previous arrow
next arrow
Slider

Il concetto di identità è superato: oggi si parla di coerenza. Se per consolidare l’identità, i brand volevano codici forti e costanti in ogni parte del mondo, oggi per coltivare la coerenza si lavora su un atteggiamento. Un atteggiamento costante per dialogare con culture diverse, enfatizzando le tradizioni e i territori. Più precisamente, usando un linguaggio più tecnico e di settore: si supera il concept da ripetere a ogni latitudine e si opta per dialogo con l’anima dei diversi mercati. Si apre una diretta forma di rapporto, misurandosi con il luogo e con le sue suggestioni di heritage e di vita, di cultura e di imprinting.

Quello di Firenze è il primo negozio Louis Vuitton in Italia a essere implementato in quest’ottica. È stato progettato e realizzato da un team di architetti, in parte italiani, lavorando presso l’ufficio tecnico centrale della casa. L’accento si pone sul tema dell’architettura e dell’interior design, che entra in relazione con il genius loci del capoluogo di Toscana. Il messaggio si moltiplica, si arricchisce attraverso dipinti, sculture, ceramiche, bronzi, oggetti in vetro, arredi vintage, lampadari, applique e illuminotecnica. Items legati all’ambito fiorentino.

Il cantiere, nascosto da alte paratie di legno, si è protratto per quasi due anni, attirando la curiosità dei fiorentini e di turisti. La boutique ha accesso vetrine su via degli Strozzi e altre sulla piazza omonima e su via de’ Sassetti. L’edificio che la ospita è un esempio di architettura storicistica della metà dell’Ottocento, che riecheggia di stilemi e apporti del primo Rinascimento e del Manierismo, epoca d’oro di Firenze nel passaggio tra Repubblica e presa di potere mediceo, fino all’istituzione del Granducato in pieno Cinquecento. Un palazzo sorto nel quadro delle trasformazioni urbanistiche ed edilizie condotte dall’ingegnere e architetto locale Giuseppe Poggi, nel quinquennio 1865-1870 di Firenze capitale. Fu questo un periodo che cambiò il volto della città, con l’apertura dei viali secondo un tracciato concentrico che prese il posto delle mura medievali, ispirato dagli Champs-Elysées.

Louis Vuitton store

Il negozio occupa il pianterreno e un ammezzato ritmato da un gioco di volte, cui si collega con una scala centrale dalle paratie di cristallo trasparente. Il corrimano è blu, un colore che allude agli oggetti in lapislazzuli delle Wunderkammer medicee. Le materie impiegate sono riferite alla cultura edilizia autoctona, interpretate con un approccio attuale. Dagli archi a tutto sesto delle aperture, la luce entra e percorre volumetrie simmetriche. Si espande sulla pavimentazione chiara in Travertino Navona, rimbalza sulle superfici di Rosso Levanto e Giallo Siena – marmi spesso impiegati durante l’epoca rinascimentale e barocca- e sui ripiani in Breccia medicea, sovrapponendosi alla precisione geometrica dell’illuminotecnica. Il grigio argenteo della pietra serena parla una lingua toscana, accostandosi a uno spettro cromatico di tonalità chiare, dal beige fino a un bouquet di bianchi. Nuance distillate grazie a una comparazione rispetto alle sollecitazioni della luminosità locale.

Il Novecento artistico e architettonico a Firenze, un mix sospeso fra recupero della classicità e spinte moderniste. Tra le icone di ispirazione, spicca la Stazione Ferroviaria di Santa Maria Novella, opera razionalista dei primi anni Trenta, progettata dal Gruppo Toscano, guidato da Giovanni Michelucci. Un capolavoro che abbina bellezza e funzionalità, che incrocia marmi di vari colori a griglie, lanterne, serrature, maniglie ed elementi metallici che guardano ai raggiungimenti del Bauhaus. L’indagine si è addentrata negli odori toscani, nelle fragranze amare di cipresso e di alloro, nel profumo dell’iris, il giglio di Firenze. Le cromie antinaturalistiche della pittura del Manierismo hanno fornito un’altra chiave di accesso.

Il collezionismo incarna un ruolo di protagonista. Per la boutique sono stai reperiti pezzi di design, arredi e manufatti artistici tramite un’analisi che ha interessato gallerie antiquarie e raccoglitori, mercati, raccolte private e brocanteur – oltre alle raccolte degli archivi parigini del brand e all’ambito specifico delle collezioni Objets Nomadese Petites Nomades. Gli arredi sono per lo più vintage, risalenti agli anni Cinquanta e ai primi Sessanta e portano la firma di figure nodali nella storia del design italiano. Franco Albini, Cesare Lacca – suo il tavolino rotondo in vetro e legno laccato nero –, Osvaldo Borsani, Romeo Rega e Ico Parisi. Poltrone di Lenzi Pistoia e sedie di Nino Zoncada per Cassina, rivestite in tessuto beige e grigio scuro. Ovunque oggetti, lampade, applique, rilievi e complementi in ceramica, vetro di Murano, bronzo e acciaio, creazioni contemporanee di Studio Superego e Patricia Urquiola, l’étagère-libreria di Renato Polidori in marmo bianco di Carrara, realizzata nel 1970 – più che un mobile-contenitore, una micro-architettura dalla concezione scultorea.

Massimo Listri – artista e fotografo fiorentino – ha coperto le pareti di una sala a pianterreno riservata ai clienti abituali, con una pellicola che trasforma in realtà uno scatto del salone neoclassico del Palazzo Reale di Napoli: prende vita un effetto trompe-l’oeil, che spalanca e drammatizza la visione prospettica. Un altro lavoro di Listri occupa una parete del reparto maschile al primo piano. Non mancano opere pittoriche concepite tra il quinto e il settimo decennio del Ventesimo secolo e di oggi, di autori quali Marius D. Keppler e Osvaldo Medici del Vascello, torinese, ma vissuto a Firenze fino alla scomparsa nel 1978. Medici, nel 1960, ha dipinto l’olio su tela che si intitola Composizione Ritmo Astratto, che ancora conserva la cornice originale in foglia d’oro lucida a effetto metallico.