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Parigi resta la capitale del regno dell’Haute Couture. Trentadue sono le Maison grandi e piccole che hanno partecipato all’ultima tornata, l’autunno-inverno 2019-20, dal 30 giugno a mercoledì 3 luglio, con un’ appendice romana incarnata dal défilé Fendi Haute Fourrure del 4 sera al Palatino. L’Haute Couture sembra restare fuori da ogni logica di mercato – qualità dei materiali e delle lavorazioni, unicità, sperimentazione tra tradizione e creatività. Un contenitore di estetiche e messaggi libero, rispetto all’ortodossia marketing del prêt-à-porter. 

Serge Brunschwig, CEO Fendi – brand controllato da LVMH – sfatando un luogo comune sottolinea che questo segmento rende. Gli fa eco Maria Grazia Chiuri: «L’haute couture – afferma il direttore artistico di Dior – è la sola disciplina che spalanca il campo delle possibilità, è uno spazio di indipendenza, di creatività personale per quelle donne che vi possono accedere». La clientela in crescita, silfidi cinesi accompagnate da fotografo personale e adornate di smeraldi e diamanti all’Hotêl Salomon de Rothschild per Valentino. Questa stagione, in una Parigi intransitabile per i lavori in corso e la canicola, ha raccontato storie e segnato il primato degli italiani espatriati: Maria Grazia Chiuri chez Dior, Pierpaolo Piccioli con Valentino, Giambattista Valli, Giovanni Bedin e Maurizio Galante. Luisa Beccaria ha messo in scena un fairy tale nella settecentesco dimora privata Hôtel des Gesvres. Giorgio Armani, con Armani Privé, ha scelto il Petit Palais – festeggia quindici anni di presenza sulla scena parigina dell’Haute Couture. Schiaparelli appartiene a Diego Della Valle dal 2007.

Dior, abbandonando il Musée Rodin, ha scelto di sfilare nella casa madre al 30 di Avenue Montaigne, trasfigurata dall’artista californiana Penny Slinger

Le radici di un ficus fitto di liane hanno invaso l’ingresso della Maison, lungo il vano dello scalone Secondo Impero. Immagini d’antan in bianco e nero che componevano un collage surrealista, tappezzavano pareti, pavimenti e soffitti. Sculture muliebri di cariatidi bianche. Un giardino sospeso di rose antiche, che evocava Granville, la residenza normanna della famiglia Dior. Lo show si apre sulla domanda Are clothes modern?, incisa su un peplo da amazzone in cady di seta candida e mutuata dal pensiero dell’architetto e teorico Bernard Rudofsky. Era moderna. Un’oeuvre au noir in cui quasi tutte le uscite erano giocate in nero – astrazione e autonomia ermeneutica. Nero pulsante degli apporti tecnici di cui sono capaci le petit mains degli atelier Dior. Broderies anche in pelle, frange, plumetis che animavano cloqueés, tweed e trame tessili increspate, sovrapposte, cesellate come oreficerie. Intrecci di filo d’oro e d’argento ossidato per inventare bagliori e liquidi sulla seta ossidiana. Crinoline rocaille appena accennate sotto trame di dentelle. Sono stati rieditati apposta i velluti Fortuny, messi in dialogo con broccati opachi come basalto. La Venezia degli Aspern Papers e la classicità arcana di Eleusi. Le Quattro stagioni di Vivaldi erano il soundtrack. 

Maria Grazia Chiuri parla di archi-couture, stabilisce un parallelo tra moda e architettura. «I vestiti che portiamo sono la nostra casa», afferma. «Ci siamo proposti di mostrare tutte le possibilità architettoniche che un abito possa offrire». Il tailleur-bar si reinventa nelle proporzioni, la cappa di cuoio è geometria, le silhouette incedono come colonne elleniche. Strutture e funzionalità. Spalle fittate, drapées grand siècle, alle volte suggeriti attraverso linee impercettibili e fuggenti in diagonale, robe bustier, concrezioni di tulle, turbinare di dentelles. Non c’è mai il sospetto della ridondanza, non si avverte nulla che sia un di più. Il gioco rimane dominato da un rigore purista. Those clothes are totally modern. Alle sette e mezzo in punto Marléne Schiappa, Secretaire d’Etat auprés du Premier Ministre, incaricata per la parità tra uomo e donna e la lotta alla discriminazione, ha conferito a Maria Grazia Chiuri le insegne dell’Ordine della Légion d’Honneur. Maria Grazia nel suo discorso, tenuto in inglese, si è commossa e ha ringraziato quanti – tra cui Valentino, che era presente con Giancarlo Giammetti, la squadra femminile Fendi, i CEO Dior Toledano e Beccari e soprattutto la famiglia – per averla sostenuta nel suo cammino di creatività e lavoro.

