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A Parigi, come sempre accade a fine gennaio, fa un freddo d’inferno. Quest’anno forse di più. La città sembra racchiusa in se stessa, struggente, come perduta in una forma di meditazione che è ben congeniale alla neve che ne ha imbiancato i tetti, i campanili e le strade, con un magico effetto Truffaut.

Ieri pomeriggio, da Christie’s Paris, è andato all’asta il colossale guardaroba YSL di Catherine Deneuve, quarant’anni di storia dell’alta moda francese. Cala il sipario su un’epoca, ma il rituale dell’Haute couture è on stage in tutta la sua gloria e con le sue mille contraddizioni. Si parla tanto di libertà concettuale, di fantasia al potere, ma i riferimenti, almeno nella maggior parte dei casi, appaiano sempre gli stessi. Archetipi, ovvero la mistica dei volumi di don Cristóbal Balenciaga, il gioco tra contrasti pittorici e stilizzazione di Yves Saint Laurent nei Sessanta e Settanta, una certa onirica nostalgia neo-settecentesca di Christian Lacroix. Non si può che avvertire un vago sapore di anacronismo, visto il tempo che oggi viviamo. È un ossimoro, quest’haute couture, che si divide tra la magniloquenza teatrale e una spinta verso una contemporaneità talvolta irraggiungibile e difficile da identificare. In fondo, chi se ne frega. Quello che conta davvero è il sogno, la fuga in direzione di territori favolosi e appassionanti come un romanzo d’appendice o in uno di quei feuilleton televisivi di Netflix che ti tengono incollato allo schermo notti intere. Si sono viste ovunque, per esempio, quelle smisurate robes-meringa, concrezioni e bozzoli di tulle a strati, che sono emblematiche del segno di Giambattista Valli, che prosegue senza esitazioni o tentennamenti la sua personale parabola di couturier puro e duro.

Lunedì 21, ha aperto le danze Dior, dove Maria Grazia Chiuri ha messo in scena un défilé che definisce ‘Parade’, con evidente riferimento a Pablo Picasso, in un tendone circense costruito da India Mahdavi nel giardino del Musée Rodin. Le acrobate del gruppo Mimre formano piramidi umane e archi sotto i quali sfilano le mannequin. Maria Grazia dichiara una nuova felicità formale, è molto nella sua pelle. Ci sono tanti corti, camicie in organza dai colli sfilacciati, jodhpurs affilati, inedite bluse in lana bouillie montate come fossero taffetà, tailleur-pantaloni e cappotti in ottoman o cachemire bordeaux, che ti fanno capire che l’haute couture è sì rappresentazione teatrale, ma che ispirano portabilità e, finalmente, la voglia di costruire un intero vestiaire.

Proprio come succedeva un tempo, vestiti hc per ogni ora, codice ed occasione, l’idea di red carpet era ben lungi dall’esistere. I costumi dei clown da Dior vibrano di milioni di sequin e si trasformano in sovrapposizioni di tulle cosparse di cristalli luminosi o percorse da bande di satin multicolore. Il circo come metafora del mondo, dove c’è posto per tutti, senza pregiudizio o discriminazione. Fellini e la malinconia di Bernard Buffet, fino alle tenues di scena per Dalida e la Bardot inventate da Gérard Vicaire. Per la prima volta, Chiuri utilizza le paillettes, che siglano i boots, gli stivaletti e i sandali e dispiega, attraverso quell’asciuttezza linguistica che le è propria, l’eccezionalità del savoir-faire della Maison.Tutti conoscono la fotografia di Richard Avedon ‘Dovima e gli elefanti’, scattata al Cirque d’Hiver nel 1955, è un frammento simbolico dell’heritage Dior. Sono acrobazie del cuore, quelle del Grand Cirque Dior.

