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In letteratura, a partire dalla cultura classica, il locus amoenus è un luogo simile al Paradiso Terrestre, rigoglioso, immerso nella vegetazione, ricco di ombra e spesso attraversato da corsi d’acqua. Una location che potremmo definire di lusso zen, per dirla come un ipotetico pretenzioso leafletpubblicitario-turistico. L’altro lato della medaglia è il ben poco appetibile locus horridus, la scenografia di incontri pericolosi, essendo abitato da mostri. Simile all’ambiente infernale, alte montagne e foreste oscure lo rendono impervio.

Un primo modo di pensare ai giardini potrebbe essere un equilibrio artificiale tra questi estremi. Una serie di livelli molto umani che raccontano diverse personalità. Ci sono la necessità di crearsi uno spazio in cui la natura sia presente e potente ma addomesticata e resa innocua per la vita domestica e c’è, come per una collezione d’arte o per un vestito, l’utilizzo del giardino come ‘consumo vistoso’che serve a esibire status, certamente economico, ma soprattutto culturale. Ci sono l’ecologia e l’attenzione alla perpetuazione di specie locali. C’è la moda. C’è il sogno di un’isola felice intrisa di benessere.

Partendo da un benchmark estremo, si può intuire quanto i giardini possano dire dell’essere umano pensando alla storia di Versailles e a quanto ogni re abbia vi abbia espresso se stesso. Storytelling botanico-reali. Iniziati da Luigi XIII con un progetto minore, è Luigi XIV, successore e Re Sole (la cui enorme statua equestre dai volumi un po’ cartoon accoglie oggi i visitatori nella spianata davanti alla reggia), che insieme all’architetto Louis Le Vau spara in alto e dà il via alla grandeur e ai giardini come li conosciamo oggi. Edonismo borboniano. Luigi XV, invece, più riflessivo e appassionato di botanica, si dedica alla creazione delle serre e alla cura delle specie di piante presenti nell’immenso parco giochi reale. Infine Luigi XVI, che in epoca di decadenza e malcontento azzarda strategie forse anche politiche nella gestione. Prima il tentativo, fallito a causa della morfologia del terreno, di trasformare il giardino da francese a inglese – quest’ultimo caratterizzato dalla presenza di collinette, ruscelli, alberi secolari, rovine. Poi l’afflato a modo suo illuminista di razionalizzazione e gestione degli spazi con la creazione di chilometri e chilometri di palissades che delimitano i bordi dei boschetti.

Poi l’afflato a modo suo illuminista di razionalizzazione e gestione degli spazi con la creazione di chilometri e chilometri di palissades che delimitano i bordi dei boschetti. Per lui finì male, come risaputo. Ci sono però nel film di Sohia Coppola, che racconta la storia di sua moglie Maria Antonietta – interpretata da Kirsten Dunst –, con uno stile che possiamo definire generazionale di certi anni Duemila pre-crisi, una cura e una piacevole ossessione per il suo rapporto con i giardini come set perfetto di entrambe le pulsioni, apollinea e dionisiaca: nei giardini ritrova se stessa e la purezza della sua infanzia giocando con bambini e animaletti da illustrazione da scuola materna e nei giardini perde il senso di sé e il senno in afterparty settecenteschi ed eroici, a base di sesso occasionale, champagne e macarons.

Nello stesso periodo di splendore e accumulo di debito pubblico del Re Sole, a Versailles è ambientato un altro film, di Peter Greenaway, che racconta i lati oscuri e gli scambi sopraffattori tra le donne di una ricca famiglia della campagna inglese e un prepotente quanto sprovveduto artista assunto per immortalare le proprietà terriere dell’illustre stirpe: I misteri del giardino di Compton House (1982). In questo giardino immenso e paradisiaco – che ne ricorda un altro, sempre cinematografico e sempre cult, quello di L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais, (digitalizzato e restaurato utilizzando i negativi originali del 1960 con il sostegno di Chanel, n.d.r.), scenario metafisico per un film sulla memoria e sulle infinite possibilità delle trame –, i personaggi si muovono creando composizioni da intervallo RAI lisergico, scenografici e perfetti. Quello che però si sta consumando è un dramma fatto di omicidio, inganni, sesso a contratto e depistaggio. Un giardino che è cornice idilliaca per un ménage sardonico, se non addirittura osceno.

Non è una guerra dei cent’anni botanica quella dei giardini, anzi, anche la borghesia illuminata italiana (in questo caso però nata nobile, forse proprio perché anello di congiunzione tra eleganze) è o forse è stata parte fondamentale di questa antologia.

