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Mia nonna era una sarta, confezionava abiti da sposa. Mi diceva sempre: «Cento misure, un taglio», un monito per l’arte e un insegnamento per la vita. Me ne ricordo, ogni volta che sto per cedere all’impazienza – osservare, prendere le misure, concedersi il tempo per ponderare. «Mia nonna era una sarta»: è la risposta che danno molti degli allievi dell’Accademia della Moda di Napoli (Iuad) quando chiedo loro perché hanno scelto il corso di sartoria. La sartorialità non è una categoria, un attributo vago, che si può affibbiare a questo o a quel prodotto per conferirgli valore. Non è un’idea, che si può replicare o imitare a piacimento. Lo sappiamo bene in Italia, la sartorialità è un condensato di vite reali, il prodotto di un’arte che passa per le mani delle nonne, delle madri, dei nonni, dei padri, che confezionavano abiti a casa, in bottega. Un’arte arrivata fino a noi, che ne siamo i depositari, che dobbiamo conservarla, svilupparla, permetterle di attraversare i tempi. 

Il Professor Graziano Saccone insegna al corso di sartoria maschile allo Iuad, mi mostra un taglio di tessuto, m’invita a sentirne la consistenza: «Gli elementi naturali all’interno dei tessuti conferiscono elasticità, è questa una delle differenze tra capo sartoriale e industriale. Oltre a essere lavorato nel rispetto dell’anatomia della persona, viene realizzato con materiali che seguono e assecondano l’andamento e i movimenti del corpo. Sono figlio di sarti napoletani, cerchiamo di tramandare questo tipo di cultura, che è diversa dalla sartoria in generale, italiana e mondiale. Il capo deve essere una seconda pelle, la giacca confortevole anche se indossata con quaranta gradi. È un modo di vestire e di vivere, non solo un mestiere». La sartoria napoletana ha contribuito a liberare la moda maschile dalle ingessature della tradizione. La classe di venti allievi – dodici mesi intensivi, l’età e il retroterra non contano, basta avere un diploma – apprende un modo unico di fare sartoria: «Nei primi sei mesi la classe è stata in grado di realizzare camicie su misura, gilet fatti a mano, con l’interno intelato, senza nessun adesivo. Non usiamo le macchine, tutto è imbastito a mano e cucito con i vari tipi di punto: punto lento, punto lisca, punto indietro, sottopunto, punto catenella»

«Io sono partita da zero, non avevo mai cucito, né a macchina né a mano – mi racconta Federica, allieva dell’Accademia –, ma ho imparato. Il punto più semplice è l’imbastitura, è il più largo, tiene fermo il tessuto prima della cucitura finale. Il più difficile è il punto croce: è questo – me lo mostra – non è ancora perfetto». «Si prende il tessuto dalla parte superiore – interviene Melania –, poi da quella inferiore, creando delle ‘x’. È un punto che serve a bloccare il tessuto in modo morbido. Il punto resta all’interno, non si vedrà più, sopra verrà cucita la fodera». La sartorialità è nelle lavorazioni che stanno dietro e dentro al capo – discrimine fra arte e produzione in serie. L’equilibrio, la vestibilità, la comodità dipendono da accorgimenti, spesso trascurati, che si applicano per lo più alle parti non visibili. «Nella mia esperienza – mi fa notare Saccone, che è anche un manager e consulente aziendale con alle spalle esperienze di direttore di stabilimento –, anche nelle aziende che hanno un approccio sartoriale si dà più spazio alla parte visibile, esterna del capospalla. Si fa attenzione a mostrare che le asole o la ribattitura della fodera sono fatte a mano, ma se ognuno avesse la capacità tecnica di andare ad aprire la giacca scoprirebbe quanti passaggi sartoriali sono stati bypassati all’insegna della velocità e dell’ottimizzazione dei costi. La giacca sartoriale si squadra col gesso sul tessuto, non si usa il cartamodello. Anche alcune sartorie che si sono ingrandite e si sono trovate a gestire un certo numero di clienti hanno iniziato a industrializzare dei passaggi, usando la tela già fatta o il sottocollo già trapuntato. Noi partiamo da un rapporto uno a uno fra sarto e cliente. Potrei essere a casa con una forbice, un tavolo, ago e filo e fare una giacca interamente a mano».

Il Professore chiede a un allievo di passargli una tela, è fatta di ritagli di tessuto tenuti insieme da un punto lisca. Serve a dare alla giacca una struttura e una consistenza: «Questo tipo di lavorazione è prettamente sartoriale. Si assemblano gli elementi, crine animale, vegetale e pelo cammello, è un processo molto lungo. Non è il tempo ma la qualità dei passaggi la questione principale. Fare una giacca richiede almeno quarantacinque-cinquanta ore, circa una settimana». È proprio la giacca il capo più difficile: «È la parte più completa del capospalla. Nella giacca si raccolgono tutte le lavorazioni, dalle tasche, fatte in modo che non abbiano spessore, al taschino in petto, che le aziende, di norma, realizzano direttamente sul tessuto, per poi passare all’intelatura, creando così spessori più marcati. Noi prima inteliamo la giacca, poi realizziamo il taschino all’interno della tela». Ci mostra uno smoking in lavorazione: «Qui i ragazzi hanno iniziato a lavorare un raso per capire le difficoltà, rispetto a una lana, di uno smoking che ha un petto in raso. Tocchi questi filetti, non c’è spessore. Le macchine invece ripiegano e richiudono il tessuto, inseriscono anche dei rinforzi, per questo gli spessori risultano più ampi». Melania tiene fra le mani il tessuto da cui nascerà la giacca: «Ora la sto imbastendo, poi dovrò fare l’impuntura a mano, per coprire tutte le cuciture all’interno».

