di forza lavoro. Le risorse non umane diventano dunque centrali: nell’industria, nell’agricoltura, nella sanità e nell’assistenza agli anziani e nelle attività ricettive. Ma anche per la solitudine e per l’intrattenimento poiché su questi due aspetti del quotidiano il crollo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione proiettano la loro ombra cupa. E così in un paese già famoso per i robottoni immaginari come Daltanious, Jeeg, Ufo Robot, che hanno animato avventure e fantasie dagli anni ‘70 in poi, per gli universi cyberpunk creati da Ōtomo in Akira, da Shirow in Ghost in the shell e da Anno in Neo Genesis Evangelion tra gli anni Ottanta e Novanta, ma ancor prima per personaggi come Astro Boy di Tezuka (il bambino meccanico dai sentimenti e dall’intelligenza umana degli anni Cinquanta), o Doraemon di Fujio (il gattone robot della fine degli anni Sessanta) i robot oggi non soltanto lavorano, ma entrano nelle case, nei luoghi pubblici e anche negli affetti: cagnolini dinoccolati che non sporcano come Aibo della Sony, annunciatrici tv robot umanoidi come Erica destinate a sostituire quelle umane e mogli ologramma sono più vicini alla quotidianità che alla fantascienza.

Azuma Hikari è il nome della prima waifu (termine utilizzato per indicare una consorte virtuale, di solito un personaggio di manga o anime) ologramma, assistente domestica dalle sembianze femminili,  creata dalla Gatebox. Hikari vive in un cilindro nero che può essere spostato dove si vuole e da lì si occupa della casa grazie alla domotica (le luci, gli elettrodomestici, il condizionatore…) ma anche della relazione con il suo proprietario: gli ricorda di prendere l’ombrello in caso di pioggia, di non lasciarla sola troppo a lungo altrimenti ne soffre, di prendersi cura della propria salute (il richiamo a Blade Runner è inevitabile.) Incuriosita ho provato a chiedere a qualche amico giapponese, di quelli per i quali questo prodotto sembra pensato – giovani lavoratori single- se la vorrebbero: la risposta è stata più di una volta “perchè no? Funziona anche come tutorial per la vita di coppia.” Se da un lato c’è la moglie perfetta di Gatebox dall’altro c’è il lavoro dell’artista Ichihara Etsuko: prima con Substitutional Reality ha utilizzato la realtà aumentata per affrontare il tema del piacere sessuale e poi con Digital Shaman Project ha miscelato aspetti tradizionali del rapporto tra vita e morte della cultura giapponese con tecnologie avanzate. Nello specifico si tratta di un robot il cui scopo sembra essere quello di alleviare il dolore dato dalla perdita di una persona cara attraverso un distacco progressivo lungo 49 giorni, ovvero i giorni necessari secondo il buddismo affinché lo spirito del defunto lasci questa vita per la successiva. Una maschera realizzata con stampa 3D raffigurante il volto del defunto viene indossata da un robot domestico capace di muoversi imitando le caratteristiche e il linguaggio di quella persona, come se in effetti accogliesse il suo spirito.

Reale e irreale, fede e scienza, ultra futuro e quotidiano, eternità e caducità, spirituale e tecnologico sono binomi che sembrano confondersi sempre di più portando alla luce nuovi desideri, nuovi interrogativi, nuove questioni morali. Ōtomo, nel suo manga Akira aveva previsto le Olimpiadi a Tokyo del 2020 trent’anni prima, il robottino Pepper mi ha fatta sentire in colpa per averlo inizialmente discriminato a favore di un rapporto più vero con un commesso in carne e ossa, e ora la donna di profilo – forse umana, forse androide – con lo sguardo rivolto all’orizzonte che si staglia sull’azzurro di un manifesto pubblicitario mi chiede “Non sei emozionato all’idea di come i robot e l’intelligenza artificiale cambieranno il mondo?”  Emozionata certamente e anche molto, molto altro.


Francesca Scotti è autrice di Capacità vitale

Francesca Scotti, Capacità Vitale, Bompiani 2019