Valentino Extravaganza. La creatività e l’uso di forma e colore da Valentino all’Hôtel Salomon de Rothschild. Settantuno uscite per una Haute Couture che assurge a inno all’individualità

Un’estetica poliforme per un’indipendenza sfaccettata. Come afferma Pierpaolo Piccioli l’opulenza della diversità. Il mood è un’inclusione di apporti, di ispirazioni e semantiche diverse e contrastanti, tagliando gli ormeggi con ogni filo conduttore, esulando da qualsiasi continuità stilistica. Ogni abito porta il nome di chi lo ha realizzato negli atelier, spesso lavorando per giorni e settimane. «La stravaganza è l’individualità nella sua accezione più pura e assoluta – dichiara Piccioli –, significa muoversi fuori dai confini ed è un modo di rimanere fedeli a se stessi». Le silhouettes si avvicendano l’una negando l’altra. Blu elettrici, verdi manieristi e fluo, fucsia, ametista, rosa e giallo intenso, non di rado giocati su abbinamenti inattesi. Paesaggi onirici, pennellati di paillettes e pizzo, si manifestano sullo chiffon cenere. Copricapi tra Perù incaico e la Medea di Pasolini, parrucche in lana psichedeliche, che ricordano quella in trucioli d’acciaio che Paco Rabanne, nei tardi Sessanta, pensò per Marisa Berenson.
Il pamphlet recita come un mantra che 850 ore, 942 ore, 1000 ore, sono state necessarie per la realizzazione di quest’abito, che per farlo sono stati usati sessantacinque metri di tessuto. Lauren Hutton vacilla per un attimo ma torna a sorridere in passerella. La cappa in gazar reca una stampa Vol d’oiseaux de nuit, bordata con piume blu zaffiro, avorio e rosso rubino. Le sperimentazioni: il cappuccio di tulle nude è intrecciato di perle tubolari metalliche e filo di laiton, sul crêpe di seta avorio affiorano ramages di paillettes blu. Taffettà oro craquelé, come fosse un Cretto di Burri e cabochon di strass. Fiori, frange, plissées, applicazioni. Il finale è la sfilata delle maestranze degli atelier Valentino al completo, un flusso di gente d’ogni età in camice bianco. Ci sono loro dietro questo sogno che si consuma in una manciata di minuti. You make me feel like a natural woman, canta Aretha Franklin.

Virginie Viard esordisce nell’Haute Couture Chanel, primo atto del dopo Karl Lagerfeld. ll Grand Palais è una biblioteca, con un elemento a colonna circolare fitto di migliaia di volumi al centro

La struttura, pensata in altezza, si innalza fin quasi sotto le volte di vetro trasparente dell’edificio. In mezzo camminano le modelle. Viene in mente la mostra veneziana Chanel, la femme qui lit, tenutasi a Ca’ Pesaro nel 2017, che indagava le relazioni intellettuali ed emozionali di Mademoiselle con gli amici Reverdy, Mallarmé, Cocteau e Max Jacob. Un universo di poeti, scrittori e artisti che ruotava attorno a Coco. Virginie Viard ha esplorato fino al cuore l’heritage stilistico ma anche l’immaginario della Maison di rue Cambon, per renderlo in forme concise e attualizzate, per concentrarne il respiro più libero dalla fondatrice. I codici ritornano a declinarsi tramite nuove linee e accezioni, per parlare la lingua di oggi. Le morfologie sono geometriche, cloches di sapore anni Cinquanta, tweed doppiati di seta bianca, il bomber ricamato di corolle di piume, la tunica nera da seminarista che diventa tuxedo, con il plastron in piqué e il col Lavalliére. Le mani infilate nelle tasche dei pantaloni pied-de-poule, come un ragazzo scanzonato. È un approccio che alla base viene da anni di lavoro accanto a Karl Lagerfeld. I colli feuilletés degli abiti rimandano al ritratto fotografico di Coco scattato da Hoyningen-Huene nel 1939, che contiene la semantica e il vocabolario di una parabola creativa. Virginie Viard, chez Chanel, nel 2000 è la prima a collaborare con François Lésage al momento in cui i rapporti del maestro del ricamo con la Maison si fanno più stretti. 

