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Erano un po’ fuori moda – circa dieci anni fa – quando Ben Brown, dealer a Londra e Hong Kong, a TEFAF Maastricht, pensò di esporre nel suo stand i mobili-animalier dei Lalanne, le loro metamorfosi ovidiane tradotte in lega metallica. Forse da allora, in ogni caso da qualche anno a questa parte, il duo François-Xavier e Claude Lalanne, compagni nella vita e nel lavoro, sembra un’ossessione per una faglia di collezionisti. Un universo fatto di un bestiario surreal-pop e di forme vegetali e floreali fuse in crogioli da alchimista. I Lalanne non si ponevano limiti. Erano capaci di inventare la choupatte, una creatura ibrida – un grosso cavolo dalle zampe di gallina –, trasformavano un rinoceronte in scrittoio di laiton – Rhinocrétaire – o un dromedario in divano. Un ippopotamo poteva diventare una vasca da bagno, il Gorille de Sûreté porta inserita una cassaforte, mentre un gabbiano dal becco dorato conteneva un letto cocoon, degno della Rapunzel dei fratelli Grimm. Brown quegli arredi scultorei li aveva messi in dialogo con le sciarade alfabetiche di Boetti e l’astrazione iper-geometrica e cromatica di Albers – un effetto estraniante.

C’è anche chi i Lalanne ha seguitato ad amarli e sostenerli nel tempo fin dall’origine, come l’über-decorator parigino Jacques Grange. L’asta che ha disperso il contenuto della dimora parigina di Yves Saint-Laurent, nel 2009, li ha lanciati a quotazioni alte, consacrandone il lavoro. Claude si diceva spiazzata dall’essere diventata un’icona. Lo ripeteva spesso e aggiungeva divertita di essere felice che gli oggetti realizzati per i cari amici Saint-Laurent e Bergé avessero raggiunto un simile successo. Il resto lo ha fatto la retrospettiva parigina del 2010, presso il Musée des Arts Décoratifs, messa in scena da Peter Marino. Va considerato il ruolo della triade dei loro galleristi, Ben Brown appunto, il newyorkese Paul Kasmin e, dagli anni Ottanta, Jean-Gabriel Mitterrand a Parigi.

Tout revient. Viviamo in un’epoca di cover e di revival. Dichiarati qualche volta e insistiti fino alla nausea, ma più spesso spacciati per novità, come non ci fossero né una memoria né un domani. Negli anni Sessanta François-Xavier – scomparso undici anni fa – e Claude Lalanne, marito e moglie legati in un medesimo itinerario creativo dal 1956, diventano must. Seducono il palato di collezionisti e amateurs d’eccezione, tra cui i Rothschild e gli Agnelli. Gianni Agnelli ordinò loro almeno una ventina di mouton, pecore bianche con zampe e musi in bronzo nero patinato, un gregge che spicca nelle foto dell’appartamento milanese progettato da Gae Aulenti. Tra gli aficionados, non manca la viscontessa Marie-Laure de Noailles, sulle barricate ideologiche fino all’ultimo respiro. Il primo estimatore pare sia stato il fotografo, imprenditore e astrologo tedesco Günther Sachs, un playboy e, dal 1966 al 1969, terzo marito di Brigitte Bardot. I Lalanne, che si sposano nel 1967, costituiscono un’enclave nel contesto del dibattito artistico del loro tempo – per poi chiamarsene fuori, giocando su una linea immaginifica e differente devoluta alla fantasia e alla passione per il mondo naturale.

Nella preview di una recente asta Sotheby’s a Montecarlo, una minuscola seggiola metallica dorata, signée Lalanne, una trama di rami di bambù percorsa da foglie e degna di una fatina di Perrault, che sembrava ancor più piccola in mezzo a dipinti manieristi e opere robbiane, attirava l’attenzione dei presenti, quale oggetto del desiderio. Un po’ quello che è accaduto recentemente con il divampare della Gabriella Crespi-mania, che ha interessato un’altra figura tra design e arte per alcuni versi e qualche similitudine accostabile alla poetica dei Lalanne.

