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Massimo Listri è una figura dalle mille imprendibili valenze. Difficile seguirne le tracce e le progressioni, arduo leggerne gli sviluppi visionari e le passioni – in particolare collezionistiche ­–, siano esse coltivate da sempre o subitanee e violente come marosi in tempesta. La temperatura emotiva, espressa però tramite una freddezza cerea, con distacco da entomologo o da bizantinista, in lui è sempre estrema e implosiva, abbagliante e controversa. Massimo ricorda uno di quei personaggi che emergono dal chiaroscuro caravaggesco dei dipinti di Mathias Stomer, di Bartolomeo Manfredi o Dirck van Baburen. Contorni improvvisamente sferzati da fasci di luce livida e nebulosa, che finalmente si stagliano sul fondo buio e indefinito, posseduto da lemuri evanescenti, da elettriche e fugaci apparizioni.

A Listri – classe 1953, nato sotto il segno dell’acquario – appartengono mille sfumature di esistenza e curiosità, mille evoluzioni e rivoluzioni orbitali. Un carattere sfaccettato e mercuriale, dalle pieghe misteriose e non di rado accese e provocatorie. Fragile, duro e implacabilmente ostinato, scostante e tagliente. Di colpo remissivo e sornione come quei gatti persiani pigri e feroci che tanto ama, Listri è un ossimoro, una totale contraddizione di termini. Il collezionismo, una forma totalizzante di collezionismo, è il suo vero fil rouge nell’attraversare il lavoro e la vita stessa, l’ossatura ermeneutica di una narrazione progressiva e incalzante. Ha raccolto di tutto, proprio di tutto, travasando questo fiume in piena nelle sua Shangri-la fiorentina, che a prima vista sembra frutto dell’accumulo di generazioni. Invece è un’opera che si deve interamente a lui, costruita negli anni con una caparbietà e una visionarietà progettuale quotidiana e maniacale. Demiurgo per immagini – Vittorio Sgarbi lo ha definito il fotografo che inventa la bellezza –, ma anche inventore di interni magnifici, Listri è regista di un teatro traboccante di segni e testimonianze di gusto, di un’osmosi di bizzarre convivenze di epoche e provenienza.

Sculture africane Fang e chinoiseries lucchesi rococò, ritratti cinque-sei-settecenteschi e neoclassici, rarities divertenti, giade Song, piatti iranici e mozarabici a lustro, alari bronzei di Caffieri e fotografie di Horst, busti neoclassici di Trentanove, di Bartolini e Adamo Tadolini, accanto a stravaganti santons provenzali e a una serie di lampade ottocentesche in opaline rosa antico fregiate da stemma e iniziali Demidov che provengono dalla celebre villa di Pratolino. Un’orgia di blanc-de-Chine Qianlong, e rami di corallo montati, di bronzi rinascimentali e Edo, di scatole veneziane in pastiglia cinquecentesche. Gli acquarelli di Alexandre Serebriakoff che immortalano le dimore di Charlie de Beistegui, Groussay e Palazzo Labia in festa o gli interni paradigmatici dell’Hôtel Lambert. Un valzer oroscopico intrecciato sullo sfondo di un décor gustaviano che rammenta Haga e si miscela a quoti manieristi e barocchi, all’allucinazione della grottesca o opulente moquettes a ramages Deuxième Empire. I telamoni di Pavlovsk introducono in questa Schatzkammer che sempre sorprende e riesce a catturare anche il visitatore più prevenuto e blasé.

Non c’è limite possibile per Massimo Listri, la fantasia deve viaggiare liberamente e sconfinare ovunque quasi anarchica, per poi comunque ritrovare un senso estetico unificante in questo magma incandescente, per raggiungere un’armonia corale che identifichi un cosmo fatto di voci dissonanti e di frammenti apparentemente incongrui. «È la storia, il rivelarsi di un’epica o di un passaggio di tempo fondamentale – afferma Listri – quello che cerco e che più mi colpisce in ogni singolo elemento di questa trama. E una sorta di fascinazione immediata, di shining, di ‘antivedere’. Mi diverte molto sapere, ad esempio, che alcuni dei volumi che possiedo, siglati da insegne araldiche o da ex-libris, talvolta perfino fittamente chiosati da note o commenti, che recano dediche e pensieri, sono appartenuti a papi e cardinali, a re Carlo III di Borbone o a personaggi come Napoleone, all’imperatrice Josephine Beauharnais o alla cognata Carolina Murat, la regina di Napoli dall’esistenza avventurosa e agitata come un feuilleton. Me li immagino intenti alla lettura, mentre li cercano e li accarezzano negli scaffali delle loro biblioteche private. Certi libri mi appaiono come intrisi dall’anima dei proprietari precedenti, sono medium di metempsicosi, latori di un dialogo che per me assume valore di ispirazione incessante».

