C’è una differenza tra un diamante sintetico e un diamante artificiale. Il primo, il diamante sintetico, replica la struttura in carbonio puro: in laboratorio si produce la pietra. Il secondo, il diamante artificiale, replica in laboratorio il processo di formazione della pietra. Fin dalla fine dell’Ottocento, l’uomo ha provato a riprodurre il diamante in laboratorio – si possono documentare studi risalenti al 1879. Era lecito pensare fosse possibile ricostruire una struttura pura e razionale in carbonio, geometrica – un reticolo tetraedrico di atomi di carbonio – e il diamante sintetico divenne presto realtà. La scienza ha proseguito nel miglioramento della sperimentazione fino a sfidare il mercato sul riconoscerla, una pietra sintetica da una naturale. Individuarne la differenza è oggi compito tecnico, possibile con lo studio microscopico delle inclusioni, la rifrazione ai raggi UV dei colori, delle striature e delle imperfezioni. La differenza resta sostanziale: un diamante sintetico non raggiunge il valore di un diamante naturale.

«Mandateli in miniera» – una frase che abbiamo sentito da sovrani e dittatori, nei film come nei cartoni animati dei bambini, una frase che è quasi un proverbio, ripetuta con tono di condanna. Le miniere erano destinazioni per gli schiavi nella storia antica, per galeotti ed emarginati entrando nel moderno. Con il colonialismo dell’Ottocento, lo schiavismo prodotto dagli imperi ha forzato intere nazioni a un’economia basata su condizioni di lavoro non umane: oggi, in Congo e in Sierra Leone, la decadenza dell’estrazione mineraria approfondirebbe la destabilizzazione economica. Il concetto è preciso: l’impegno a un’etica industriale non può concentrarsi solo sull’evoluzione dei processi produttivi, ma a pari merito deve sostenere e accompagnare la trasformazione civile che scaturisce dalla nuova contingenza commerciale.

Coltivando un atteggiamento positivo nei confronti del progresso – e non è lecito oggi porsi diversamente – l’industria del lusso può permettersi il dovere di condurre il gusto delle classi dirigenti. Confermando questa positività, si può osservare che i nuovi codici di apprezzamento si stanno formando su considerazioni di rispetto. Chi può permettersi il lusso oggi, vuole la garanzia che questo lusso non sia prodotto sull’abbattimento umano e ecologico, e ricordiamo come la storia insegna che la classe dirigente non sia la classe dei privilegiati, ma un nucleo sociologico e culturale che anticipa quanto la grande massa potrà permettersi di gradire dopo una deriva temporale di almeno qualche anno.

Tomás Saraceno, On Air, Palais de Tokyo, Paris, 2018

La casa Swarovski. Una proprietà e amministrazione famigliare, generazionale, che appare come un’eccezione nel panorama industriale (sono poche le aziende in una situazione di vantaggio simile), ha potuto prendere decisioni che responsabilità manageriali a riporto subordinato non avrebbero potuto permettersi. Brevetti industriali e tecnologie riservate sono la solidità di questo impero, che oggi ricorda quelle sovranità illuminate che appartennero allo stesso territorio austriaco dai tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II. Una solidità economica con cui oggi Swarovski vuole vincere una nuova sfida: la creazione artificiale, non sintetica, di un diamante. Un diamante creato che possa uguagliare la qualità mineraria trovata in natura, e superarne il valore economico grazie ai codici etici.

I diamanti creati di Swarovski sono realizzati riproducendo in laboratorio il processo formativo minerario, e non la composizione mineraria. Un procedimento che è stato perfezionato neanche un anno fa, dopo vent’anni di studio costante e in continuo aggiornamento, rispetto allo stato dell’abilità sintetica oggi obsoleta. Swarovski Created Diamonds: la tecnica parte da un seme di diamante, che si pone al centro di un processo ad alta pressione e temperatura, la pietra cresce strato dopo strato, mimando le condizioni estreme provocate nei metri sotterranei delle altitudini rocciose. I diamanti appaiono identici a quelli reperiti nelle miniere, quasi impossibili da identificare se non supporti tecnici predisposti. Affinché sia chiaro ai propri clienti il valore del diamante umano, un’incisione in laser sulla pietra non permette che queste pietre siano mescolate alle pietre di miniera.

La creazione del diamante arriva dopo l’abilità di replicare le altre gemme – topazi, rubini e smeraldi – già raggiunta negli anni precedenti, prima del diamante. Su questi diamanti umani, nasce la prima collezione di Fine Jewelry, destinata a essere la prima linea di Atelier Swarovski, la firma della casa Swarovski che già dal 2007 compone un archivio di gioielleria in cristallo e gemme contaminato dal design e dalla moda.

Il traguardo del diamante umano è quindi il punto di partenza della Fine Jewelry – uno sforzo che comincia con pochi pezzi presentati l’anno scorso soltanto con un celebrity endorsment, e che sarà sviluppato nelle prossime stagioni – mentre la prossima sfida non potrà essere altro che l’alta gioielleria.