Maria Grazia Chiuri ricorda Claude Lalanne con affetto e ammirazione. Per la sua prima collezione Haute Couture quale direttore creativo della Maison Dior, che sfila al Musée Rodin dentro un labirintico giardino formale, nel gennaio 2017, Maria Grazia volle che Claude disegnasse dei gioielli, dei collier a farfalla o formati da fiori e vischio, accompagnati da cinture a serpenti o simili a intrecci di poetici rovi. Monili che raccontavano storie sospese tra natura e sacralità, librate tra mito e metamorfosi. «Sono andata più volte a trovarla  a casa sua, in un palazzo haussmanniano in Boulevard Raspail a Parigi e nell’atelier vicino a Fontainebleau – racconta Maria Grazia Chiuri –, per vederla lavorare. Claude era ipnotica, concentrata sulle sue mani che piegavano, plasmavano e intagliavano la materia metallica come fosse stata carta velina. Una forza e una precisione sorprendenti, specie in una donna di oltre novant’anni. Preparava fusioni a cera persa, con l’aiuto dei due nipoti che collaboravano con lei, ne tirava fuori vere e proprie magie. Si affidava con confidenza all’ispirazione, accoglieva le suggestioni che le venivano della materia e dall’estro del  momento».

François-Xavier Lalanne, Cocodoll, 1964

Il mondo della natura – quello che circonda il laboratorio-studio di Fontainebleau – forniva linfe continue. Claude confessava che qualche volta si era voluta accontentare di immergere ortaggi o reperti vegetali dentro un bagno galvanoplastico, da cui emergevano d’oro o d’argento. Tale era il suo amore per la natura, ereditato da un padre che, come amava ripetere, cercava la pietra filosofale.

Per Dior, il duo Lalanne aveva concepito il décor della boutique dell’avenue Montaigne, quando la Maison era diretta da un Yves Saint-Laurent ancora ragazzo. Più tardi, nel 1965, Les Lalannes realizzano per Yves Saint-Laurent il bar a uovo, in origine a Palace Vauban e nel 1970 approdato nella biblioteca di rue de Babylone. Nella residenza parigina di rue de Babylone, Monsieur Yves e il compagno Pierre Bergé li chiameranno a inventare una sala da musica. Era un ambiente a vocazione notturna, che sfumava in un’aura proustiana e crepuscolare. Specchiere illuminate unicamente a candele, animate da intrecci vegetali danzanti e liane nastriformi, in rame e bronzo galvanico. In un’intervista su Beaux Arts, Claude affermava di essersi educata l’occhio nel giardino di sua proprietà, un luogo capace di fornirle una fonte di ispirazione nel concepire i suoi lampadari, le gabbie e le specchiere incastonate da motivi di piante e liane. A Tangeri, a Villa Mabrouka – ora appartenente a Jasper Conran, il nome significa ‘fortuna’ in arabo –, il secondo nido marocchino della coppia St. Laurent-Bergé, sopra un camino di marmo campeggiava una lastra di specchio inquadrata da verzure.

I corsage da amazzone in metallo dorato, modellati a vivo sul seno e sul busto di Veruschka da Claude, erano abbinati a pepli da sera in chiffon nero, marrone Ashanti e blu Klein. Uscirono sulla passerella dell’Haute Couture YSL Autunno-Inverno 1969, producendo scalpore. Le barricate del maggio francese ’68 stridevano con dee o guerriere di imprinting ellenico che incedevano portando corazze auree che ne stringevano la vita e imprigionavano la levità fluttuante della seta. Si sa, YSL praticava la provocazione come un mantra. Per la Maison YSL, Claude diede vita pezzi scultorei di gioielleria in rame galvanico.

