Slider

Ad affascinare Crystal Pite, ballerina e coreografa canadese, attiva dall’inizio dei Novanta, è l’idea di conflitto come mezzo per la produzione artistica. Ha esplorato questo concetto nelle sue coreografie, come in Solo Echo, del 2012. Ispirato da due sonate per violoncello e pianoforte di Brahms, e dal poema Lines for Winter di Mark Strand, la coreografia realizzata da Pite per sette ballerini cerca di tradurre le invocazioni del testo poetico per raccontare una storia di accettazione e perdita attraverso il corpo dei perfomer. La precisione di una mano che si alza, o il modo in cui un ballerino deve sollevare il proprio peso servono a portare verso il limite la fisicità e permettere di raggiungere uno stato in cui è possibile osservare qualcosa di inaspettato. Crystal Pite è stata scelta da Rolex per ricoprire il ruolo di mentore in seno all’iniziativa Mentor e Protegé, che dal 2002 mette in contatto professionisti affermati a livello internazionale della letteratura, danza, architettura, musica, cinema, teatro e arti figurative con giovani talenti emergenti del medesimo campo. Allieva di Crystal Pite è Khoudia Touré, ballerina nata in Senegal che ha iniziato a danzare nel 2001 avvicinandosi alla cultura hip hop.

Il rapporto con l’altro è sempre un conflitto, spiega Pite, «in un periodo di confronto lungo due anni si alternano alti e bassi», come a dire che se ci si permette di esplorare gli aspetti gioiosi e quelli più problematici di una relazione, allora forse può scaturire un’idea per un passo di danza, una coreografia, uno spettacolo, qualcosa che si possa definire arte. Questo rapporto ha un valore per chi si confronta con il processo creativo, ed è una forma di ricerca che trascende le abitudini: «Oggi riusciamo a trovare quello che ci serve con una ricerca su Google, ma c’è qualcosa di profondo nel rapporto umano, faccia a faccia, come i suoi silenzi, il suo spazio, il suo tempo». Crystal nei suoi lavori pratica la filosofia della commistione delle arti. Il termine appropriato è visual design, concetto nato negli anni Venti in seguito agli esperimenti del regista teatrale Erwin Piscator – insieme a Bertold Brecht esponente del teatro Epico, in cui lo spettatore diviene destinatario attivo (e non più passivo) della rappresentazione. Piscator usava come supporto drammaturgico ai suoi spettacoli delle proiezioni di immagini in movimento. Grazie a una maggiore accessibilità delle tecnologie di proiezione, negli anni Cinquanta l’artista e set designer cecoslovacco Josef Svoboda ha iniziato a far interagire gli attori con le immagini in movimento riprodotte sui suoi set. Il progetto Laterna Magika, creato in collaborazione al regista ceco Alfréd Radok è considerato il primo esempio di teatro multimediale. Laterna Magika era un programma culturale prodotto in occasione dell’Expo di Bruxelles del 1958, e ancora oggi continua a produrre spettacoli teatrali di stagione in stagione. Lo sviluppo tecnologico ha permesso alle compagnie di sperimentare con proiezioni video e digitali, new media e software di programmazione usati dal vivo.

Oggi il teatro e la danza incorporano questo linguaggio e lo utilizzano per far interagire il pubblico su più livelli con la coreografia, con l’uso del testo e della voce, con l’ambientazione generale e con lo statement visivo. Crystal Pite, esperienze come ballerina e coreografa prima al Ballet British Columbia poi, nel 1996, al Ballet Frankfurt, è entrata in contatto con il coreografo William Forsythe, che l’ha introdotta alla commistione di tecnologia, coreografia e danza. Nell’assemblaggio dei suoi spettacoli portati in tournée in Canada e nel mondo con la compagnia che ha fondato nel 2002 – Kidd Pivot – integra musiche originali, testi, movimento ed elementi di visual design. Il linguaggio coreografico che distingue il lavoro della compagnia fa riferimento a elementi di rigore – tipici del balletto classico – e alla complessità dell’improvvisazione, strutturata.

Khoudia Touré si è trasferita nel 2004 in Europa, dove ha incontrato e approfondito nuovi stili e tecniche, in particolare la house dance. Diffusa negli Stati Uniti, in particolare nei club di Detroit e Chicago alla fine degli anni Ottanta – città in cui sono nate rispettivamente la musica Techno e la House Music – la house dance si caratterizza per l’uso di alcuni passi tipici della club culture americana come il Footwork e il Jacking. Prima di diventare uno stile canonizzato – si svolgono regolarmente competizioni organizzate da federazioni internazionali – la house dance era una metodologia spontanea di scambio di informazioni all’interno del club attraverso il linguaggio del corpo, in cui il background etnico, l’orientamento sessuale e l’individualità del ballerino venivano messi in scena. L’improvvisazione e il fraseggio dei passi di danza in relazione alle sonorità House definiscono una ‘communitas conviviale’ – per usare le parole dell’antropologo Victor Turner – che si esplicita grazie alla musica e ai corpi in movimento. «La house dance e l’hip-hop hanno la peculiarità di unire le persone, più che gli altri stili di danza, per veicolare temi sociali», racconta Khoudia, che nel 2014 ha contribuito alla creazione di un progetto a supporto dei ballerini di strada di Dakar chiamato SUNU Street. «Il modo in cui Khoudia  – interviene Crystal – crea e produce i suoi lavori, connessa alla sua comunità sono fonte d’ispirazione anche per il mio lavoro. Vorrei poter innescare un cambiamento e aprire delle porte della danza a persone che normalmente non potrebbero farlo». Quando Khoudia Touré lavora a una nuova coreografia tiene in considerazione le sue esperienze personali e le trasforma per renderle accessibili agli spettatori. «La vita è il punto di partenza per un argomento da trasformare, direzionare, sviluppare e approfondire attraverso il processo creativo, per costruire qualcosa di universale da condividere con il pubblico».

Touré e Pite si pongono su un piano di collaborazione, lavorano insieme, si scambiano opinioni e visioni sulla loro pratica. «Ho già notato qualcosa di diverso in quello che faccio analizzando i movimenti delle mie coreografie attraverso lo sguardo di Khoudia. Qualcosa nel mio lavoro è cambiato grazie al fatto di averla accanto a me e di poterne discutere attraverso la sua sensibilità». Di altrettanta importanza è l’esperienza per un giovane performer di stare a contatto con un professionista riconosciuto internazionalmente, che porta in scena spettacoli articolati e caratterizzati da un’intensità emotiva e un alto grado di complessità tecnica. Crystal Pite vuole trasmettere questa conoscenza e questa esperienza per permettere a Khoudia Touré di utilizzarla secondo i suoi termini. «Quello che vorrei fare è mettere a disposizione di Khoudia degli strumenti per permetterle di continuare a sviluppare le sue coreografie, con più autorevolezza. Voglio mostrarle tutte le possibilità che costituiscono la produzione di uno spettacolo, in modo che possa portare quell’esperienza nel suo lavoro». Touré su questo aspetto dice di aver già assorbito la prospettiva multidisciplinare di Crystal Pite. «Ho esplorato nuovi gesti, sviluppato nuove abilità fisiche, ho ampliato le mie conoscenze in termini di scenografia, drammaturgia, luci, musica, costumi, coreografia e uso dello spazio per trasformare il palco in un nuovo universo».

Ad Banner3