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Text Elvira Seminara

Era l’insulto peggiore: «Sei un borghese». Se volevi offendere qualcuno con perfida eleganza, e dirgli insieme, con una sola emissione di fiato, «Sei meschino ottuso conformista gretto materialista ipocrita opportunista e bigotto», non c’era di meglio. Bastava dirlo piano, «Sei un borghese», senza nemmeno scomporsi (cioè con misura borghese), e il colpo arrivava dritto, ovunque – grazie anche al suono simile in francese o inglese.

È stato il 1968 a mostrarci non solo quanto fosse greve essere borghese (ancor peggio: piccolo borghese), ma quanto il virus fosse pericoloso, perché il borghese si nascondeva ovunque, era metamorfico, obliquo e infido tanto più decoroso e gentile, e dunque poteva influenzarti e corrompere. Tanto più se il borghese – con corna e coda e lingua biforcuta – allignava dentro di te.

Diciamolo, e senza vergogna: eravamo tutti borghesi inorriditi dall’essere borghesi, atterriti o vergognosi del bourgeois nascosto in noi. Lo spettro della borghesia alitava in ogni salotto e spiaggia italiana, tra camini accesi nell’attico e i falò in riva al mare, dove con la chitarra cantavi Gaber ma soprattutto De Andrè, Venditti, Vecchioni, De Gregori. Le rime più combattive, ancorché baciate, erano quelle di Claudio Lolli (‘Vecchia piccola borghesia / per piccina che tu sia / non so bene se fai più rabbia / pena, schifo o malinconia’) e in Francia tuonava Jacques Brel: ‘Les bourgeois c’est comme les cochons, plus ça devient vieux plus ça devient bête’ (I borghesi son come i maiali, più sono vecchi, più sono animali). Chi confondeva le carte era invece Lucio Battisti, che cantava le sue emozioni borghesi senza impegno sociale né etico, però aveva la voce spettinata e rude come i capelli, entrambi piuttosto antiborghesi.

Poi c’era il cinema, certo. Il borghese piccolo piccolo aveva il faccione umido, tronfio o servile dei personaggi di Alberto Sordi, arrampicatore moralista o succube, ma nessuno era immune dal contagio, e anche Vittorio Gassman faceva il borghese, però essendo bello e duro pareva meno borghese. C’era Franca Valeri, che nelle commedie derideva ridendo la deriva delle borghesi snob, dove Monica Vitti e Tognazzi inscenavano la noia e la nausea immergendo Sartre nel Tevere assieme a Emma Bovary, tanto borghese da aver battezzato un talento, il bovarismo.

A volte bastava sbagliare la foggia, la postura, il tocco. Il foulard annodato al collo era borghese, ma legato sulla fronte no. Il blazer abbottonato era borghese, ma sbottonato no. La pochette o la borsetta con manico erano borghesi e la tracolla no. Mocassini borghesi, zoccoli antiborghesi. Il cerchietto sui capelli era borghese, il fermaglio no. I collant borghesi e le calzamaglia no. A volte il confine era sul filo, più o meno ritorto. Il velluto a coste era antiborghese, ma quello liscio no. E c’era il discrimine dell’aderenza, al sagomato si opponeva il sadomaso.

Negli Anni Settanta fu Elio Fiorucci a salvare le fanciulle amanti della moda dall’anatema di borghesi, mostrando al mondo come un camicione a fiori poteva essere nel contempo firmato e femminista, folk e irriverente, industriale e nostalgico, e pure un filo filoamericano. C’era ambiguità, e anche dissimulazione. Eravamo più ingenui ma non poi tanto, e se non volevi rinunciare al cachemire bastava indossarlo tre taglie più in là, e già parevi alternativa. Anche gli spazi slittavano tra i piedi, e il tinello era borghese ma il soppalco no, ed erano borghesi i gioielli tranne quelli indiani, e le cravatte, i mobili antichi, il marmo, persino la plastica che seduceva tutti. Era borghese soprattutto definirsi antiborghese.

La confusione era tale, a dirla tutta, che c’era gente borghese di giorno, in banca con giacca e cravatta, e antiborghese la sera nella locanda off. Catherine Deneuve in Bella di giorno era signora perbene con tutti e prostituta per pochi. C’erano i borghesi nativi, diventati antiborghesi per autoanalisi ed espiazione, e i borghesi per aspirazione, per soldi, per posa. I poeti del Gruppo ’63 erano antiborghesi, ma la poesia (in quanto evasione) appariva borghese. Anche la leggerezza era borghese, ma la tristezza no, e un depresso ragionevolmente sciatto riusciva a passare per antiborghese senza sforzo. La verità è che gli umori si mescolavano e Moravia, interprete dei giovani borghesi, scriveva che in Italia non c’è mai stata una società borghese, con una sua identità e i suoi valori, ma una borghesia identificabile solo come classe economica.

Non abbiamo avuto la borghesia francese, che aveva tutta una visione e prassi del mondo, o quella tedesca. Non abbiamo avuto Thomas Mann che della grande borghesia tedesca ha tessuto esequie monumentali. I borghesi italiani secondo Tomasi di Lampedusa e il suo Gattopardo erano ‘sciacalli e iene’ –  parvenu, arrampicatori, opportunisti. Ibridi, uno nessuno e centomila, esteti di massa, individualisti senza ethos.

Eccola, infine la parola. Il ‘sano ethos borghese’, fondato sul lavoro, la famiglia, il senso civile e solidale. Era così presente e molesto in Italia da dovercene liberare come un danno, un limite o un marchio d’infamia? Forse no, ed è questo il nostro vero problema. Il fascino discreto della borghesia, che avvolgeva il delirio dei personaggi di Buñuel, ci seduceva ma non ci apparteneva. Borghesi autentici, nel senso dell’identità e dell’ingegneria sociale, veri eredi di Robinson Crusoe, mito fondante del cosmo borghese, forse noi non siamo stati mai. È stato dunque semplice e fatale, negli Anni Novanta, liberare il demone borghese e riconoscerci nel modello Yuppie e nel riesumato bon ton, in un’orgia di conformismo e consumismo per masse smaniose di sentirsi élites ed élites vogliose di imporre modelli.

L’aveva detto già nel ‘65 l’arguta Irene Brin nel suo Galateo dove le voci riguardano ogni atto, passando con grazia acrobatica da Acme ad Acne, da Foie gras a Formalismo. Sul quale appunto dice così: ‘Difesa utile, economica, senza rischi. In ogni momento della vita, in ogni difficoltà, accettate l’inamidato soccorso del formalismo. Siate formali e sarete invincibili, perché avrete applicato, forse grettamente, forse duramente, le norme del viver civile e non vi si potranno attribuire responsabilità diverse da quelle che vi siete assunte’Insomma, un bene utile e ordinario molto spendibile sul mercato. Strana parabola del formalismo, da calamità borghese a calamita sociale.

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