Su tutte, Marella Agnelli. Moglie dell’avvocato e punta di diamante dell’alta società del secolo scorso. Collezionista e designer, socialite di altissimo bordo. Icona senza se e senza ma, con quel collo lungo da cigno e gli abiti di Valentino e i rendez-vous con Capote.

I giardini sono, al pari dell’arte contemporanea, la sua grande passione a cui ha dedicato un libro anche fotografico Ho coltivato il mio giardino, scritto insieme alla nipote Marella Caracciolo Chia.
Ci sono le foto e c’è mezzo secolo di storia italiana, vista però nella veste minima e laterale di un personaggio mai veramente accessibile attraverso le sue case: Villa Frescot, Villa Bona – sorta di architettura di ispirazione giapponese post-Carlo Scarpa, o forse semplicemente Lost in Translation – Villar Perosa – dove Gae Aulenti progetta una piscina arancione, pare il miglior colore per riflettere i grigi e i verdi delle montagne circostanti, e poi Marrakech.

La fu enclave hippie marocchina non è un vezzo bizzarro. Basti pensare alla storia di Yves Saint Laurent e Pierre Bergé e del Jardin Majorelle, di cui la coppia si innamora durante la prima visita nei tardi Anni Sessanta e che alla fine riesce ad acquistare nel 1980. È anche il simbolo di un newbrow cosmopolita e dandy che nel Novecento aveva eletto Marrakech luogo di scorribande e disintermediazione rispetto a tutte quelle pulsioni ancora mal tollerante in un’Europa illuminata ma non abbastanza. La generazione Saint Laurent-Bergé fu poi forse l’ultima rappresentate di questo afflato. Il giardino Majorelle è tutt’oggi attrazione della città, considerato in tutte le guide e i leaflet che campeggiano in aeroporto o nei riad, con i suoi cactus e i banani e gli aloe e i corsi e gli specchi d’acqua e la villa di un blu innaturale e ipnotico che oggi è anche background ricercatissimo per i selfie degli oltre sessantamila visitatori l’anno. Meno comunicata ma significativa di cosa fosse questo angolo visionario per Saint Laurent è la scelta di far spargere le proprie ceneri nel roseto. Effettivamente quando ci si trova a passeggiarci, in uno spazio che non è poi immenso, anzi molto più piccolo di come venga raccontato, ma non per questo meno potente, si prova una sensazione piacevole che potrebbe provenire dalla fusione riuscita tra due dimensioni: il domestico e il divino.

Un altro esempio di commistione tra opposti (o quasi) è molto umana ed è assimilabile a una corsa sulle montagne russe o all’esagerare con il peperoncino. Si tratta di quel piacere che proviamo quando inganniamo il nostro cervello provando sensazioni che sembrano pericolose ma che razionalmente sappiamo essere sicure. È un entusiasmo che nasce dal cortocircuito tra terrore e comfort-zone. Larga parte dei giochi che facciamo da bambini è basata su questo doppio. Nel 2015 Franco Maria Ricci, editore e designer, nonché massimo esponente dell’intelligencija novecentesca italiana, inaugura a Fontanellato, in provincia di Parma, il più grande labirinto esistente. Uno spazio esperienziale che si muove in quel solco delle contraddizioni di cui si parlava. Un progetto anche letterario e colto, che deriva da una lunga amicizia con Jorge Luis Borges – di cui FMR era editore –, maestro argentino di un realismo magico personalissimo e architetto di complesse quanto affascinanti narrazioni frattali che si autoalimentano e schiudono la mente del lettore portandola in uno stato di interpretazione e analisi del testo ai limiti del lisergico. I labirinti letterari borgesiani sono stati qui resi tangibili attraverso circa duecentomila piante di bambù posizionate per allietare il visitatore in un inevitabile perdersi. C’è un bel libro di Emanuele Coccia che si chiama La vita delle piante – Metafisica della mescolanza. Non parla di giardini, anzi cerca in poche pagine di spiegare con una forza invidiabile quanto il mondo vegetale abbia scolpito non solo la vita sulla terra ma le nostre vite, la nostra possibilità di concepire e percepire il mondo. A un certo punto, in un capitolo dedicato ai fiori, dice: ‘Il fiore è la forma paradigmatica della razionalità: pensare significa sempre impegnarsi nella sfera delle apparenze, non per esprimere un’interiorità nascosta, né per parlare o dire qualcosa, ma per mettere in comunicazione esseri diversi. La ragione non è che questa pluralità di strutture cosmiche di attrazione che consentono agli esseri di percepire e assorbire il mondo, e al mondo di essere interamente in tutti gli organismi che lo abitano’.  Forse allora ogni giardino è un diorama che tenta di esprimere una visione personale delle complessità di cui è fatto il mondo degli uomini.