previous arrow
next arrow
Slider

Il teatro dell’opera di Roma decide questo sia il tempo per rendere omaggio a un esponente di musica minimalista – Philip Glass: che sia un altro segnale di reazione alla troppa libertà digitale di questi nostri anni, alla troppa libertà che diventa faticosa da gestire. Il ritorno alle regole assomiglia al rispolvero di codici borghesi che da qualche tempo stiamo proponendo.

Secondo Germano Celant, la musica minimalista non tratta di riduzione o semplificazione, ma di geometria – che in musica può ricordare armonia. L’informale e il pop musicale sono messi da parte a favore di un rigore musicale: anche se opulento, si intende minimalista per il rispetto ai fondamenti del battere e levare. Musica dritta – minimale: significa precisione sul progetto, sobrietà sul messaggio – o ancora, partitura matematica. Celant parla di architetture plastiche e musicali.

L’ipnosi in cui possiamo cadere di fronte a una proliferazione di linee, ripetizione di bianchi e neri, di Sol LeWitt somiglia a una sequenza progressiva di Philip Glass: i violini producono refrain in loop che ricordano tamburi: c’è un ritmo ordinato, una scansione dritta, semplice da comprendere anche in una potenza di accordi. Febbre e piacere. La composizione di Philipp Glass è solida in questa sua regola da poter permettersi di entrare negli ambienti lirici e rock con la sicurezza con cui un gatto fa le fusa. Era il 1968: Glass si fece accompagnare dalla violinista Pixley-Rothschild: spartiti appesi ai muri, in movimento durante l’esecuzione – gli albori della performance art, il pubblico applaudiva. Philip Glass oggi ha ottantadue anni. Ha studiato il rumore e il silenzio. Il minimalismo – sembra che a definirlo così fu Michael Nyman.

Philip Glass cominciò a lavorare per i teatri d’opera nel 1975 – insieme a Robert Wilson per la regia, Luchina Childs per le coreografie. I balletti erano titolati a personaggi simbolo di una compattezza umana, data da genio, sforzo e ricerca: Einstein, Gandhi e e Akhnaten, il faraone della diciottesima dinastia durante il cui regno fu imposta la religione monoteista. Philip Glass è nato nel 1937 – il concetto di trasparenza prova la sintesi di un percorso che non possiamo ritrovare qui, ma al quale l’Opera di Roma ha deciso – dicevamo – di dare tributo. Un omaggio in tre tempi – o meglio tre balletti, non collegati tra loro (un programma che stride con la compattezza di cui sopra, e che porta un po’ di confusione per uno spettatore).

Teatro dell’Opera, Roma

Il primo lavoro è un remake del balletto Diamonds che Balanchine firmava nel 1967 su una musica di Čajkovskij: oggi trova il titolo di Hearts and Arrows per la coreografia di Benjamin Millepied su Mishima, quartetto per archi di Philip Glass. Se i ballerini per Balanchine ricercavano la struttura dei diamanti, Millepied dei diamanti imita il modo di catturare la luce: hearts and arrows è un metodo usato dai gemmologi per stimare le qualità riflettenti della pietra. I ballerini indossano magliette colorate alla Grease, come se la rifrazione fosse scomposta in un arcobaleno di orgoglio. Le armonie e la ginnastica muovono l’intuito e l’irrazionale su una complessità corporea che arriva alla mente prima che al cuore. Un peccato che per questo primo balletto, la musica sia registrata.

L’orchestra entra in sala per il secondo, Glass Pieces il titolo, per la coreografia di Jerome Robbins sui brani Rubric e Facades estratti dell’opera dedicata al faraone Akhnaten. Il lavoro andò in scena per la prima volta al New York nel 1983, definendo un’identità finale della tendenza del balletto a Broadway. Si apre con una camminata, che poi prende più forza in una coreografia ritmata e simmetrica – a un pubblico italiano può ricordare il varietà di un sabato sera degli anni Sessanta, appunto traslazione nostrana di Broadway. I movimenti per 46 ballerini coinvolti.

Il terzo balletto è il motivo per il quale tutti i giornali italiani in questi giorni si sono attivati a parlare dell’arta della danza: il titolo è Nuit Blanche, per la coreografia di Sebastien Bertaud sul Tyrol Concert di Philip Glass. Il lavoro è stato presentato l’altra sera Roma in prima assoluta: i costumi di scena provengono dall’atelier di couture di Christian Dior sotto la direzione di Maria Grazia Chiuri. Costumi da danza in couture significa pezzi cuciti e ricamati in un laboratorio di sperimentazione a un livello tecnico reso possibile dalla prima casa sartoriale al mondo per storia, tradizione ed economie. Corpetti stretti nei busti per gonne ampie di tulle: ogni gonna presenta almeno due strati e i ricami sono tra questi – ne risulta un effetto di presenza rigida e morbida, che si amalgama con il movimento delle gambe nella danza – e si ritorna al minimalismo strutturale di Glass che definivamo: compatto. Si percepisce il ricamo come parte del movimento delle gambe, non come decoro del tessuto – una vaga nemesi iridescente. Il balletto si apre classico, rispetto ai primi due più ritmati: il romanticismo di questa Nuit Blanche ritrova il segno di Chiuri per Dior, colori notturni per la luna, tra i quali colpisce un verde vetrato, come un angolo di prato illuminato nel buio, pastoso velluto anticato di un ricordo di infanzia. I movimenti muscolosi di Eleonora Abbagnato stridono con questa poesia, troppo duri e scattanti, troppo allenati a scapito della sinuosità ritmata ma rimata, della musica.


Serata Philip Glass, dal 29 marzo al 2 aprile, al Teatro dell’Opera di Roma


dior.com/diormag