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Tornando al ‘Ballo del Secolo’ a Venezia, il 3 settembre 1951, Jacqueline de Ribes confida a Reinaldo Herrera come Carlos de Beistegui fosse un mentitore professionista. «Beistegui – afferma la viscontessa de Ribes – era un amorale e uno snob. Mi ha insegnato la complessità della vita sociale e a mentire. Avevo visto di tutto durante la guerra, ma fino a quando non ho incontrato Charlie, io ero un’innocente». Il primato di don Carlos nel monde si basava su criteri di censo, sulla simulazione e sulla legge proustiana dell’esclusione. Quella che gli apparteneva come a nessuno era una forma sociale che presto sarebbe stata polverizzata dalle proteste studentesche del Sessantotto, le stesse che fecero chiudere l’atelier parigino a un indignato Cristobal Balenciaga.

Nulla potrebbe sembrare più lontano dalla nostra epoca dello snobismo trasformato in arte e della sfida verso una sofisticazione senza limiti perseguiti da un gentiluomo franco-messicano tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento. Carlos de Beistegui y de Yturbe nacque nel 1895 e scomparve nel 1970. Dapprima patron delle avanguardie tra Bauhaus, Cubismo e Surrealismo – il suo attico tra i tetti degli Champs-Élysées fu concepito da Le Corbusier nel 1929 – in seguito diviene esegeta di fasti barocchi e delle ultime corti dell’ancien régime. Charlie – così lo chiamavano gli intimi, che poi erano una folla – era uno specialista della mondanità. Non aveva quel titolo di conte che gli viene attribuito. Ma disponendo di fiumi di denaro e di una raffinata educazione collezionava case, personalità e splendori artistici.

Sa di paradosso questo tirare ‘in ballo’ Beistegui, sullo sfondo di una panoplia sociale mixtée che egli avrebbe detestato con cordialità – basterebbe farlo assistere a un Met Ball odierno. La sua presenza continua a essere evocata quale riferimento iconico e santificazione, elevata a ispirazione. Beistegui era il nome più ricorrente anche la sera dell’11 maggio scorso a Venezia, in occasione del Tiepolo Ball, festa in maschera benefit per raccogliere fondi a sostegno dell’attività di restauro monumentale, data da Venetian Heritage, che nel 2019 festeggia il suo ventennale, con il supporto della Maison Dior e di Gagosian, la multinazionale dell’arte moderna e contemporanea. Dior ha finanziato il ballo anche grazie allo stretto rapporto con Peter Marino, überdecorator e International President della Fondazione. La silent auction, che si è tenuta durante la serata, ha raggiunto la somma di quattrocentomila euro. L’evento chiudeva idealmente i giorni di preview della Biennale d’Arte.

Come dice il nome, il Settecento trasfigurato ed eroico della pittura di Giambattista Tiepolo ha fornito il tema. Qui comincia il gioco di specchi, di memorie e analogie con la soirée Beistegui del 1951, che rimane scolpita negli annali e che attirò curiosità e critiche, essendo l’Europa appena uscita dagli orrori della Seconda guerra mondiale. Il Tiepolo Ball di Dior si è svolto in quella che fino al 1964 era stata la dimora veneziana di Charlie de Beistegui: palazzo Labia, edificio di un barocco classicista, eretto per una famiglia di mercanti catalani divenuti patrizi veneti ‘per soldo’, sul Canale di Cannaregio a San Geremia. Una residenza aristocratica sede RAI di Venezia, che fu affrescata con le Storie di Antonio e Cleopatra da Giambattista Tiepolo, all’apice della sua carriera, nel 1746-47. Nel salone centrale, uno spazio monumentale a doppia altezza, le due scene principali si affollano di personaggi sontuosamente vestiti che assumono pose teatrali e altere. Sulla volta, entro un oculo, spicca Bellerofonte a cavallo di Pegaso, che vola verso la Gloria e l’Eternità.

