Roberto Vecchioni, ph. Oliviero Toscani
Roberto Vecchioni, 'L'Infinito', 2018 – ph. Oliviero Toscani

Text Federico Armani

Ama così tanto la vita, Roberto Vecchioni, da aver dedicato gli ultimi anni della sua produzione a cantarne lo stupore. Nell’ultimo lavoro, L’infinito, canta le storie vere di chi la vita l’ha celebrata, anche con la morte – Giulio Regeni, ucciso in Egitto quasi tre anni fa, il pilota Alex Zanardi, Ayse, la combattente del movimento di liberazione curdo morta a Raqqa dopo essere stata condannata all’ergastolo dallo stato turco. Canta con Morgan nel dialogo autobiografico tra professore e allievo Com’è lunga la notte, e Ti insegnerò a volare con Francesco Guccini, che torna in un disco dopo il ritiro dalle scene.

Roberto Vecchioni è una di quelle persone con le quali ci si sente al sicuro. Anche quando si sa che il futuro è incerto, che fuori non accenna a smettere di piovere, e nonostante le notizie di politica delle quali non vuole parlare – col professore si percepisce quella voglia di dialogo che credevamo essere perduta. Invidio così tanto il suo amore conquistato per la vita che non posso fare a meno di chiedere se vi siano dei maestri a insegnarcelo, se si possa imparare ad amare la vita in modo incondizionato. «Si può. Dipende dalla nostra capacità di ascoltare. Di maestri ne troviamo ovunque, anche tra i fideisti. Pensa a Sant’Agostino», mi dice ricordando il suo affetto per l’universalità del pensiero filosofico del ‘Padre della Grazia’. Cita la letteratura russa. «Pasternak diceva: questa vita non è una sala d’aspetto, è un salone luminoso. La vita è compiuta in sé, bisogna dirlo, per non aspettarci nulla di più grande. È un sapere che nasce dai classici, dall’illuminismo, ma che si conquista solo attraverso l’esperienza dell’esistenza. Per questo il disco è pieno di testimonianze di persone che hanno celebrato la vita, anche morendo, anche lottando contro l’impossibile. Se guardiamo le testimonianze, la vita si spiega da sola».

L’attenzione alle storie degli altri risuona in tutto il cantautorato degli anni Settanta. Chiedo al professore se nella musica italiana di oggi esistano ancora esempi simili. «Non credo. La narrazione ha bisogno di pazienza, attenzione, cultura della parola. Ha bisogno di trame. Forse Guccini è l’ultimo narratore della canzone: uno che non diceva ‘questo è bello, questo è brutto’, ma che raccontava la vita restituendone la realtà, in modo compatto e narrativo». Vecchioni ha voluto Francesco Guccini in questo suo ultimo lavoro, «L’ho convinto a fatica, ma sapevo che corde toccare». L’ha scovato nella sua Pavana e trascinato nel disco con una scommessa: «Se ti piace il disco mandami via, se lo trovi sublime, cantaci» (dall’intervista a Roberto Vecchioni andata in onda sul Tg1 il 6 novembre 2018, ndr).

La carriera da professore – insegna Forme di Poesia in musica all’Università di Pavia – non l’ha mai abbandonata, specchio dell’amore per la conoscenza e per le nuove generazioni. Gli chiedo allora di spiegarmi la decisione di non portare il suo L’infinito sulle piattaforme digitali (il modo più diretto per rivolgersi a tutti, in particolare ai giovani). «Ho dato già la possibilità al web con altri dischi, anche l’ultimo. In luoghi dove non cresce niente non mi piace parlare – basta leggere i commenti sui social, anche sotto alle mie cose. Molti ammettono di non capire, Sei retorico, sei da vecchi, mi dicono. Capisci che così non ha senso?». Poi, parlando del suo pubblico: «Io ho un recinto di ascoltatori aperto, fatto di persone che sanno emozionarsi, a prescindere dall’età. Parlo a loro».

Quando parla delle canzoni d’amore della tradizione italiana, di cui questo disco porta il ricordo, ci commuoviamo entrambi. «Pensa a La donna cannone: grande canzone d’amore, anche se non è dedicata a una donna in particolare; Margherita, di Cocciante; Verranno a chiederti del nostro amore o Hotel Supramonte di De Andrè. Sono tutte canzoni dove l’amore non viene quasi mai evocato direttamente, viene fuori da altro. Sono queste le canzoni di cui abbiamo bisogno». Per le nuove generazioni, oltre a Leopardi, che respira in tutto il disco, Vecchioni consiglia i classici: «Devono leggere le Lettere morali a Lucilio di Seneca. Sono difficili, ma il signficato dell’esistenza è tutto lì. Devono leggere le tragedie – L’Antigone, Euridipe. Anche i classici russi: dobbiamo recuperare un po’ di senso del tragico, Dostoevskij ne aveva eccome».