Servono pazienza, precisione, costanza. ‘Cento misure e un taglio’. Il tempo qui riprende la sua dilatazione, risparmiare minuti e ore, in sartoria, non è una priorità. Il tempo è anche quello della preparazione, della conoscenza che precede il taglio di un tessuto. Si parte dallo studio del corpo umano: «La prima lezione – spiega il Professore – è una lezione di anatomia. Ancora prima, s’impara a indossare il ditale. Se qualcuno ha difficoltà si lega il dito, come faceva mio padre con me quando ero piccolo. Lo scopo è acquisire una posizione naturale con l’ago, facendo attenzione alle differenze: l’uomo tende a spingere l’ago lateralmente, le donne con la punta, infatti le donne indossano un ditale chiuso, gli uomini utilizzano un ditale aperto. Alla fine del corso i ragazzi sono in grado di prendere le misure, squadrare la giacca, metterla in prima prova, modificarla ancora attraverso una serie di passaggi – tutte le alterazioni per le quali c’è uno studio, basato sulla configurazione della persona – e poi in seconda prova, per riprovare il capo sul cliente. La parte finale consiste nel fare le asole con la seta, le ribattiture, l’impuntura sul davanti: tutto a mano». 

Gli allievi imparano a conoscere entrambi i mondi, la sartoria e l’azienda, esplorano il processo sartoriale di confezionamento dall’inizio alla fine, ma fanno anche conoscenza delle logiche dell’industria, in cui il capo viene realizzato attraverso un ciclo operativo di serie. Studiano management dell’abbigliamento, marketing, storia del costume, design, apprendono nozioni di analisi tempi e metodi, costing, prototipia. «È stata una mia scelta e dell’Accademia – dice Saccone – quella di dare agli allievi tutti gli elementi della sartoria, mostrare loro qual è il massimo che si può realizzare artigianalmente. Da qui potranno sviluppare il loro modus operandi, fare delle scelte, inventare un modo di fare una tasca o dire ‘qui posso ripartire le lentezze in modo diverso, lo faccio a macchina’, ma devono avere l’abc da cui partire. Sono felice di quanto gli allievi abbiano imparato finora. Mio padre ha ottantatré anni, storcerebbe il naso nel vedere un ragazzo di vent’anni entrare in sartoria per la prima volta. Questi ragazzi però sono più avanti di noi, apprendono in fretta, sanno cosa vogliono». «Voglio lanciare un mio marchio di abbigliamento e ci riuscirò, ne sono sicuro», dice Roberto. «Io in futuro vorrei qualcosa di mio, creare pezzi unici, cominciando dall’uomo, che sto imparando qui. Poi vorrei lanciare una collezione uomo-donna», ribatte Federica.

«L’obiettivo non è formare degli operai, ma sarti che possono diventare, a seconda delle loro aspettative e capacità personali, figure leader all’interno delle imprese. Oggi abbiamo un sistema protetto da copyright per la modellistica industriale, ma siamo molto pressanti sull’aspetto artigianale»: Michele Lettieri è il Presidente dell’Accademia, figlio di Domenico Lettieri, maestro dell’arte sartoriale napoletana che fondò la scuola negli anni Sessanta con l’idea di tramandare e nutrire di nuova linfa la tradizione sartoriale. «Fare design di moda non è uno status, è passare notti insonni su una cucitura e tendere alla perfezione assoluta», si legge sul sito dell’Accademia alla pagina Fashion Design, uno dei tre indirizzi principali insieme a Communication Design e Interior Design (ognuno comprende corsi triennali o specialistici di due anni, master e corsi brevi). «Il corso più gettonato è design della moda – mi risponde Lettieri –, in tutte le sfaccettature. Il bello è che gli allievi durante i tre anni possono scegliere laboratori diversi, indipendentemente dal corso. L’iscritto al design della moda può scegliere di fare una parte della moda bimbo o del costume, l’intimo, la maglieria, gli accessori, la calzatura. Diversifichiamo al massimo la formazione, se gli allievi sono formati tutti in uno stesso settore, inevitabilmente s’ingolferanno nel placement». Mille immatricolati, una prevalenza femminile, quasi duecento diplomati – una percentuale di occupazione dell’80% a un anno dal conseguimento del titolo – cento docenti, un fatturato di 3,2 milioni nel 2018: «Puntiamo al raddoppio nel giro di tre anni». Lo Iuad è un’impresa di famiglia. Conserva e trasmette, veicolandolo nel contemporaneo con le sue sfide, un patrimonio secolare di arti e mestieri: «Tutti parlano sempre della giacca napoletana. Napoli è conosciuta per la sartoria maschile perché alcuni brand sono riusciti a valorizzare questo héritage e a esportarlo. L’80% delle aziende italiane che fanno sartoria maschile sono napoletane. Oltre a questo, però, a Napoli c’è un mondo: la moda Positano, il sandalo, l’abbigliamento in pelle, prodotto nell’Avellinese e, a scendere, nell’Agro Nocerino Sarnese, la maglieria, prodotta fra l’Avellinese e il Beneventano, i costumi prodotti a Gragnano, famosa per la pasta. Il 40% dei costumi da mare viene prodotto nel distretto della Penisola Sorrentina e nessuno lo sa»