Tiepolo, con accanto i figli Lorenzo e Giandomenico, dalla Serenissima attraversò gran parte d’Europa, in una parabola che dalla Germania si spinse fino alla Spagna borbonica. Fu l’ultimo interprete pittorico della stagione barocca e dell’assolutismo politico. Anche la Sala degli Specchi di Palazzo Labia, riportato da Beistegui ai fasti rococò e arredato con pezzi in seguito dispersi all’asta, fu siglata dal genio tiepolesco, che vi ha lasciato il suo segno sul soffitto, raffigurandovi con colori acquei il Trionfo di Zefiro e Flora. Dalle otto di sera in poi, sabato 11 maggio, l’affluire degli ospiti sulle lance provocava un ingorgo davanti all’edificio illuminato a giorno come un’apparizione stagliata sul verde cupo delle acque, all’incrocio del Canalazzo e del Canale della Giudecca. A fior d’acqua, con alle spalle il fondale in pietra d’Istria di San Geremia, gli invitati erano accolti dalla coreografia del gruppo di danzatrici Parolabianca, dominato dalle tre sui trampoli e paludate da mantelli ornati da motivi surrealisti e rinascimentali, inserti zodiacali e simbolici – fuga in un fantastico bestiario manierista.

Maria Grazia Chiuri ha descritto questo repertorio ispirato dalla fascinazione di Christian Dior per la dimensione esoterica, definendolo «una serie di viaggi celesti e ancestrali». Come già Monsieur Dior nel 1951, che arrivò in Laguna con un intero vagone ferroviario attrezzato ad atelier su rotaie e con sei mannequin al seguito, Chiuri, in velluto nero austero e antico collier a scheletri in smalto, ha vestito le star presenti, tra cui Sienna Miller, in cappa beige e abito iridescente, Monica Bellucci e Dasha Zukhova, entrambe rocaille in corsetto Pompadour e mantelli floreali, Tilda Swinton, in longuette di seta bouclé, Karlie Kloss, in robe-corsage e Amira Casar in nero. Maria Grazia Chiuri ha voluto instaurare un dialogo con i produttori tessili locali, Rubelli e Bevilacqua, il cui laboratorio a Santa Croce, affacciato sul Canal Grande, tuttora produce su telai a mano i velluti soprarizzi e contro-tagliati che furono vanto della Serenissima Repubblica. L’ispirazione veneziana è riaffiorata sapientemente nella sua recente collezione haute couture A/I 19-20.

Una folla di Antoni e Cleopatre un po’ camp, dame e damine, jabot, profluvi e sovrapposizioni di piume cage aux Folles e décolleté esibiti. La maschera è seduzione e lieve mistero, in specie a Venezia. Paillettes dorate, bautte, larve e morette, un volteggiare di fez, elmi e turbanti, la pelle nera di Peter Marino, tra Velázquez e Antonio Lopez. È comparsa perfino la quattrocentesca regina di Cipro, Caterina Cornaro, improbabile in rosa pesca e catene di perle, sbagliando clamorosamente epoca. Il Bal Beistegui, come richiedeva l’etichetta d’allora, ebbe inizio alle ventidue precise del 3 settembre 1951 – così recita il carton d’invitation. Non possedeva ragioni di charity ma si basava sul puro capriccio dell’anfitrione e si imperniava in particolare sulle entrées, l’approdo in scena dei personaggi e dei gruppi, sbarcati dalle gondole parate a pompa in costumi settecenteschi.

