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Prato è distretto tessile europeo che produce circa il 15% delle esportazioni italiane verso 145 Paesi diversi – il sessanta per cento del proprio fatturato. 30mila addetti, 7500 imprese per un totale di 4.5 miliardi di fatturato complessivo annuo. Potrebbe essere possibile che il 60% dei tessuti prodotti a Prato siano almeno in parte costituiti da fibre rigenerate? – cioè: fibre recuperate da capi che sarebbero altrimenti destinati all’eliminazione, dando invece vita a un’economia circolare. Utilizzare tessuti realizzati con queste fibre significherebbe partire da fibre già trattate e che non necessitano di ulteriori passaggi (come lavaggi, preparazioni alla tintura e tinture), permettendo risparmio di acqua, energia elettrica o prodotti chimici. Questi dati sono stimati da CID – Consorzio italiano di implementazione detox.

CID ha lavorato in collaborazione con IED coinvolgendo sedici studenti del terzo anno di fashion design e styling di tutte le sedi italiane. Il progetto titola The Time Is Now e prevede la realizzazione di una cinque look uomo. Le industrie del CID hanno messo a disposizione degli studenti i tessuti realizzati con fibre rigenerate. «Volevamo lavorare con studenti che avessero sviluppato dentro di sé una sensibilità per il sostenibile – racconta Sara Azzone, direttrice IED moda Milano e una delle ideatrici del progetto, insieme ad Andrea Cavicchi, Presidente di CID –, che ne sapessero già qualcosa e che avessero un obiettivo. Quello che ci preme, come scuola, è che quando i nostri studenti usciranno di qui sappiano proporre alle aziende – che siano Zara o Gucci –una consapevolezza rispetto all’impatto di una scelta di prodotto. Corsi di preparazione professionale incentrati sulla produzione sostenibile sono idee superate, è un argomento troppo ampio oggi. La formula che si sta rivelando vincente è quella di inserire la sostenibilità trasversalmente in tutti i nostri corsi. In Italia è come se vivessimo isolati in una bolla di ottimismo, ma basta guardare fuori per accorgerci di quanto la situazione sia grave».

Parlare di sostenibilità non vuol dire solo scegliere tessuti naturali. Occorre valutare la provenienza di un prodotto, quanta energia consumino gli stabilimenti in cui le fibre vengono lavorate, se queste aziende utilizzino energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. Vuol dire conoscere il costo di un prodotto non solo in termini economici. Si parla di sostenibilità anche per il lavoro sulla comunicazione e sul marketing. Lo IED si è unito a Fashion Revolution, la campagna di comunicazione e formazione fondata nel 2013 per parlare di sostenibilità. Being cool is nothing new è il nome dell’iniziativa per sensibilizzare le generazioni sull’acquisto dell’usato. Comprare usato, trasformare, riparare, personalizzare e pensare creativamente, a lungo termine e in modo consapevole. Nulla di nuovo, ma è tutto diverso.

Il punto d’inizio della svolta sostenibile dello IED è stato il progetto Under Pressure in occasione della scorsa Settimana del mobile a Milano. Si sviluppa su tre anni, per arrivare a sviluppare, nei prossimi due, cento progetti di design che cerchino risposte a cento domande – un ambiente sotto pressione. La resilienza del pianeta sarà infinita? Puoi chiedere a internet quanta plastica ricicla il tuo Paese? No, la resilienza del pianeta non è infinita: il 10 maggio l’Europa ha finito le risorse naturali a sua disposizione per l’anno in corso – l’Italia le ha esaurite il 15 maggio. Questo significa che la biocapacità del continente, cioè la capacità che gli ecosistemi hanno di rinnovarsi nell’arco di 365 giorni e fornire cibo, fibre, legname e terreni, è terminata. Questo giorno dell’anno si chiama Overstood Day e il rapporto che ne parla, presentato al summit informale del Consiglio Europeo che si è tenuto a Sibiu (Romania) pochi giorni fa, è firmato da WWF e Global Footprint Network. Se tutti i Paesi del mondo vivessero come l’Europa, che rappresenta il 7% della popolazione mondiale, ma utilizza il 20% della biocapacità della Terra, ci vorrebbero 2,8 pianeti per soddisfarne il fabbisogno.

Il cibo del futuro saprà di plastica? Il WWF stima che il 95% dei rifiuti del Mediterraneo sia composto da plastica – tra le dieci e le venti milioni di tonnellate di questo materiale vengono gettate ogni anno negli oceani, provocando oltre tredici miliardi di dollari di danni. Sono 700 nel mondo le specie marine minacciate dalla plastica, il 17% di queste in ‘pericolo critico’ di estinzione secondo IUCN, l’Unione internazionale per la conservazione della natura. Nel Mediterraneo, 134 specie marine la ingeriscono: sessanta specie di pesci, tre di tartarughe, nove di uccelli marini e cinque di mammiferi marini. Un’indagine di Legambiente, Brach litter 2019, appena pubblicata e condotta su novantatré arenili italiani ha calcolato in media la presenza di 968 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia. L’81% è plastica. I rifiuti in spiaggia o sulla superficie del mare sono solo il 15% del totale – il resto affonda ed è perso. Il 21 maggio, il Consiglio Europeo ha dato il via libera formale alla direttiva che vieta dal 2021 in tutt’Europa l’utilizzo di plastiche monouso. Dal 2023, i produttori di contenitori e involucri dovranno contribuire ai costi di gestione e pulizia dei rifiuti.

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POSTILLA

Il progetto The Time Is Now sarà presentato alla 95esima edizione di Pitti Uomo l’11 giugno prossimo

La moda, che è il secondo settore industriale più inquinante al mondo – tra gli altri, causa del 20% dell’inquinamento idrico globale – si attiva. Ferragamo inaugura un’esposizione sulla sostenibilità a Firenze Sustainable Thinking in cui mostra la ‘sostenibilità ante litteram’ del fondatore, che già negli anni Trenta utilizzava materiali naturali per le sue creazioni; il lanificio Reda mantiene la sua certificazione EMAS e si pone tra le aziende più di prestigio sul piano internazionale; il marchio PHIPPS, trai dieci finalisti dell’edizione 2019 dell’LVMH Prize, un progetto iniziato con la realizzazione di t-shirt tra amici sta espandendosi a livello globale con i suoi prodotti realizzati con integrità e materiali eco-friendly; Who’s on next? di Vogue è diventato The next green talent con Yoox. LVMH ha appena siglato una partnership quinquennale con UNESCO per supportare il programma di biodiversità Man and Biosphere; la tavola rotonda sulla sostenibilità della Camera della moda italiana si è appena svolta a Milano; il gruppo Kering si è dato come obiettivo il 2035 per la riduzione del 40% delle emissioni di gas serra; Max Mara ha brevettato CameLux, una fibra ricavata dagli scarti della lavorazione del cammello; Patagonia e Gore-Tex si concentrano sulla durabilità dei loro prodotti; Burton ha fissato al 2020 il termine per raggiungere la certificazione BlueSign per tutti i suoi prodotti; Burberry vuole dire addio alla plastica entro il 2025.