A Napoli la sede storica e la sede laboratorio dove ho incontrato la classe di sartoria, a Milano ha da poco aperto un nuovo distaccamento, in via Copernico, con l’idea di portare nella città della moda il codice napoletano. «A sei anni ero già nei backstage delle sfilate – ricorda Lettieri –, ho sentito il bisogno di un nuovo modo di comunicare la moda. Parto dal presupposto che i fashion show si fanno a Milano, Napoli deve puntare, da un lato, sui contenuti e l’artigianalità, dall’altro, su una sperimentazione che vada a elevare la comunicazione della moda, per esempio abbinandola con la cultura dei grandi artisti nazionali e internazionali». Come Daniel Lismore, il ‘Dresser più stravagante di Londra’, al PAN – Palazzo delle arti di Napoli dal nove luglio al primo agosto con la personale Be yourself, everyone else is already taken. Il progetto espositivo curato da Nunzia Garoffolo – Inclusion tra arte e moda – affianca le opere di Lismore ai progetti dei giovani studenti di arte dello Iuad. ‘Be yourself, everyone else is already taken‘, frase attribuita a Oscar Wilde, tratta in realtà da un libro su Oscar Wilde, come spiega Daniel, dà anche il titolo al catalogo della mostra presentato il 10 luglio all’Accademia della Moda, edito da Skira e Rizzoli, introdotto da Paula Wallace con contributi di Rafael Gomes, Hilary Alexander e Boy George, amico e mentore dell’artista. Cresciuto coi nonni in un piccolo paese in Inghilterra, Daniel ha studiato fotografia, è stato scoperto come modello, ha lavorato per i magazine di moda, stylist e designer, ha vestito Lady Gaga, Nicki Minaj, Mariah Carey. Dopo essersi perso per qualche anno nella vita notturna londinese – incontrando chiunque, da Alexander McQueen a Amy Winehouse – una notte ha chiamato sua madre e le ha detto di non cercarlo per tre giorni, era scontento della sua vita e aveva bisogno di decidere cosa farne: «Se avessi continuato così non avrei vissuto ancora a lungo». Cento misure, un taglio. Si è ispirato ai lavori di LaChapelle e Steven Arndold: «Quello che facciamo come esseri umani è vestirci, indossiamo armature. Mi sono detto, perché non trasformare la mia intera esistenza in una forma d’arte?». È stato il primo a indossare una vera armatura per entrare nel Parlamento inglese dai tempi di Oliver Cromwell. Si definisce una ‘living sculpture‘: «Tutti ti guardano e hanno delle reazioni, è come guardare senza esser visti». Capi d’alta moda e articoli dai charity shop, tessuti vintage, ninnoli, piume, conchiglie, gioielli etnici, accessori, i cappelli di Boy George, gli abiti McQueen, tutto ciò che ha accumulato negli anni è confluito nei suoi outfit, divenuti imponenti sculture, una Wunderkammer dalle mille ispirazioni, dagli eserciti cinesi di terracotta alle corti europee, dai Masaai alle geishe, da Maria Antonietta alla Regina Elisabetta, da Andy Warhol a Mr. Brainwash. 

Mi aggiro fra i Daniel in esposizione e ogni tanto scorgo quello vero, garbato, alto, col suo accento inglese. Fa impressione vedere quanta gente ha conosciuto, in quanti posti è stato. Le fragranze che ha creato diffuse nell’aria – sembra di sentire il suo profumo. Le musiche di Einar Orn, coi suoni degli abiti in movimento: fruscii, scampanellii – sembra di sentirlo arrivare. Al TED Talk di Vancouver ha dichiarato che essere se stessi è difficile, ancora più difficile cercare di essere qualcun altro. Sentirsi a proprio agio è un lusso, lo insegna la sartoria napoletana, è l’importanza di essere se stessi – con quaranta gradi e la giacca addosso. «Sono anni che organizziamo eventi fra arte e moda – conclude Lettieri – , per noi è un modo di andare oltre la sfilata. Gli abiti visti addosso ai modelli durante le sfilate non m’impressionano più». Viene in mente la svolta museale di Giambattista Valli, una mostra al posto della sfilata, per la sua haute couture quest’anno: prendersi il tempo di guardare gli abiti da vicino, fermare il tempo fra una sfilata e l’altra. Più attenzione, meno fretta: ‘Cento misure, un taglio’ – forse è questo il futuro. 

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