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Nato il 9 marzo 1902 a Guadalajara, in Messico, Luis Ramiro Barragán Morfin fu ingegnere civile a ventidue anni e quindi architetto nel 1925. Gio Ponti, che dal 1953 in poi gli dedica vari articoli su Domus, lo considerava il suo «maestro irraggiungibile, un architetto mitologico» leggendone il segno «nella vita, nella parola, nel gesto, nella gentilezza e nell’architettura». Un architetto sovrano, Barragán, di cui il milanese lodava il riserbo e i muri chiusi, pieni e ruvidi, che hanno dimensioni e tagli di muraglie. Per Barragán diventano entità superiori e scultoree, protagonisti di un landscape onirico. Muri che si trasformano in schermi sui quali si proietta lo spettro del sole messicano, che ti abbaglia e ti annichila. A più riprese l’architetto, fin dalla giovinezza, soggiorna in Europa e si confronta con l’heritage archeologico e storico del Vecchio Continente, dialogando con le successive avanguardie contemporanee. 

Barragán, partendo dalle istanze dell’International Style e di Le Corbusier e guardando alla Nuova oggettività, seppe interpretare il moderno senza abbandonare la tradizione edilizia messicana autoctona e le palette accese che la caratterizzano, miscelandole alla sensibilità per il paesaggio e ad alcuni imprestiti mediterranei originali della cultura arabo-andalusa. Rifiuta l’impiego del vetro, materia dei modernisti. Contrafforti di muratura che identificano teoremi d’ombre matematiche e che giocano con specchi d’acqua che vi si riflettono, insieme amplificandosi e perdendo di densità. Un invito a catturare un proprio lembo di cielo e ad afferrare un brano di orizzonte incorniciato di poesia.

Nella sua opera filtrano ispirazioni tratte dai dipinti metafisici di Giorgio de Chirico, estrapolate dalle attese silenti delle Piazze d’Italia. Tra i suoi riferimenti, anche il paesaggista Ferdinand Bac, come dichiara questo pensiero di Barragán: ‘L’anima dei giardini contiene la più grande quantità di serenità in tutto il lavoro dell’uomo’. Entra in contatto con il catalano Josep Antoni Coderch e i suoi organismi pluricellulari e con il Team 10, con Giancarlo De Carlo, che ne è tra i fondatori e che sancì la vera rottura con il Movimento moderno e le tesi funzionaliste di Le Corbusier. Il definitivo riconoscimento a livello globale avviene nel 1976, grazie alla mostra al MoMA di New York intitolata The Architecture of Luis Barragán e con il conferimento, nel 1980, otto anni prima della scomparsa, del Pritzker Price, il Nobel dell’architettura. Quella di Barragán fu una dimensione di vita e di lavoro riservata, per certi versi monacale, che ha ben poco a che vedere con figure militanti e politicizzate del milieu artistico messicano di poco precedente, quali Diego Rivera o José Clemente Orozco. 

La poetica di Barragán rimanda a un’accoppiata di capisaldi della cultura iberica, immersi in un’iconografia religiosa cattolica di marca controriformista e nel sortilegio di forme contraddittorie, scolpite nella pregnanza del colore – il pittore barocco Francisco de Zurbarán e l’übercouturier basco Cristobal Balenciaga, che abbiamo visto tradotto e più direttamente citato nelle ultime passerelle Haute Couture parigina e nella fashion week newyorkese. La casa dell’architetto, che disegna nel 1948 e in cui vive fino alla morte, inserita nel Patrimonio dell’umanità UNESCO nel 2004, si trova a Città del Messico, in un quartiere periferico, quello operaio di Tacubaya. È nascosta dietro una facciata continua in cemento armato, oggi dai toni spenti e grigiastri. È una casa-studio invasa da un’alchimia cromatica dalla portata spirituale, dove le diversificate funzionalità, la canalizzazione scenica della luce e la radiazione estetica, si compenetrano. Magenta per le pareti del vano scale, giallo sole per le assi del tetto a vista, verde oliva per lo studio. Organizzata su due livelli, oltre al pianoterra e al giardino pensati come un unico organismo, si estende su una superficie complessiva di 1161 metri quadri.

