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Il 19 aprile 1974, esattamente quarantacinque anni fa, a Rutger, nello stato del New Jersey, si teneva il primo Blue Jeans Day. Quel venerdì, l’Università locale ospitava un simposio su Gay Liberation and Education, in occasione del National Gay Day. Un evento che pubblicizzò anche il giornale universitario, invitando gli studenti non solo a partecipare, ma anche a indossare i blue jeans come segno di adesione e azione collettiva. Nel campus non si parlava d’altro: quel giorno erano in centinaia a vestire dei jeans. Quello che in origine era stato un invito a una maggiore consapevolezza del proprio corpo e della propria identità, finì per introdurre una nuova ricorrenza, il Gay Jeans Day.

Nel 1981, una serie di sette spot pubblicitari immortalava una giovanissima modella con indosso un paio di jeans Calvin Klein. La pubblicità era stata girata da Richard Avedon. La modella era Brooke Shields, appena quindicenne. Lo spot scatenò così tante polemiche da essere trasmesso in fascia protetta. Se fino a quel momento l’abolizione del reggiseno era stato il simbolo delle lotte femministe, il jeans aggiungeva qualcosa di assolutamente inedito.

Il potere dell’immaginario contemporaneo legato al blue jeans e alla sua rappresentazione è solo in parte dovuto a questi due episodi. L’industria cinematografica, la musica, la pubblicità, l’arte contemporanea, e non solo: negli anni, il Denim diventa anche il simbolo di un’affermazione di messaggi politici, di movimenti di controcultura e underground. L’uso del jeans in contesti sociali e culturali favorisce lo sviluppo di una semantica e lo trasforma sempre di più in uno strumento per l’emancipazione dei diritti sia nell’ambito delle lotte degli omosessuali che in quello delle rivendicazioni femministe a partire dagli anni Settanta. «Questo e altri movimenti volevano ridurre al minimo quello che, nell’immaginario collettivo di una cultura patriarcale e maschilista, era l’aspetto maschile, fortemente connotativo del jeans».

Secondo quali modalità condizioniamo il nostro immaginario? Una serie di photocollage dell’artista Jacopo Miliani (1979), presentati di recente presso la Galleria Rosa Santos di Valencia, racconta una storia non ufficiale dei pantaloni più indossati al mondo. La sua narrazione non è contro l’idea di storia: «non si tratta di una negazione del codice, ma di una diversa prospettiva. In inglese la parola HIS-story è strettamente collegata al genere maschile. Mi interessa esaltare il carattere performativo di un gesto di appropriazione, come può essere quello di indossare semplicemente un paio di pantaloni».

Il lavoro di Miliani consiste in una ricerca interdisciplinare, che coinvolge diverse pratiche artistiche come l’installazione, il video, la performance, il collage e la fotografia. «La mostra a Valencia nasce da una ricerca sul jeans, inteso non solo come indumento. La trama del jeans –o meglio, del Denim (dal nome della città francese Nimes: De Nimes, di cui è originario) è composta da un intreccio fitto che rende la tela molto resistente. È questo il motivo per cui alcuni abiti da lavoro sono in tessuto Denim. In queste opere, l’uso di Internet e il modo in cui ci relazioniamo alle immagini è paragonato alla struttura del tessuto. Ho voluto utilizzare delle immagini provenienti dalle mie ricerche sul web e ho cercato di tessere una narrazione personale. Allo stesso tempo, ho preso coscienza dell’impossibilità di una scelta totalmente libera. Le immagini che ho raccolto sul web e che sono incluse nei photocollage, sono state coperte in parte da scansioni di jeans. Lo spettatore si rapporta a queste foto in modo solo parziale, le sbircia. Immagina la fonte originale e le personalizza. In alcuni photocollage si può riconoscere Andy Warhol, in altri Brooke Shields nel famoso spot, due amanti, ma solo l’osservatore può completare l’immagine».

Secondo Miliani è la riappropriazione dei gesti e delle azioni di chi ha contribuito a una rappresentazione della storia non univoca e non omologante, che permette al singolo di influenzare il pensiero di una moltitudine, di creare un immaginario nuovo.