Furono mille per Beistegui nel 1951: trecento in più degli attesi e per gran parte furono immortalati da Cecil Beaton, Cornell Capa e Robert Doisneau. Tra i pregati, soprattutto membri dell’alta aristocrazia di tutt’Europa e della Café Society. C’erano L’Aga Khan III in domino nero, Orson Welles, Gene Tierney e Irene Dunn in merletto e tricorno, Elsa Maxwell, la pettegola di Hollywood, in corno dogale, il corteo imperiale chinoise dei Lopez-Willshaw e Alexis de Redé, Daisy Fellowes in costume Dior da Regina d’Africa di matrice tiepolesca, Cora Caetani, Barbara Hutton dai tanti mariti e Isabelle Colonna, Fulco di Verdura, Natalie Paley, Duff e Diana Cooper, che si era affidata all’arte di costumista di Oliver Messel. Elsa Schiaparelli, Nina Ricci e il giovane Pierre Cardin erano tra gli autori delle mise, così come Jacques Fath, che partecipò alla festa deguisé in oro Louis XIV per raffigurare il sole, accompagnato dalla moglie in argento lunare. Salvador Dalì e Leonor Fini, l’angelo nero del Surrealismo. Dali aveva creato la mise di Monsieur Dior e viceversa.

Il padrone di casa, che incedeva su plateau di oltre quaranta centimetri, era paludato in una toga di damasco scarlatto da procuratore della Serenissima con parrucca Louis XIV. Il souper, la cena di prammatica, a buffet servito e aperto dopo mezzanotte, interrompeva di poco le danze, vegliate dai pierrot su trampoli ideati da Dalì per la Maison Dior, che si notano in molti degli acquerelli del russo Alexandre Serebriakoff che immortalano quella notte. Artista-couturier, un binomio che Maria Grazia Chiuri ha voluto ripetere collaborando nelle scelte iconografiche con il romano Pietro Ruffo, con il quale ha già più volte condiviso la scena. Nel 1951 i presenti trascinarono il divertimento e intrecciarono flirt fino al sorgere del giorno, miscelandosi alla gente assiepata in Campo San Geremia, dove i pompieri locali, come in una tela settecentesca di Gabriel Bella, avevano montato una piramide umana. Si favoleggia di un gondoliere che avrebbe fatto girare la testa alla Beghum Aga Khan con un valzer galeotto.

The tablecloths were signed by the Maison of Fortuny fabrics, which carries on the tradition of the artist, researcher and craftsman-inventor Mariano Fortuny

Nelle feste danzanti d’un tempo, il pranzo non era mai previsto – mentre il dîner del Tiepolo Ball dello scorso maggio si snodava nei vari ambienti a piano nobile di Ca’ Labia, dalle cui finestre, vuole leggenda, i proprietari facevano gettare in canale le stoviglie d’oro e d’argento quale coup-de-thèâtre alla fine di ogni banchetto – salvo recuperarle grazie a una rete opportunamente predisposta appena sul far dell’alba. Il décor pensato da Victorie de Castellane denominava le diverse tavole, vestite di tessuti Fortuny e coperte da siepi di fiori, cristalli, ceramiche di Meissen e Bassano, candelieri in bronzo, sfingi Retour d’Egypte. «Christian Dior ha sempre amato Venezia» – osserva Maria Grazia Chiuri. «I suoi artisti, artigiani, la sua arte, sono parte dell’heritage della Maison, motivo per il quale mi è piaciuto lavorare avvalendomi del know-how autoctono nell’organizzazione della festa». Il ventaglio che ognuno ha trovato al suo posto, recava stampata una frase di Monsieur Dior: ‘Le feste portano con sé ciò che è necessario per dare gioia.

Per contrappasso, il Beistegui revival attuale, non ha avuto termine in Laguna. C’è un secondo atto siciliano, che ha come quinta Noto, la Pompei del barocco, inventata ex novo dopo il terremoto che distrusse la Sicilia orientale nel 1693. Jean-Louis Remilleux, magnate televisivo francese, sabato primo giugno pregava di presenziare all’inaugurazione di palazzo di Lorenzo del Castelluccio, la magione neoclassica che ha acquisito cin long lease dall’Ordine di Malta pochi anni fa e che ha ripristinato con rigore filologico e amore, oltre che con dispendio di forze economiche. Remilleux nel 1999 era divenuto proprietario dello Châteu de Groussay, a Montfort l’Amaury, a nord della foresta di Rambouillet non lontano da Parigi, la più conosciuta e duratura delle case abitate da Charlie de Beistegui, che vi si installa nel 1938 in pieno drôle de guerre. Nel 2012 Remilleux la rivende al magnate russo Rustan Madumarov. Durante la guerra, a Groussay, la bandiera di Spagna, nazione neutrale, rendeva intoccabile la proprietà. Mai nessun soldato o ufficiale tedesco, durante l’occupazione, osò metterci piede.

