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Transiti, secondo capitolo della trilogia Outline di Rachel Cusk, è arrivato in Italia quest’anno nella traduzione di Anna Nadotti. Difficile resistere alla tentazione di raccontare tutto quello che s’impara sulla vita leggendo questo libro. Mi sono ritrovata, nelle ultime settimane, a risolvere molti dei dilemmi emersi in conversazioni avute su questo o quell’argomento ricorrendo proprio a citazioni della Cusk, e a scusarmi con i miei interlocutori per l’unilateralità dei riferimenti. Non è un’esagerazione, se fosse stato possibile esprimere un desiderio dopo aver letto Resoconto, sarebbe stato avere dall’autrice un secondo volume in cui fossero sviluppate nella loro pienezza le intuizioni sottese, le rappresentazioni dell’essere umano e della sua moralità che erano nascoste nelle pieghe nel primo volume – condensate in quel modo di scrivere oracolare, quel narrare al rovescio che lasciava emergere la protagonista e le sue visioni solo per contrasto, come in un negativo fotografico. 

Transiti ci ripresenta Faye, scrittrice divorziata con due figli, alle prese con l’acquisto di una casa a Londra e i lavori di ristrutturazione per renderla abitabile. Nel mezzo, come in Resoconto, succede ben poco, se poco è ciò che accade nella vita di tutti i giorni: gli operai in casa, la vicina arcigna, gli approcci di un moderatore dopo un congresso di scrittori, l’incontro con un ex, i figli che litigano. Gli eventi assumono un significato che sfiora l’universalità, le persone che Faye incontra riferiscono, questa volta, non tanto le vicende della propria vita, quanto la propria visione della stessa. Certe frasi hanno l’effetto di un’invenzione: urtano per profondità, vanno rilette, eppure una volta comprese sono semplici come un dato di fatto. 

 Attraverso i personaggi, Cusk prende coraggio e porta allo scoperto una sua filosofia dell’esistenza. Ci sono una concezione del linguaggio e della decodificazione del sé, una teoria della provvisorietà del vero – sciorinata davanti a una cioccolata calda da un’amica che lavora nella moda: «È strano, ha proseguito, come a volte si possa credere che qualcosa sia vero, mentre in realtà è vero il contrario. Nel mio lavoro è la norma, ha detto». Si toccano i motivi della fiducia, del senso di realtà e dell’innocenza morale. C’è il dilemma del libero arbitrio: «Solo i molto fortunati e i molto sfortunati hanno un destino chiaro: tutti gli altri sono costretti a scegliere». C’è una definizione epistemologica del destino – «Il destino, ha detto, non è che verità allo stato naturale». C’è il tema dell’errore: «Commettere un errore provocava una perdita, e la perdita era la soglia della libertà: una soglia ingrata e scomoda, ma l’unica che in vita sua era stato capace di varcare». Illuminazioni nei passaggi sulla solitudine, sull’essere genitori, sul matrimonio come «sospensione dell’incredulità», che si regge «non tanto sulla perfezione, quanto sull’elusione di determinate realtà». Le riflessioni sul modo in cui gli altri ci determinano riecheggiano un’intersoggettività quasi lévinassiana. Scrive Cusk: «Non ricordava di preciso quando fosse comparso il patrigno, perché all’epoca lui era solo un lattante; ed è un guaio, ha detto Julian, essere danneggiato da qualcosa prima ancora di sapere cos’è. In un certo senso era stato merce avariata prima ancora di diventare un essere consapevole. Diventare se stesso era stato come aprire un regalo di Natale e scoprire che quel che c’è dentro è già rotto». In attesa di Kudos, l’ultimo volume della trilogia in corso di pubblicazione per Einaudi.

Recensione di Resoconto


Rachel Cusk, Transiti, Einaudi 2019

pp. 200. Traduzione dall’inglese di Anna Nadotti

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