Scavava la materia, ne indagava ogni riflesso e possibilità. Alla Whitechapel Gallery di Londra, nel 1976, assieme al marito, espone una scatola di sardine. In quel periodo vivevano un momento pop, quasi warholiano, ma nella poetica si ravvisavano anche echi liberty e orientalisti, a esempio nelle Tables-Lotus. Affiora talvolta un mood astratto e sacrale. Per François-Xavier le referenze sono l’Egitto dei Faraoni, Pompon, echi di Brancusi, vicino di studio a Montmarte e compagno di bevute. Ci sono troni di rami coronati da grandi foglie di gingko biloba, le sinuose sedie Bambiloba, faldistori con pelli di coccodrillo pendenti, cinghiali gremiti di fogliame. La Singe Douche, il Lapin Polymorphe, i minotauri e centauri in bronzo di François-Xavier, connotati da un’aura minoica. La serie delle Histoires Naturelles è un insieme di opere plastiche in bronzo e pasta di vetro. Candidi struzzi reggono nel becco il ripiano di una consolle che al centro mostra un uovo di memoria pierfrancescana, le posate sono degne di un conte de fées, fioriscono di elementi vegetali. I sautoir sono irti di spine simboliche.

Nata nel 1925, studi all’École des Arts décoratifs di Parigi, Claude Dupeux – questo il suo nome da ragazza – fin degli inizi di carriera ha cercato di unire l’utile al dilettevole e di coniugare funzionalità e scultura. Si sposa un prima volta con l’architetto Jean Kling, unione da cui nascono tre figlie. È nel 1952 che incontra François-Xavier, di Agen, due anni più giovane, appena uscito dall’Academie Julian. Claude adorava i fiori, François gli animali. Presto diventeranno i Lalanne tout-court, lavorando ognuno autonomamente, ma sotto la stessa firma. Il processo di produzione rimane distinto: moulage e assemblaggio sono appannaggio di Claude, disegno e costruzione spettano a François-Xavier. Si miscelano due universi complementari, che in fondo rimangono distinti. Quello classico e architettonico di Claude e l’approccio organico e barocco di François. Iniziano producendo oggetti ornamentali per i grandi magazzini Printemps e nel décor teatrale, ambito dove si affermano subito.

Spesso gli acquirenti facevano passare quelle creazioni per opere loro, ciò metteva in crisi i Lalanne agli esordi. Insieme, su consiglio dello scultore americano Jimmy Metcalfe, decidono di presentarsi quali artisti. Diventeranno star. Espongono da Jeanine Goldsmith. Jean Tinguely e Niky de Saint-Phalle, cui sono molto legati, li introducono al mercante greco Alexandre Iolas, con il quale lavorano fino alla sua morte. Claude, alla Galerie Goldsmith è appezzata da Salvador Dali e dalla moglie Gala per un orologio con dentro una cipolla dall’eco arcimboldesca, che le apre le porte del loro privato, all’Hotel Meurice. L’Homme à la Tête de Chou, una sua scultura, nel 1968 ispira un album a Serge Gainsbourg. Tra gli amici più stetti dei Lalanne ci sono Karl Lagerfeld, che Claude ha ritratto, e Marcel e Teeny Duchamp. Peter Marino commissionò ai Lalanne opere per delle residenze private che stava arredando, oltre a una panca rotonda con un buco centrale che andava riempito di ortensie blu, destinata a Dior in Avenue Montaigne. I Lalanne hanno prestato il loro talento anche per la boutique Chanel in rue Cambon. «La sua personalità era costruita come una fortezza contro il cattivo gusto e la pretenziosità» – sottolinea in un omaggio in occasione della morte di Claude Lalanne il suo gallerista, Jean-Gabriel Mitterrand, che ha organizzato la sua unica personale inaugurata il 14 maggio 2018, cui fece seguito quella dedicata a François-Xavier, dal primo giugno al 28 luglio seguente. «Scacciava con umore e humour ogni mediocrità e non lasciava nessuna possibilità agli esegeti delle avanguardie, quanto alle voghe artistiche passeggere».