C’erano polli e burro e camini accesi. Le chiacchiere intorno favoleggiavano di incetta e spionaggio. Si viveva in un oblio noncurante di quanto accadesse all’esterno. Non essendo monumento nazionale, la residenza di campagna che fu della duchessa di Charost, che la erige nel 1815, fu trasfigurata liberamente dal gusto narrativo di Beistegui e completata di folies sparse nel parco, di una Salle Hollandaise e di un teatro d’opera, con la complicità del suo architetto, il cubano Emilio Terry. Era un Eden per privilegiati che vi si si rifugiava durante gli eventi bellici e le conseguenti ristrettezze, capitanato dal principe Jean-Louis de Faucigny-Lucinge. Un cercle che comprendeva Georges Auric e Francis Poulenc, Jean Cocteau e la Principessa Murat, le rivali Louise de Vilmorin e Marie-Laure de Noailles.

Palazzo Castelluccio è diventato un ulteriore itinerario onirico. Alle pareti affreschi e grisailles che citano l’Ercole Farnese o l’Antinoo adrianeo, in una suite di rosa, azzurri polvere e grigi perlacei. In un boudoir a trompe-l’oeil di tende gialle broccate, la voliére in tôle Direttorio che apparteneva a Elsa Schiaparelli. La cappella è ricca di arredi sacri, argento e madreperla, carteglorie e coralli. La sala da pranzo miscela l’oro vecchio al servito di Cerreto Sannita. Il letto in mogano di Giuseppe Napoleone a Caserta è vegliato da aquile dorate. Non mancano un giardino segreto d’aranci e una Wunderkammer. La soirée è stata preceduta da un concerto nel teatro Tina di Lorenzo in cui il contro-tenore Filippo Mineccia ha intonato arie barocche e a Remilleux è stata conferita la cittadinanza onoraria. Il cortile del palazzo, come uno stage set per la banda di Noto al completo. Nell’aria l’ouverture della Cavalleria rusticana di Mascagni. Gli ospiti erano in particolare stranieri, calati in massa da Parigi. C’era un gruppo di ragazzi in frac e garofano rosso nel taschino della marsina. Candele ovunque ad accarezzare oggetti, dipinti e arredi siciliani e napoletani tra Settecento e Restaurazione, ad accendere le dorature dei papier-peint fatti rifare a Parigi su quanto rimaneva dei modelli originali.

Presenti tutte le famiglie nobili radicate a Noto, i Bonaccorsi di Reburdone, eredi diretti dei Castelluccio, Nicola e Marica Rocco di Torrepadula, figli della doyenne netina, la marchesa Agata Trigona di Cannicarao e Frigentini, Alessandro Modica di San Giovanni. Alessandra Di Castro portava un cammeo da lutto con diamanti appartenuto alla Regina Maria Carolina di Borbone e un anello a micro-mosaico. C’erano Béatrice de Bourbon-Deux Siciles, Alexis Kugel e Madame Pinault, scortata da Jacques Garcia. Bruciavano le esclusioni, secondo copione. Tutta la nuova Noto affluente, autoctona e importata, non è stata pregata. Il giorno seguente, lunch in campagna da Jacques Garcia, un luogo che meriterebbe un intero volume per essere raccontato appieno. Un composit di epoche e stili degno di Villa Adriana a Tivoli o della Wunderkammer rudolfina di Praga. Un maniero féerique dove un tempio palmireno si specchia nella piscina e l’agrumeto è ordinato a gradoni a perdita d’occhio come si fosse a Sanssouci. Ovvero a Groussay. Sogni, sempre sogni. Più Beistegui di questo.