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Il primo giorno di primavera a Londra. Un mondo di grafica e irriverenza prende dimensione dalla carta: un paese delle meraviglie per Alice disegnato dal fumettista olandese, Joost Swarte, alla maniera di di Hermès. Un cartoon su foglio ruvido, i toni dell’arancione, le grafiche lineari e oblique tra i verdi bottiglia, i blu cerulei e i contorni di matita nera. Il mondo di un maschio per Hermès, lavorato, rilavorato ed elaborato da Véronique Nichanian: nel centro una Roll’s Royce, con l’angelo stilizzato e moderno. Un giubbotto biker del 2016 in pelle sembra possa fissare i profumi quanto l’ambra grigia; una borsa da uomo per la sella di cavallo ha la dimensione di una sacca da week end – altri non è se non il modello maschile di una borsa che piace alle donne, quando ogni Natale chiedono al marito una Birkin nuova. I camerieri sono ragazzi che per vivere si suppone facciano i fotomodelli – forse attori, servono a tavola e ti offrono un cocktial con un sorriso o un flirt a seconda di cosa preferisci.

La sfilata in silenzio. Senza musica, i modelli camminano e si sentono i rumori dei passi sul materiale legnoso verniciato di bianco. Noi alziamo il ciglio – un’altra irriverenza di Hermès, understatment che imbarazza ogni snobismo: una sfilata in totale silenzio. No, si tratta di un problema tecnico – una voce fuori campo ammette. La sfilata si interrompe con lo stesso acume delle meraviglie grafiche di Alice. Da Hermès ci sono solo artigiani – se le cose vengono male, si rifanno da capo – Hermès ci piace per questo. La musica adesso parte, è un ritmo veloce, la sfilata ricomincia dalla prima uscita: la collezione è quella nei negozi oggi, gli abiti sono quelli che vediamo in tutte le riviste del mondo in queste settimane. È una sfilata per la clientela, non per la stampa – ma sia forse che, come al solito, Hermès abbia ragione prima di altri, che sia questa la corretta replica a quel fallimento di marketing americano quando a New York si sentivano intelligenti a dire see now buy now? Uno show con gli abiti in vendita in negozio, che i fotografi hanno scattato tre mesi fa per i giornali che ora definiscono l’immagine attuale – un’operazione di marketing con più senso di molti affanni digitali.

Backstage, ph. Matteo Montanari

La sfilata comincia, scrivevo – seguitemi in un delirio estetico, che magari è l’unico modo per dare in parole quello che gli occhi non colgono: indaco, rosa Tiepolo e un viola bruciato – tre colori, sfumature in contrasto. Un giubbotto giallo di sole con frammenti azzurri lungo cerniere oblique. Tagli verticali in beige, acqua marina fosforescente su una borsa da sport. La camicia in un mosaico di serpente, le scarpe a sandalo benedettino – ma con geometrie moderne per i lacci. Jaquard su reticoli di matrici, ricami di lana. I modelli: lineamenti pittorici di Schiele, virilità austrica da Secessione, un po’ pallidi come tra il riverbero di lenzuola bianche ogni domenica mattina – tra loro, Adam Clayton con un sorriso e alza il ciglio sicuro, Lionel Gallagher e un applauso a ripetizione dal pubblico per il direttore generale di Hermès in Gran Bretagna, Bertrand Michaud – da Hermès l’irriverenza vuole far sfilare un manager di questo livello in mezzo ai ragazzi. Esce Véronique Nichanian per l’applauso, si alza Axel Dumas, presidente della casa Hermès per ringraziarla, ringraziare gli ospiti invitati e giunti a Londra da tutto il mondo, chiedendo venia a quelli più stanchi, in Eurostar da Parigi – la platea ride. Axel chiede scusa per l’intoppo dell’audio a inizio spettacolo: aveva chiesto a Bertrand di sfilare, non di toccare tasti a caso nel backstage. La sala ride ancora – la famiglia Dumas e questo loro gioco costante e continuo che è l’essenza di Hermès.

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