Chanel, nella solare cornice di una villa italiana – strano, intorno alla piscina c’erano quei pot d’Anduze che fanno così Provenza –, o mediterranea che sia, ha presentato una collezione che guarda al Settecento, periodo storico prediletto del couturier di Amburgo, che è stato un grande collezionista di mobili, oggetti e dipinti Louis XV e Louis XVI. Un secolo dei Lumi sublimato e mai costumé, con qualche tocco e riferimento anni Quaranta e Ottanta. Gonne longuette, ampi caban, abiti da ballo a palloncino di grazia rocaille. Una nuvola la jupe-culotte in marabù, che contrasta col blouson rock su bustier a volant. La ricchezza dei ricami di Lesage non è mai ostentata, filtra dai tessuti ripiegati e doppiati come origami. Un lusso sotteso e allegorico. Lusso vero. Il rosa Pompadour sfuma nel mauve, in un bouquet di gialli giunchiglia e azzurri Tiepolo, si scompone nel tweed, mai così leggero e perlaceo. Sulla corolla rovesciata di un abito bianco a micro paillettes, sono applicati con infinita pazienza centinaia di fiori in ceramica che ricordano quelli rocaille delle Manifatture di Meissen, di Sévres e Capodimonte. Poesia, che altro dire. Nel finale, si manifesta la sposa balneare di Vittoria Ceretti, ninfa regale in velo candido e costume ricamato in paillettes d’argento.

È uno show che diviene elogio della leggerezza significante. Kaiser Karl è l’ultimo Leone, l’eterno monarca di un regno fatato. Questa volta, affaticato e febbricitante, non è venuto a salutare il suo pubblico, ma è stato in backstage fino a tarda ora la sera precedente, per la cerimonia dell’ultimo fitting con amici in visita. Virginie Viard è apparsa da sola, mentre l’annuncio ufficiale rimbalzava in un improvviso silenzio, sotto la nave di vetro del Grand Palais. Un’assenza che risuona di mito e che ha conferito all’avvenimento un sapore storico e straniante. Intenso anche il trucco di Lucia Pica, che, su suggestione di Karl Lagerfeld, ha incrociato silhouette settecentesche con un’attitude lunare e Settanta alla David Bowie.

Chanel Haute Joaillerie medita ancora una volta sull’immaginario emblematico della fondatrice e della Maison. La collezione infatti si chiama ‘1 Camélia. 5 Allures’. La camelia vi si declina in ogni possibile forma: compare tra le dita come anello, diventa borchia – usabile come broche – di un collier a sciarpa in diamanti marquise e perle. Si tratta di cinquanta pezzi di cui ventitré trasformabili, in un tourbillon di diamanti, rubini, zaffiri rosa e di forme leggere e aeree. I prezzi si possono solo sussurrare. Il rigore delicato del fiore favorito di Coco Chanel incarna la maestria dei laboratori di alta gioielleria del brand. Mentre li ammiriamo, fervono trattative. Alcuni gioielli sono già stati venduti. Altri, discretamente, sono stati riservati ancora in fase di realizzazione.

Il fluviale show Armani Privé, all’Hôtel d’Evreux in Place Vendôme, ha un accento cinematografico. Prende avvio dal chiaroscuro parigino anni Trenta de Il Conformista di Bernardo Bertolucci, che sovrappone a citazioni di una China déco, sensuale e ‘Shanghai Express’. Silhouette slanciate, profumo di intrigo e di mistero, superfici curve e ruches di lacca rossa con dettagli bluette e blu elettrico, che introducono un tema orientale. Quasi in contraddizione con la classica poetica di Giorgio Armani, le piccole giacche hanno spalle assai costruite, definite e aguzze, con interno e paramonture totalmente a ricamo. Deflagrano broderies e motivi esotici su abiti e bustier, che ripercorrono gli elementi decorativi delle potiche orientali e le textures policrome bordate di nero delle vetrate art déco. Madame Wellington Koo incontra Marlene Dietrich e Madonna, per un the al Peninsula di Hong Kong, in un tempo che non c’è. Pantaloni svasati, frange dinamiche in seta, cristalli e broderies tridimensionali. A pagoda i cappelli con veletta rigida, di aspetto quasi metallico, mentre le cloche-lustre anni Venti, riflettono la luce grazie a migliaia di sfere in vetro. Celine Dion siede in prima fila vicino a Juliette Binoche e Uma Thurman versione mamma. Magrissima, ha uno spesso maquillage effetto sabbiato, che si riga di lacrime quando Giorgio Armani, in tuxedo di velluto nero, si ferma davanti a lei durante la passerella finale, che, a differenza di sempre, il designer ha voluto compiere fino in fondo.