«La mia casa è il mio rifugio, un’architettura emozionale», amava ripetere don Luis, elegante e smilzo fino agli ultimi giorni, appassionato di arte equestre, come testimonia la Quadra San Cristóbal, concepita nel 1968 quale parte dello sviluppo Los Cubes, che comprende la Egerstrom House e la Fontana degli Amanti. Un’aritmia di spazi e stereometrici parterre d’eaux che si innestano in un ordine mai predefinito, che ingenerano stupore, partecipazione e afflato lirico hidalgo. Vasche e piscine non più associate ai classici blu, ma che vengono siglate da fucsia, rosso mattone e lillà. A El Pedregal de San Angel, nel 1944, acquisito con coraggio, insieme all’impresario edile José Alberto Bustamante, un appezzamento di 865 acri, l’architetto messicano decide di dare vita a un quartiere residenziale che rispetti le due anime del luogo, inospitale, sassoso e infestato da serpenti, posto al confine del fiume Magdalena. Il plus sono le annose querce sempreverdi e le formazioni laviche, residuo dalle eruzioni vulcaniche. Qui è il giardino che assurge a perno dell’abitare, del ricevere e relazionarsi. Gli ambienti sono semplificati, ognuno dotato di una specifica funzione: il dormire, un magazzino per gli oggetti, un riparo dall’ostilità climatica. Luis Barragán mette a dimora cactus, fiori selvatici, alberi del pepe e sole varietà locali, scava nella roccia sentieri, conferisce un aspetto naturale a pozze d’acqua e muri di pietra, che vanno a confondersi con le plastiche colate di lava. Casa Galvez, a San Angel, Distrito Federal, nasce tra il 1954 e il 1955. È la memoria delle mederse nord-africane. Con levità e humor, compenetrando esterno e interno, puntando su una texture cromatica alleggerita. 

Un immaginario che l’architetto riporta dal suo viaggio in Marocco e che permea anche la facies prescelta per l’ampliamento della Cappella del Convento delle Cappucine Sacramentali, ideazione risalente al 1953 ma completata nel 1960. Don Luis vi prestò gratuitamente la propria opera quale progettista, e arrivò a finanziare parzialmente il cantiere. Il binomio luce-colore si libra qui fino alla contemplazione mistica. Vibrazioni fluide, percezioni sul pavimento di pietra nera, la Croce che si raddoppia, che si staglia accanto all’oro dell’altare maggiore, mirabile retablo sezionato per campi rettangolari, ancora una volta frutto del genio di Mathías Goeritz. Uno scrigno di culto cattolico che incrocia liturgie ispaniche e l’ascesi di Port-Royal raccontata da Philippe de Champaigne. Non può che venire in mente la Cappella aconfessionale commissionata a Mark Rothko da John e Dominique de Meni a Houston, nel 1964. 

Casa Gilardi a Città del Messico, l’ultimo incarico di Barragán, che data al 1976, è una planimetria semplice e rigorosa di tre piani, eretta intorno a un grosso albero di jacaranda. Don Luis decide di usare per le murature una tinta lilla che riprende quella dei fiori di quella pianta subtropicale. La natura, in questa residenza, più che mai si pone quale interlocutore dell’architetto. Cactus che paiono totem, intersecano le linee e le volumetrie cesellate e taglienti. Spazi introversi e possenti, un’intima monumentalità. Le soluzioni di colore di Chuco Reyes Ferreira che si tramutano in vibrazione tellurica sull’intonaco granuloso, rappreso da lame di luce bianca. Le stanze sono a pianta quadrata, destinate sia al privato che alla convivialità, come il focolare della casa, nel quale l’acqua della piscina sortisce l’ effetto d’un alveo minerale e cristallino. Radi e simbolici, come sempre accade negli interiors di Barragán, gli elementi d’arredo e gli oggetti d’arte: anfore, sculture religiose coloniali e moderne, grandi e piccole, presenze tonali che si rivelano per essere suggello di proporzioni auree affidato alla regia della luce. Le cinque Torres Satélite, colorate in blu, bianco, rosso, nero e giallo, a forma di prisma triangolare, Barragán le realizza tra il 1957 e il 1958, collaborando con l’amico scultore Mathias Goeritz e con il pittore Jesús-Chuco-Reyes Ferreira, sodali spesso coinvolti nell’atto progettuale. Torri dinamiche eco della piramide, che possiedono l’energia dello spazio di cui sono il segno, il luogo dell’incontro cosmico. Idealmente costituiscono la porta d’accesso del quartiere residenziale Satélite, progettato dall’urbanista Mario Pani.