Il fourreau di seta carbone è inciso dal cuoio della cintura, il velluto nero molto Arletty, incarna una vocazione minimale. I cappotti sono quasi duster lussuosi e maschili, doppiopetto romantici e marinareschi, nel tweed antracite di cui sono fatti. Sempre al Grand Palais è esposta la collezione Haute Joaillerie del brand francese, che porta il titolo La Paris Russe de Chanel. Imperversano aquile imperiali bicipiti e motivi del folklore russo, memorie del granduca Dimitri e della granduchessa Marija Pavlovna Romanova, la cui azienda tessile Kitmir, nata a Parigi dopo l’avvento della rivoluzione bolscevica, fu a lungo legata alla committente di Gabrielle Chanel, prima della rottura che fece epoca. Chanel, gruppo da 8,5 miliardi di euro, controllato dalla famiglia Wertheimer, per la prima volta fa acquisti in Italia. È appena sbarcato in Toscana, dove ha acquisito la conceria Samanta di Ponte a Egola, frazione di San Miniato, in provincia di Pisa. Chanel rafforza la filiera a monte, nell’ottica di incrementare il sourching di materiali di qualità. Che sia solo l’inizio di una campagna d’acquisti più vasta?

Da Giorgio Armani Privé il Petit Palais, nel suo fasto Belle Époque, rammenta il terzo atto di Traviata à Paris, riduzione cinematografica dell’opera verdiana 

La Traviata à Paris fu qui girata nel 2000 da Peppino Patroni Griffi, si apre sul ballo in casa di Flora. Un suggerimento che Giorgio Armani, arrivato con questa collezione Haute Couture ai quindici anni di presenza sulla scena parigina, deve aver accolto. Il giorno, cui è dedicata la prima parte del défilé, rimodella le classiche silhouettes maschili di Armani con una nuova morbidezza che si smaterializza in nuvole di pois grandi o minuti – come a voler negare l’impatto dei profili, smussando la percezione del taglio. Giacche accostate e gonne affusolate sono ricamate a cristalli sui bordi, che sfumano di riverberi e riflessi sottesi. L’intento si dichiara fin dal primo passage, sulle note del Lago dei Cigni di Čaikovskij. È una giacca in seta a galloni rosa pallido, appoggiata, dalle spalle a pagoda non troppo pronunciate, che si abbina a un paio di pantaloni di velluto. Si arrotondano i profili, in basso ma anche nei colli candidi talvolta sciallati. 

Lo smoking si reinventa sotto forma d’abito lungo doppiato di satin crema. Applaudono Celine Dion e Nicole Kidman, assise in prima fila al défilé riservato alle celebrità, separate dai giornalisti. Giorgio Armani, chioma bianco ghiaccio e occhi azzurro Maldive, la percorre tutta fino in fondo, questa allée, si gode fino all’ultimo l’applauso. Sia il primo atto di questa rappresentazione, dedicato al giorno, che quello finale, incentrato sulla sera e reso fatato da bustier di tulle teatrali e pleiadi di ricami scintillanti di perle, sono calati nel binomio bianco e nero. L’entracte si dipana su un ventaglio di tonalità pastello, molto amate dallo stilista milanese. Una suite di variazioni sul verde acqua e confetto, il blu cielo, il mauve e un violetto d’iris degno dei Macchiaioli, il rosa baby e quello antico, più cipriato e impalpabile. Sfumature che impreziosiscono bustier ricoperti di paillettes madreperlacee, sottratte a un’aurora boreale, i lunghi a colonna, le gonne di satin mosse da ranghi di volants. Un arcobaleno iridato che si mescola in una finta pelliccia. 

Schiaparelli ha aperto l’Haute Couture lunedì primo luglio, alle dieci del mattino, al Pavillon Cambon trasformato in scatola nera e reso assordante dallo stridere metallico di un métro amplificato