Chez SchiaparelliBertrand Guyon racconta una storia traboccante di stelle e di fiori. Titolo: Florea Ursae Majoris. Lo zio di Elsa era l’astronomo Giovanni Schiaparelli. Qui, il suo imprinting scientifico e la sua voglia di cielo, si sovrappongono a una digressione astrologica di marca surrealista e all’elemento floreale, visto attraverso l’occhio di Dalì e Leonor Fini, intimi sodali della couturière. Stelle – talvolta schematiche e ingenuamente infantili –, zodiaco e comete si manifestano sul nero o sul cady perla. Seta vichy, crêpe e e taffettà sono percorsi da ramages e aggregazioni di corolle, da patterns botanici e astri celesti. Cappe fitte di piume sontuose, ricami Moghul, strisce di paillettes su un parato a roseto o un damasco opulento. Una bella esercitazione, questa di Guyon, puntuale specie nei tailleur e nelle giacche smilze e puntute, un fit molto radicato nella poetica di Mme Schiap, che per la sera esplodono di galassie e nebulose policrome ricamate a minuti sequins o di elementi ceramici. Non può che venire in mente Elsie de Wolfe, ovvero Lady Mendl. che gioca al Settecento nella sua dimora a Versailles, Villa Trianon. La modernità di Schiaparelli però è come congelata e probabilmente troppo iconica per permettere cambi di itinerario e abbracciare nuove ermeneutiche davvero significative. Forse occorre farsi coraggio e dare un taglio netto alla memoria, imprimendo una rotta diversa e indipendente da qualsiasi osservanza, pur colta e brillante, del suo vocabolario. È la vera qualità e il limite di questo marchio dalla storia in fondo breve, ma così fondamentale nel Novecento.

Jean Paul Gautier, in questa stagione ritrova integra la gioia della creazione. JP è padrone al massimo di ogni linfa, tecnologia e segreto del mestiere dell’alta sartoria, che unisce alla sua verve scanzonata e provocatoria, coltivata nella Parigi anni Ottanta, durante ‘les anneés Palace’. Il tema è marino, acqueo, fluttuante, con tutti i quoti e le possibili suggestioni esotiche che arrivano da terre lontane come il Giappone, l’Africa delle civiltà Ashanti e Benin, dalle coste bretoni di Gauguin e della talassoterapia o dal blu intenso del Mediterraneo ellenico. Il défilé inizia sulle note iconiche de La mère di Charles Trenet, le rielabora, le strapazza con il gelo barocco del Cold Song di Purcell, versione Klaus Nomi. Fino a un’ ipnotica e irridente sonorità manga. Vero divertimento, anche grazie alla morbida carnalità di Dita von Teese e all’estro danzante di Anna Cleveland, in abito da sposa, che ‘interpreta’ da protagonista la passerella finale. Le strutture si alzano ardite, si espongono nude, gonfiano come soufflée. Sono intagliate, aeree, incrociate di linee e di apporti tessili. I colori sfidano l’improbabile, osando una dissonanza stridente che diventa armonia. La proverbiale marinière Gaultier – i pantaloni e la blouse rigata rivelano un taglio magistrale – sfuma in crinoline trasparenti da meduse, nei filamenti incandescenti delle attinie, in applicazioni ‘coquillage et crustasex’, cito. Una festa per gli occhi, un vento salmastro d’allegria e la rivelazione dogmatica di quanto ancora vuol dire Haute Couture.

Giambattista Valli è coerenza. Piaccia o non piaccia, il suo universo estetico, non fa sconti e va dritto per la sua strada. Lo tacciano di anacronismo, di snobbery, ma giustamente non ne tiene conto e persegue la sua caratura poetica timeless. Il suo show al Centre Pompidou, iniziato con un ritardo di un’ora circa, nella serata più gelida dell’anno, era un omaggio alla couture francese e a Yves Saint Laurent in particolare. Drammatici e scolpiti i volumi, di enfasi barocca e racée. Matriochka e fez marocchini, fragranze Helmut Newton e boleri ricamati, concrezioni di marabù candido sulle maniche. Aritmie in lungo-lungo o corto-corto, mentre fluttuano nell’aria strascichi moirée Grand Siècle o Impero, bordati a volant. Sferzano la notte i pepli color fuoco, le tuniche ciclamino e gli abiti di tulle a strati ieratici, gateau-mariage dalle cromie di caramelle fluo, che però custodiscono qualcosa di paradossalmente sexy ed inquieto. Tutta roba sua. Giamba va compreso, bisogna spingersi oltre la superficie per afferrarne l’essenza.