L’itinerario nella fotografia, Massimo Listri l’ha intrapreso giovanissimo senza esitazione alcuna, seguendo una vocazione ineluttabile. Ha inizio con una galleria di ritratti in bianco e nero in formato quadrato di grandi personalità del Novecento europeo, da Pasolini a Montale, da René Clair a Federico Zeri, fino all’esteta anglo-fiorentino per eccellenza, il mitico Sir Harold Acton, annidato tra i tesori artistici e le siepi di bosso di Villa La Pietra, sulla via Bolognese. Acton, lo storiografo del tramonto mediceo dalla vita umbratile e letteraria – non a caso prediligeva fin de race quali il Gran Principe Ferdinando o il debosciato Giangastone, l’ultimo e scandaloso Granduca di Casa Medici, ai primi del XVIII secolo – è il suggello e l’estremo testimone di un perduto e sofisticato universo anglo-americano formatosi dalla metà dell’Ottocento, che aveva trovato il suo luogo d’elezione tra le colline intorno a Firenze. Gli oggetti rari e preziosi, le curiosità e le capziose allegorie delle Wunderkammer nordiche manieriste e barocche, i risvolti psicologici e maniacali che sempre disvela, a un occhio smaliziato, una trama collezionistica, affascinano totalmente Listri, diventando il Leit-Motiv della sua poetica.

Meditazioni per immagini che si raccontano nella lunga collaborazione con FMR, la rivista paradigmatica fondata dall’amico Franco Maria Ricci. Un obiettivo, quello di Listri, che insieme accarezza sensuale e seziona chirurgicamente l’objet, che cerca di carpire le entità che lo abitano e di catturarne la valenza narrativa e simbolica. Altrove, la composizione si connota in una deriva mistica, da still life ispanico seicentesco, mette in scena una conversazione sospesa e tonale, piana e controllata in apparenza, ma in realtà inquietante e ambigua. Tirso de Molina, Lope de Vega e Juan de la Cruz si sovrappongono in un medesimo sospeso bodegón, sfuggono a ogni analisi razionale per trascolorare nel fantastico, nel picaresco, nella metrica folgorante e ieratica di una cabala arcana o di un auto sacramental. La fisiognomica di Franz-Xaver Messerschmidt, il freddo classicismo anni Trenta di Arno Breker, si risolvono in close-up scevri da ogni giudizio e partecipazione, si trasformano in specchi psicanalitici gravidi di domande e di pulsazioni impossibili da definire.

«Sola garanzia del mistero è l’irripetibile nitore dell’oggetto reale nel quale momentaneamente uno spirito prese dimora», chiosa Cristina Campo ne Gli imperdonabili, più che un libro un compendio di vaticini dalle venature profetiche, un volo a planare su un campo irrazionale e matematico. Settantotto i libri compiuti dal fotografo fiorentino, lungo un’indagine di rappresentazione che spazia liberamente tra arte e décor, tra giardini e grotti incantati e tessili fastosi, tra moda e sensazione, tra negromanzia e fuga archeologica o lapidea. Poi sono venute le architetture e il canone fuggente di una spazialità anche incommensurabile, la fuga concitata e progressiva di prospettive leibniziane, una dentro l’altra come scatole cinesi, il caleidoscopio della decorazione smottata, centrifugata, resa liquida su un’asse ortogonale che diviene mantra. Enfilades di saloni vuoti abitati soltanto dalla memoria di un sontuoso passato, pavimenti marmorei come tappeti volanti e damier escheriani, gallerie scandite da teorie di specchi, da stucchi dorati e sculture di colpo calate in una dimensione azzurrata e metafisica, relitti di arredi e ritmica di volte in camere ‘di verdura’ offuscate dalla polvere, ossidate dall’oblio. Il segno campito di Luis Barragan, il maggiore architetto messicano, più che mai si libra nel colore e nell’astrazione che lo definisce. L’horror vacui di marca coloniale del Brasile imperiale, si miscela al sogno surreale di L’année derniere à Marienbad, film che Alain Resnais gira nei primi anni Sessanta in una Baviera allegorica e rocaille. Le biblioteche sei-settecentesche di conventi e palazzi mitteleuropei, una mappatura che si espande tra Vienna, Praga e la Polonia, tra Melk e l’abbazia di Seitenstetten, tra la Weimar di Goethe e i Girolamini a Napoli, sono territorio d‘incessante scoperta per Listri, goloso collezionista di preziosi libri antichi.