È approdato nella capitale francese dal suo studio newyorkese a Chinatown, il texano Daniel Roseberry, 33 anni. Su invito di Diego Della Valle ha raccolto il testimone della Maison Schiaparelli. Roseberry arriva al centro del podio, mette su una cuffia e si siede alla tavola da disegno, dopo essersi tolto giacca e berretto. Il rumore si arresta e iniziano le note di Up Where We Belong di Buffy Sainte-Marie. Siamo finiti dentro il cervello del designer. Il suo studio a Chinatown aveva i muri che tremavano per le vibrazioni della linea M dell’underground di New York. Roseberry comincia a realizzare schizzi che subito prendono vita nei modelli che si succedono sulla passerella. Il giorno si declina nella giacca dal collo trompe-l’oeil, nell’abito a maniche soffiate che si apre in plissées piatti e nel cappotto in cachemire marine. «Sono stato ispirato dalle sculture tecno-primitive di Jack Whitten – afferma Daniel Roseberry – e dall’opera plastica di Sarah Lucas, che rifiuta l’idea di una femminilità convenzionale». I primi look, in spirito surrealista, sono mutuati da citazioni di interni, i sofà in velluto verde del Grand Hotel et de Milan o un altro divano grigio in lana, posto davanti a un muro rosso cupo. Ogni uscita è un esercizio di tonalismo, un contrasto di colori. La sera si immerge nel blanc et noir di Schiaparelli. L’ultima parte dello show è battezzata Dream. La gonna di seta sovratinta in giallo zafferano dalla schiena brodée di madreperla e l’ingresso dell’abito da sposa, scolpito a masse tessili – un’apparizione surrealista à la Delvaux. In molti tacciano la sfilata di essere l’esercizio ambizioso di uno studente di moda, in eccesso di presenza a se stesso. Sia quel che sia, sembra che si sia usciti dalla schiavitù del repertorio emblematico di Schiaparelli, dal suo immaginario onirico di marca surrealista e dalla sensazione di costumé. Niente più bocche e aragoste, niente più cuori trafitti o lucchetti. Sull’onda degli applausi finali, Daniel Roseberry raccoglie i suoi croquis, si rinfila giacca e casquette, afferra lo zaino e lascia la scena.

Giambattista Valli è un couturier, il più francese degli italiani a Parigi. Ha deciso di non sfilare ma di costruire, da curatore, un percorso espositivo dentro i saloni di un albergo parigino

Un itinerario in penombra sferzato da bagliori di luce. «Una sfilata impone sempre una certa distanza con il pubblico», confida Giambattista. «Avevo voglia di un momento più intimo, desideravo che fosse possibile avvicinarsi di più agli abiti per poter apprezzare il lavoro fuori dal comune degli atelier, la qualità dei tessuti e delle strutture. Mi piaceva l’idea che non si perdessero i dettagli, che si leggessero i risvolti strutturali, cosa che risulta impossibile su una modella in movimento». Chilometri di tulle dai colori diafani e delicati. Morfologie scultoree e lievi, ricami di fiori rubati a Giverny per un romanticismo di oggi, slancio barocco e croccante del taffetas. Il suprematismo visionario delle torri di Tatlin e gli ingranaggi di Sugimoto, che si miscelano alla pittura di Boldini. Una tavolozza di colori pastello che talvolta si spinge al fauve, bianco impressionista con nastri tonali di velluto nero.

Iris van Herpen intitola il suo show Hypnosis e fa salire fino all’Elysée Montmartre per assistervi. Al centro del salone, sul parquet lucido, l’Infinity Dress 

È l’abito di Anthony Howe, struttura in alluminio, acciaio e piume dal carisma d’allucinazione e in moto incessante. Sfere d’organza multilayered si innestano l’una nell’altra, superfici di cotone bianco tagliate a laser fino a spessori minimali, ali di moiré che estrapolano il corpo dallo spazio circostante. Si avverte un senso di mistica, l’ipnosi di una dinamica che si gioca in leggerezza e distanza. Gli stilemi della Haute Couture e l’ortodossia di padri nobili quali Balenciaga, Roberto Capucci o Hubert de Givenchy, ma anche l’ispirazione dei designer nipponici, emergono in sottofondo. L’apporto tecnologico si rivela nel cape-dress con motivi in bianco e nero su satin-duchesse, fissato su mylar e tagliato a laser in onde sovrapposte da 0,8 millimetri. Il movimento che crea è pensato per un effetto di bolla tridimensionale, più rapido della stessa percezione dell’occhio. Sul Dichotomy Gown le linee del suminagashi, antica tecnica giapponese di decoro ad inchiostro su carta: impaginano linee in contrapposizione grazie a piani trasparenti in mylar. Macchie di Rorschach e inganni ottici, miraggi grafici e fantasmi tessili. Prospettiva negata e canone inverso. Una fuga nel subconscio e nell’immateriale, questa di Iris van Herpen, trentacinquenne stilista olandese già collaboratrice di David Altmejd e Tim Walker. che fonda il suo brand nel 2007.

