Starbucks in Sixties
Cordusio
Il team del primo Starbucks in Italia
Giampaolo Grossi, primo partner Starbucks Italy, General Manager Roastery di Milano
La Pasticceria Marchesi in via Monte Napoleone
Caffè a Venezia
Caffè Florian, Venezia
Bar Basso, Milano
Bar Palazzo Reale, Milano
Bar Giamaica, Milano
Bar Camparino, Milano
Caffè Greco in Rome (1948) – photo by Irving Penn.
Hausbrandt coffee
Giovanni Boldini - Conversazione al caffè, c. 1881

Text Rocco Moliterni

«Ah, che bellu cafè, sulo a Napule ‘o sanno fa’ e nisciuno se spiega pecché è ‘na vera specialità!» recita una canzone di Modugno degli Anni Cinquanta, che celebrava quella che noi consideriamo la bevanda nazionale per eccellenza. Ma forse da domani bisognerà aggiornarla, sostituendo Napoli con Milano o direttamente con Starbucks. Perché la celebre catena americana sbarca nell’ex Palazzo delle Poste di Piazza Cordusio nel cuore della capitale meneghina senza nessun timore reverenziale nello sfidare i big del caffè italiano come Illy o Lavazza.

C’è chi grida allo scandalo e chi dice «era ora!» perché in Italia, che del caffè è la patria fin dai tempi delle veneziane Botteghe di goldoniana memoria, un caffè decente è sempre più difficile da bere. Difficile trovare locali anche in luoghi centrali delle grandi città italiane dove si rispetti alle perfezione  la regola delle 5M necessarie per ottenere un buon espresso, simbolo del caffè made in Italy: Miscela, Macinatura, Macchina (da caffè professionale), Manutenzione (della stessa macchina), Mano (dell’operatore). La sciatteria sembra dilagare e talora anche ottime miscele finiscono per assumere senza esagerare il sapore più o meno della sciacquatura di piatti.

Allora ben venga lo standard comune in tutto il mondo degli Starbucks, dove il caffè lo fanno uguale da Hong Kong a Minneapolis, dove ti danno ampia possibilità di scelta, dove ti accolgono in locali la cui pulizia e il cui decoro sono fuori discussione. L’arrivo di Starbucks potrà essere un ottimo motivo per un esame di coscienza e per ritrovare nella qualità dell’offerta, l’orgoglio del caffè all’italiana. I segnali non mancano perché da Torino a Milano a Bologna, nascono laboratori del caffè, che stanno già rilanciando un modo nuovo di avvicinarsi a questa bevanda, puntando sui monorigine e proponendo una gamma di scelte che intorno al classico espresso sfoderano ad esempio la vecchia moka o il nuovo cold brew.

Il paradosso è che la storia di Starbucks nasce proprio in Italia, la leggenda vuole infatti che Howard Schultz, il fondatore della catena, che è ormai uno dei giganti del caffè con 28720 locali in 77 paesi del mondo e ricavi nel secondo trimestre del 2018 pari a 6 miliardi di dollari (il 14 per cento in più dell’anno precedente), sia stato folgorato sulla via del caffè in un viaggio fatto nel 1983 tra Milano e Verona. Di lì l’idea di un format che si è rivelato vincente. Peraltro c’è da aggiungere che il colosso approda con la regia dell’immobilista Percassi, che ha trovato la location e il sostegno della panetteria Princi e del fondo Angel Capital Management che fa capo alla famiglia Moratti.

Comunque prima di stracciarsi le vesti sulla sconfitta del caffè nostrano si può ricordare il caso del fornaio Luca Digesù di Altamura che osò sfidare nei primi Anni 2000 un colosso come McDonald’s e alla fine lo costrinse con le sue focacce e i suoi panzerotti doc a chiudere il  locale che aveva aperto nella città simbolo del pane di grano duro. Però quel fornaio proponeva un pane eccellente non il caffè sovente imbevibile di molti bar del nostro Paese.