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È uscito oggi in selezionate sale italiane il remake di Suspiria, diretto da Luca Guadagnino, presentato in concorso al Festival del Cinema di Venezia 2018. Dopo A Bigger Splash (2015) e Chiamami con il tuo nome (2017), il regista sceglie di lavorare ancora con la costumista Giulia Piersanti per dar vita a un mondo sospeso tra l’arte, il sadomaso e l’esoterismo de Il libro rosso di Jung.

Le ballerine della scuola di danza, tra cui l’attrice Dakota Johnson, sono una citazione iconografica delle donne ieratiche che compaiono nei dipinti di Balthus. I colori acidi della pellicola e i personaggi femminili richiamano le atmosfere dei film di Rainer Werner Fassbinder, ambientati in una Germania divisa dal muro e popolata da algide lolite.

Il climax cromatico del film ci accompagna in un viaggio alla scoperta della figura della donna, madre archetipica e principio generatore delle cose del mondo. Grigi, marroni e blu desaturati si sporcano di sangue man mano che il soprannaturale si manifesta. In un viaggio in cui l’etica e l’estetica si mescolano, così come i confini tra il bene e il male, tra l’ovest e l’est, la psicoanalisi e la magia. Il corduroy castigato degli scamiciati lascia il posto a vestaglie e abiti floreali. La tensione sale.

Per uno dei finali del film, quando si esibisce la compagnia di danza Volk, la Piersanti ha disegnato dei costumi filamentosi, dei lacci rossi che rimandano alla cultura BDSM, ma anche agli imballaggi architettonici di Christo e Jeanne-Claude e a una fotografia di Nobuyoshi Araki – delle gabbie in cui ballare al ritmo del corpo come in una pièce di Pina Bausch. Piacere e dolore. Vita e morte. Eros e Thanatos. Quando le donne diventano streghe gli abiti sono intessuti dei loro capelli.

Il cinema è andato oltre la moda, o forse è stata la moda a penetrare fino in fondo in immagini in movimento, segnando la parabola visiva della loro rinascita estetica in quelle che Gilles Deleuze avrebbe chiamato immagini-tempo.

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