Le sue immagini appaiono percorse da fantomatiche presenze, da munacielli dispettosi ed emblematiche proiezioni di grandezza. A Versailles, dietro la teoria dei salons ufficiali dell’antica corte borbonica, si dischiudono ambienti negletti, soprattutto di epoca Restaurazione, volumetriche nebulose dalle pareti macchiate d’umidità su broccati consunti o marmorino ferito. C’è il Walhalla di Leo von Klenze, sul Danubio a Ratisbona, con i suoi colonnati dorici, tanto eroici e guerreschi, e la Galleria Lepanto di Palazzo Colonna in Roma, sovraccarica di splendori come la caverna di Alì Babà. Si impaginano stucco cipriato e pareti candide ed echeggianti, cromie fauve o mozartiane spolverate d’oro, purismi neoclassici modulati da elementi decorativi stringati e da sfumature in tono o in diretto contrasto. «Il comune denominatore dei luoghi che mi hanno attratto maggiormente nel corso degli anni – confida Listri – si può definire qualità dell’assenza, laddove anche l’aria possiede una misura».

Il contrario della sua casa fiorentina, che affaccia su un inatteso giardino concluso tracciato da siepi di bosso concentriche, in una piazza emblematica della città del Giglio. Qui, la cifra curiosa, onnivora ed eclettica del collezionismo che ha abbracciato come una sorta di affermazione di sé, ha preso del tutto il sopravvento, ha invaso ogni stanza e ricetto, perfino la scala di pietra serena. Il cardine attorno al quale ruota ogni cosa, è la collezione archeologica, sculture romane, epigrafi e frammenti di modanature colossali, protome leonine, urne cinerarie e cippi, che sono accumulate in sapiente e pittoresco disordine piranesiano nell’ingresso, davanti al camino quattrocentesco o sulle enormi consolle d’ebano fogginesche, che gremiscono le pareti e invadono il pavimento in cotto, evocando il magistero di eclettici connaisseur del passato, da Lord Arundel e Horace Walpole, fino all’horror vacui fibrillante di John Soane. Una suite in crescendo che apparenta Listri alle acribie romantiche di Charles Ephrussi, lo Swann proustiano, e all’ostinazione compositiva del sulfureo ‘anglista romano’ a Palazzo Ricci.

Le varie stanze della residenza sono nate quale progetto per contenere ed esaltare le raccolte. Al mezzanino, una volta bassa e materna incastona le diverse sezioni del cabinet de curiosité di Massimo Listri, avori tedeschi, mirabilia, naturalia, valve incise, netsuke, ‘paci’ lombarde e venete, ceramiche e bronzi, vetri di Hall, di Venezia e delle Fiandre. Ultima arrivata, una piccola croce in cristallo di rocca dell’atelier milanese dei Miseroni, databile ai primi del XVII secolo, trovata a Praga, la magica città di Rodolfo II d’Asburgo, imperatore e negromante la cui Wunderkammer smisurata e in seguito dispersa dagli eventi bellici della Guerre dei Trent’Anni, voleva essere un compendio e un mezzo di controllo dell’intera realtà terreste e celeste. La biblioteca contiene rarità bibliografiche di secoli e ambiti geografici e tematici differenti, marocchino rosso e chagrin, legature aux armoiries, ranghi di dorsi color cognac dalle elaborate dorature rese pacate dall’uso. «Il mio collezionare è spinto dalla curiosità verso il bello ma anche da una pulsione irrefrenabile nei confronti dell’insolito, che mi spinge a creare apparati ideali per esaltare la valenza assoluta e il potere medianico degli oggetti. È importante che ogni cosa trovi un suo luogo e solo quello, che stabilisca rapporti poetici e sibillini, che si ponga in tensione con le altre che le stanno vicino. La mia linea di collezionismo variegata ed eclettica vive nella necessità di un’appropriata disposizione per le diverse raccolte che vi si incrociano e confrontano in un contrappunto tonale che produce quella bellezza che inseguo. L’originalità – conclude Massimo Listri – risiede nell’assemblaggio migliore e nell’arditezza inattesa di un gusto che è riflesso dell’anima e che pretende, illusorio e follemente tenace, di lanciare una sfida all’eternità».

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