La Terra non è rotonda. Per don Luis Barragán. Così si intitola un piccolo saggio epistolare che è scaturito da una conversazione sul tema con Cherubino Gambardella, architetto, professore ordinario e Presidente del Corso di Laurea in Architettura, Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale, dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. 


Cherubino Gambardella

Per don Luis Barragán

La terra non è rotonda. Mi piace pensare che alla fine Tolomeo se ne fosse convinto, visto che faceva girare il sole intorno al nostro pianeta. È bello sentire che lo dicessero gli antichi e i mostri del remoto quando tracciavano grafie geometriche che abbiamo imparato a leggere negando la prospettiva evolutiva al tempo.

I grandi architetti, quelli che amo, hanno abitato il Novecento senza bussare alla porta. Hanno dimostrato un’abilità a costruire credenze e poesie molto più seducenti e vicine alla vita di quanto la scienza non abbia fatto con quella strana alterigia che spesso l’ha resa lontana, quasi minacciosa.

Luis Barragán, come Le Corbusier (che predicava la modernità e praticava, per fortuna, un suo iperuranio imperfetto) è per me stato maestro di architettura verosimile e senza tempo. Lo svizzero aveva dovuto far passare per il surrealismo di Charles del Beistegui la sua camera a cielo aperto costruita a Parigi nel 1929 per rievocare Pompei e l’infanzia del fuoco. Barragán se ne frega e costruisce le sue stanze scoperchiate trascrivendo, come un medium, la passione per Giorgio de Chirico e Roma, il mistero dell’archeologia contagiandola con la vita e lo spettacolo della giornata.

Molti ne hanno letto la dimensione plastica come radicata alla sua terra, ma io credo che abbia restituito all’America Latina la capacità di essere deriva spirituale di continenti, vastità del colore, geometria sospesa ed elementare, sensualità e spirito. Barragán come Gio Ponti (che lo amava senza riserve), ha costruito la meraviglia di un dio come figura e astrazione al tempo stesso, un dio cercato con ossessiva semplicità, con potenza infantile, un dio che salva chi ama la percezione. Per questo le sue torri sono come meteoriti piovuti dal Paradiso. I giardini sono altari, i cavalli e le feste popolari hanno la cromia di maschere solo apparentemente minacciose.

Io l’ho usato così: con i suoi muri scabri e forti, con la sua acqua che è sempre benedetta, con i suoi giardini che sembrano altari e con i suoi altari che non chiudono la stanza di Dio ma la aprono all’infinito. Come Ponti e Le Corbusier, diversi per stile (che è meglio non avere perché è una gabbia fastidiosa), don Luis ha progettato meraviglie in attesa che si compisse l’eterno presente, quello che lo storico Siegfried Giedion riconosceva all’arte e all’architettura capaci di evocare un tempo di bellezza aurorale.

La bellezza all’aurora è sempre silenziosa e già porta dentro di sé il fasto della contaminazione. Ti ho visto così, maestro Luis Barragán, nel tabernacolo d’oro di Tlalpan che non disdegna tutti i colori dell’iride e ho provato a riscriverti come mi piace fare con quello che mi è familiare per inclinazione e per scelta. Scusami se l’ho fatto senza che tu mi abbia invitato a sedermi al tuo tavolo, ma sono entrato senza chiedere il permesso di celebrare il rito della manipolazione di cui queste parole e questo disegno sono una testimonianza tenacemente sperata.

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