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Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

Chissà se questa notte la finestra lassù in alto, affacciata sulla Senna al Quai Voltaire, come sempre rimarrà accesa e diffonderà la sua luce? Ci sono persone, anzi, figure di riferimento, che pensi non se ne andranno mai. Karl Lagerfeld era tra queste. Non solo per l’ambito della moda. Chi non conosce la sua chioma, raccolta in un codino rocaille, i suoi outfit, la sua attitude militaresca? Una volontà di ferro lo aveva fatto dimagrire fino all’ascesi. Si era trasformato in ologramma. Nato ad Amburgo nel 1933. Di quella città narrata da Thomas Mann, portava impresso l’imprinting di civiltà borghese e di rigidità nei modi.

C’ero anch’io al Grand Palais a Parigi, a fine gennaio scorso. Fuori cadeva la neve, faceva freddo, quando, alla fine del défilé Haute Couture Chanel, KL non si è presentato a salutare il suo pubblico. L’annuncio seguente sapeva di presagio. Il silenzio è sceso di colpo nella navata, raggelando i fiori e le aure mediterranee della mise-en-scène. Un corto circuito, che fece avvertire a tutti un senso di vuoto. Karl era l’ultimo di una specie. Un mostro sacro sopravvissuto a una generazione forse irripetibile di couturier. Ma in più possedeva una facoltà di metamorfosi, una capacità di sfuggire a ogni datazione e di divinare il futuro, che gli faceva leggere lo Zeitgeist in maniera puntuale, accogliendone di continuo le suggestioni, i linguaggi, i tic e anche le contraddizioni. Inventava modernità, cavalcando il succedersi del contemporaneo come nessuno. A ottantacinque anni andava pazzo delle tecnologie, dei giochi elettronici che lo entusiasmavano come un teenager. Kaiser Karl non ha mai abdicato a se stesso per rifugiarsi in un empireo di ripetizione, chiudendosi, come hanno fatto in molti del suo ambiente, dentro un’arcadia foderata di specchi. Sapeva scommettersi fino in fondo, azzardare, ogni volta. Questa la sua forza. Oltre a praticare un’auto-disciplina da Junker prussiano, e a permettersi uno humour sferzante, contraltare di un’etica di lavoro da stakanovista.

Quarant’anni da Chanel che hanno declinato il verbum di Mademoiselle in mille modi, che ne hanno ridefinito il senso e la valenza di messaggio, senza mai intaccare la magia del suo vocabolario di stile. Un caleidoscopio di tailleur e gonne longuette, Alvar Aalto e la Parigi jazz degli anni Venti, petali di ceramica di Sévres che fiorivano su texture di micro-paillettes d’argento; l’oriente e la Vienna di Klimt e Schiele o la Berlino di Weimar e Otto Dix. Carrellate e digressioni fictional che però riportano a una sola fucina semantica: Chanel. L’erede è già stata annunciata: Virginie Viard, la principale collaboratrice di KL, che saprà traghettare la Maison in questo passaggio. Karl cambiava, ostinatamente. Chi non cambiava restava là. Basti pensare alla sua passione di collezionista, nata con le grazie di un Settecento che è rimasto tra le ispirazioni della sua poetica, alla sua raccolta di mobili, dipinti e arredi Louis XV e Louis XVI. Un universo poi disperso all’asta senza ripensamenti, così come quelli venuti in seguito. Passando dalla Wiener Werkstätte al neo-pop Ottanta del Gruppo Memphis, fino alle digressioni nel design più attuale. Non di rado lo si incrociava alla Galerie Kreo, in cerca di qualcosa di nuovo. Il suo talento di fotografo, viceversa, ha una caratura sospesa tra epoche e territori artistici e letterari.

Fendi è l’altro capitolo del segno e della lungimiranza di Karl, sperimentatore di tecniche e materie. Vi approda nel 1966, stabilendo il caso di maggiore longevità di un designer alla guida di una maison. Dal suo sacco esce di tutto, in collaborazione con le cinque sorelle, con Carla in particolare, con cui condivide un’amicizia. Non di rado lo vedevo con lei alla Rosetta e da Assunta Madre, a Roma. Quello con Fendi è un itinerario di mezzo secolo testimoniato da un patrimonio di croquis siglati dalla sua mano. Un rapporto che ha dato vita al logo della doppia F e al tessuto ‘Zucca’, le pellicce che da status symbol sono diventate moda. Una sfida di innovazione. Vedi il film concepito nei primi anni Settanta come advertising per la neonata beachwear collection, The Glory of Water, miscelando fontane barocche e mood gypset, sullo sfondo di una Roma che sembra precorrere il Bertolucci mélo de La Luna. Affiora dalla memoria il fantasma del dandy Jacques de Bascher, il feuilleton di una vicenda dal finale amaro. Con il clan femminile Fendi, Lagerfeld coltiva lungo decenni una consuetudine familiare, che si allarga su quattro generazioni, dalla capostipite Adele fino a Leonetta, la figlia minore di Silvia Venturini Fendi. Proprio Leonetta rammenta sempre la dolcezza e la pazienza di questo dragone. Racconta di se stessa bambina sotto il tavolo dove Karl e Silvia lavorano insieme, fogli fitti di disegni che cadono a terra, sui quali lei scarabocchiava. Tutto e il contrario di tutto.

Karl Lagerfeld è un ossimoro, un mistero da decifrare, pur nella sua chiarezza. Mutazione e alchimia. Un conservatore sulle barricate. Rimane suggello di un respiro di modernità e di una caratura di stile cui, più che mai oggi, in clima di citazionismo e grand-guignol, è difficile stare dietro. Di lui ogni cosa sfuma nella leggenda, perfino il gatto, Choupette.

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