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Non siamo, ormai da tempo, un Paese portato all’orgoglio nazionale e all’ottimismo. Anche quando siamo in grado di esibire numeri di un’economia in crescita, diventiamo sospettosi e andiamo alla ricerca di retroscena e apocalissi. In alcuni casi, si tratta di un uso strumentale e politico della realtà, in altre di una tendenza psicologica al peggiorismo, figlio della cultura del sospetto che vede intorno a sé solo declino e aziende che chiudono i battenti.

Per chi invece si sente equilibrato da leggere delle buone notizie, Confindustria Moda ha presentato lo scenario dei settori tessile, abbigliamento, calzature, occhiali, pelletteria, pellicceria, concia e oreficeria. Una fotografia positiva del presente, tra i dati registrati nel 2016-2017 e le stime sul 2017-2018 – che riguarda l’intera mappa delle regioni. Il fatturato cresce di quasi un punto percentuale, import ed export segnano rispettivamente +3,1 e +2,6.

La verità è che questa è una non-notizia, perché arriva da un settore industriale che dagli anni Ottanta a oggi non ha fatto altro che crescere, a volte in uno slancio e altre – come ora – con il freno a mano tirato. Con buona pace di chi è solito rigirare i numeri come specchietti per le allodole, confutare lo stato di buona salute della moda non sarà più così facile. Spiega il perché Claudio Marenzi, Presidente di Herno e Confindustria Moda, «Per la prima volta abbiamo usato per l’analisi uno standard adottato in tutti i settori, e i numeri ci dicono che siamo lo Stato della moda e che siamo fondamentali per tutta l’industria italiana». Il Governo non dovrebbe vederli, capirci qualcosa, raccoglierne un esempio? A marzo 2019 saranno presentati al Senato e successivamente a Bruxelles.

Di cosa parliamo quando parliamo di moda?

Gli stilisti e il lusso sono il primo pensiero. La realtà è che passerelle e it-bag rappresentano solo la punta dell’iceberg, quella che emerge da un’industria sottostante: una filiera fatta di bottonifici, tessiture, tintori e altre aziende senza le quali non avremmo mai indossato un solo stiletto o cappotto cammello. Confindustria Moda ha contato 66.590 imprese attive che coinvolgono le vite di 582.571 addetti ai lavori. Anche parlare di lusso è un abbaglio, perché Made in Italy è sinonimo di qualità controllata e non di un qualche eccesso da milionari. Claudio Marenzi definisce il nostro posizionamento con un paragone, «Prendiamo i cinesi: certo, producono più vestiti di noi italiani, ma competono in una fascia completamente differente». L’Italia primeggia nella produzione delle borse in pelle, degli occhiali da sole, delle scarpe con suola in cuoio: tutti prodotti che necessitano di savoir-faire e di cultura del bello.

Con tutti i problemi che abbiamo, a cosa ci serve il bello?

Il sociologo Francesco Morace non ha dubbi: «Con i nuovi device digitali stiamo tutti un po’ perdendo la presa sulla realtà e viviamo un’esistenza in bassa risoluzione nella quale tutto è fast. La reazione è quella di tornare a cercare prodotti ad alta risoluzione: di qualità. Il cambiamento in corso oggi spinge le persone a risparmiare, ma anche ad approfondire, valutare e recensire».  L’Italia può trovare il suo spazio proprio in questo moto reazionario, continua Morace: «Nei prossimi anni questo sarà uno dei pochi territori sui quali potremo muoverci in attacco e non in difesa, con la certezza di poter ripartire come Paese».

AAA Offresi 48.000 posti di lavoro nella moda

Entro il 2021 saranno 57mila le figure professionali che andranno in pensione, mentre solo 9mila sono pronti a prendere il loro posto. Quest’ultimo è infatti il numero degli studenti iscritti a scuole di formazione e istituti tecnici del settore. Claudio Marenzi ci fa un esempio: «quella del modellista, la persona che realizza su cartone un primo vero abito a partire da un semplice schizzo, è una professione che può offrire soddisfazione dal punto di vista creativo ed economico. Ma non è semplice raccontare ai giovani questi mestieri e coinvolgerli». La moda è anche terreno per le startup. Non esiste comparto industriale più predisposto al cambiamento. Nelle parole di Marenzi: «Quale altro settore ogni sei mesi rimette in discussione il proprio prodotto, butta via tutto e ricomincia da capo?».

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