Iris van Herpen, olandese dal temperamento assai sperimentale, ha presentato la sua idea di Haute couture con Shift Soul, diciotto look lievi e scultorei insieme, al Musée des Beaux-Arts, il 21 gennaio. Il plot viene dall’antica cartografia e dalle sue rappresentazioni di chimere astrologiche e nella mitologia. In particolare, rivisitava le tavole dell’atlante Harmonica Macrocosmica, opera del cartografo seicentesco Andreas Cellarius, curiosamente citato anche lungo gli excursus astrali dell’ultima collezione Schiaparelli. Dev’essere il suo momento. Focus: i Cybrids, ovvero ibridi umano-animali, frutto dei più avanzati e inquietanti studi sul DNA. Ce n’è per ogni gusto, dall’identità mutante nella mitologia giapponese alle anamorfosi, fino al lavoro di artista e fotografo dell’americano Kim Keever, un ex ingegnere spaziale Nasa. L’approccio è quello bidimensionale, contorni sezionati e fluidi, quasi ossessivi nelle grafie concentriche che sembrano fotogrammetrie, estrapolati da spessori imponenti. Una specie di flair Capucci tra arcaico e futuribile, ma svuotato di ogni tangibile volumetria. Una fuga fantomatica affidata a strati di organza traslucida, siglata da stampe multi-dimensionali e origami tessili. Anatomie rese surreali grazie a sete dipinte a nuvole o incorniciate da mylar – un film trasparente di polietilene tereflatato –, tagliato a laser allo spessore minimale di 0,5 millimetri. Palpitano farfalle giganti e fenici senza tempo, incedono sferoidi costruiti di plissée piegati a mano e apparizioni eteree di kimono dai sortilegi optical. La palette è calda di ocra e vermiglio, di porpora di Tiro, incardina cenere di rose a sfuggenti tonalità di blu indigo, blu notte e Delft.

Infine, Valentino, il 23 pomeriggio alle sei, nella cornice Secondo Impero dell’Hôtel Salomon de Rothschild, ideale chiusura di questa breve tornata di haute couture parigina. Pierpaolo Piccioli parte da un’immagine indelebile, la foto scattata da Cecil Beaton nel 1948 per Vogue US che immortala un gruppo di jeune filles wasp, vestite per il debutto in società da Charles James in un mood Winterhalter. Le modelle, questa volta, sono soprattutto nere o meticce. C’è chi ne ha contate almeno una ventina. Tra loro, alcune icone di oggi, quali la sudanese Adut Akech e la stilizzata Akiima Ajak, australiana ed ex rifugiata, molto militante politicamente, a dispetto dell’allure astratta da maschera Fang o Benin. Accanto c’erano Natalia Vodianova – cui Pat McGrath aveva applicato delle piccole piume intorno agli occhi, ripensando al make-up di Isa Stoppi inventato da Pablo Manzoni e fotografato da Barbieri nei Sessanta – e la sempre intensa Mariacarla Boscono. A suggello della passerella, le lacrime copiose di una monumentale Naomi Campbell, in trasparenza black, cui facevano riscontro quelle profuse da Celine Dion, evidentemente una specialista della commozione, che dispensa con imparziale generosità ad ogni défilé cui presenzia. In pianto anche ‘the real Valentino’ e Giancarlo Giammetti. Volumi e drappeggi plastici fuori norma, cappe teatrali, i colori tenui di un bouquet floreale, al quale alludono molti dei nomi delle uscite. Un contrappunto possente di giallo Castellani, di fucsia, di faille rosa lampone per la robe ‘Ibisco’ con cappuccio, dalla matrice YSL Sessanta. Cromie che rapprendono la forma e la incapsulano, che la incastonano come una monade. Un trionfo di gazar e piume, di petali tessili e volants, di dentelles laminati e ricami, uscito dalle mani inimitabili che sono patrimonio dell’atelier romano. La grande bellezza, con don Cristóbal e lo stesso Charles James quali numi protettori. Mentre il tableau vivant si compone, davanti al camino di marmo verde e bronzo dorato e tra romantici rami fioriti, ti prende la mente The First Time Ever I Saw Your Face, sul filo soul della voce di roberta Flack. Applausi e standing ovation. ‘Tutto gira, ruota, si evolve, si ripete. E sboccia.’ PPP dixit.

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