Cambia lo stage set. È la volta di Roma, la sera del 4 luglio. Fendi Haute Fourrure ha pensato un omaggio alla Città Eterna che ripercorre stilemi ed eredità artistiche di Roma

L’evento è anche un tributo a Karl Lagerfeld e al suo apporto alla parabola di Fendi, con cui ha collaborato dal 1965. Cinquantaquattro uscite, tante quanto gli anni che Kaiser Karl ha trascorso alla guida artistica della Maison capitolina. Fendi ha mostrato la maestria dei propri atelier, spinta al superamento della tradizione. Le pellicce diventano aeree come tulle, si miscelano a piume, intrecciano tricot e celano punti arazzo e bagliori sottesi. Si sale dall’Arco di Costantino per arrivare alla piattaforma ove si innalzava il Tempio di Venere, ridisegnata da una struttura in finto travertino, corredata dalle siepi di un giardino all’italiana e con al centro una fontana, in corrispondenza all’abside colossale ritmata da lacunari. Leggenda vuole che qui sia nata Roma. Il Gruppo LVMH ha stanziato un finanziamento di 2,5 milioni di euro per contribuire al restauro di questo luogo. 

Sonorità evocative, il Satyricon di Fellini fluttua nell’aria, mentre affluiscono i seicento ospiti dell’evento, accolti da Silvia Venturini Fendi, anima creativa del brand della doppia F e dal CEO Serge Brunschwig. Ci sono Susan Sarandon e Catherine Zeta-Jones con la figlia Carys Douglas, Ginevra Elkann, Francesco Vezzoli, Alba Rohrwacher, Zendaya e Maria Grazia Chiuri, accompagnata dalla figlia e musa Rachele. Lo show si snoda su una musica elettronica a base di ripetizioni, curata dalla performer italiana di stanza a Berlino Caterina Barbieri. Roma Quanta Fuit diventa The Down of Romanity. Le ispirazioni sono tratte dall’epopea del marmo, del serpentino e del porfido, materie che incarnano duemila anni di esistenza dell’Urbe, dalla classicità al medioevo, dal barocco al razionalismo novecentesco. 

Marmora Romana, il libro di Raniero Gnoli che è stato appena rieditato e che di queste pietre analizza colore, provenienza e uso è il punto di partenza di questo viaggio. Pellicce intagliate – sostenibili e ridefinite a nuova vita – e supporti tessili si trasformano nelle tessere policrome dei mosaici della domus Tiberiana. Ricompongono i pavimenti cosmateschi di Santa Maria Maggiore, dei Santi Quattro Coronati, di Santa Maria in Cosmedin, o quello dell’abside soprelevata di Santa Francesca Romana, che sorge a due passi. Il breitschwanz si tramuta in bronzo dorato, aere perennius. L’Astuccio Fendi, lavorazione del 1971 si intarsia sul tulle e approda anche sugli abiti. il trench in seta con lining in zibellino, cult di Silvana Mangano, la Marchesa Sermonti del viscontiano Gruppo di famiglia in un interno, si manifesta con proporzioni rinnovate.

21 sono i modelli nuovi, mentre gli altri prendono forma da rielaborazioni di pezzi d’archivio. Si succedono crinoline, maniche a palloncino alla magiara di sapore rinascimentale, grafici décolleté, tuniche impero e tailleur magistrali, pantaloni palazzo in moiré e gazar marmorizzato, griglie di perline ottagonali. Un ricamo a spighe in rafia sulla superficie abbagliante di un laminato oro. Cestini e pattern floreali su griglie in pelle, robe manteaux ‘70 e  pulsazioni di visone come venature di serpentino e red porphiry, la pietra degli imperatori a Roma e Bisanzio, degli eroi e dei martiri. Le tecniche di tessitura si manifestano sulla Baguette in pelliccia, sandali e stivali trasparenti, ancora spighe e corolle che emergono dal tulle. Marmi e natura, un vento di Secessione viennese che riporta un’altra volta all’imprinting di Karl Lagerfeld. Le modelle hanno tutte la stessa coiffure mid Settanta, che ricorda Sylvie Vartan e l’Histoire d’Eau – anno 1977 – di Jacques de Bascher. Silvia Venturini Fendi è padrona di una autonomia stilistica. Il dinner, alla presenza di Bernard Arnault, si svolge sul Palatino – tavole illuminate a candele con frutta antica. I Lion Babe, duo americano di R&B cantano sullo sfondo della città vibrante di mille luci e memorie, ricolma di infinite storie e suggestioni. Avvolta dalla coperta di una magica notte d’estate. 

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