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Carla trascorre l’infanzia in campagna, fra la casa della zia a Gazoldo degli Ippoliti, vicino Mantova, e quella della nonna materna a Volongo, nel Cremonese, per poi fare ritorno a Milano: «Mia nonna era una contadina, ho vissuto da lei per un periodo, quando fummo sfollati. Mia madre era operaia alla Innocenti, mio padre un alpino, era stato dato per disperso, tornò dalla Russia e fu assunto come tranviere». 

Rudolf nasce su un treno della Transiberiana in corsa, suo padre è un militare sovietico, tradizionalista musulmano di origine tatara, nella danza non vede altro che frivolezza, una perversione. Torna di rado a casa, Rudolf lo abbraccia con deferenza, la sanzione di un’autorità più che un’espressione di affetto. Fra di loro c’è una distanza che si trasformerà in conflitto. La sua famiglia è sfollata. Dopo Vladivostock e Mosca, nel ’41 è la volta di un piccolo villaggio nei pressi di Ufa, in Baschiria. Con un biglietto premio entrano in quattro a teatro, Rudy, la madre, due sorelle: così racconta The White Crow, film di Ralph Fiennes arrivato in Italia lo scorso giugno. 

È l’ultimo dell’anno del 1944. A Ufa va in scena l’etoile Zajtuna Nazretdinova. Un Nureyev bambino vede per la prima volta il balletto. Ha sei anni, la musica è già in movimento nel suo corpo. Nella danza trova una via d’uscita, l’espressione di una libertà che ha creduto impossibile. Lavora, studia con Elena Vajtovič, il suo esordio è tardivo. Rifiuta un posto al Teatro Bol’šoj: punta all’Accademia di Danza del Kirov, sulla scia dei più grandi – Nižinskij, la Pavlova, la Uvanova. Qui viene ammesso all’età di diciassette anni. 

Carla, a dieci, è già alla scuola di danza del Teatro alla Scala, alla sbarra con Vera Volkova. Per i suoi genitori, iscriverla lì è una scelta più pratica di altre. «Frequentavamo la balera dell’azienda tranviaria milanese, erano i lussi dell’epoca. Iniziai a ballare sulle note di un foxtrot, di un cha cha cha. Una signora mi notò e suggerì ai miei di iscrivermi alla scuola della Scala, che allora era gratuita. Non fui scelta – entrai nel gruppo di quelle ‘da rivedere’, poi Ettorina Mazzucchelli, passando fra noi ragazze, disse al sovrintendente della Scala, Ghiringhelli: ‘Questa qui ha un bel faccino’. Superai il periodo di prova e fui presa». Carla Fracci sognava di diventare parrucchiera. Non si lamentava. Accettava rinunce e sacrifici, le imposizioni della disciplina, anche se non ne comprendeva il motivo. Quando vide Margot Fonteyn, l’allegria che trasmetteva danzando, il suo percorso prese senso. Trovò in lei un modello. «She’s really my daughter», dirà di Carla la ballerina inglese. 

Rudolf sente l’urgenza del tempo che passa. Nel balletto, la carriera maschile è più breve di quella femminile. Sceglie per sé il suo maestro, Aleksander Pushkin – interpretato nella pellicola da Ralph Fiennes. Si diploma, entra nella compagnia del Teatro Kirov, danza con Alla Šelest e Irina Kolpakova. In poco tempo, la Russia conosce il suo nome: domina il repertorio classico con impeto muscolare, il magnetismo non replicabile del suo volto, la potenza del recitar danzando. In tournée col Teatro Kirov, valica i confini dell’Unione Sovietica per la prima volta: a Vienna, all’Opéra di Parigi. Il destino si fa spazio a fatica, finalmente, con arroganza, spalanca la porta verso il trionfo. È sufficiente un’occasione, il primo ballerino Konstantin Sergeyev s’infortuna e Rudolf è chiamato a sostituirlo. Dal palcoscenico sconvolge, esalta il pubblico. Si preparano repliche a Londra. Il suo tormento è la volontà di mostrare al mondo chi sia il migliore. «Era una persona grintosa, con un’ambizione e una volontà di sapienza, ma era anche alla ricerca di se stesso, aveva timidezze, insicurezze. Si è costruito piano. Studiando, viaggiando, si è coltivato» dice Carla Fracci. L’ucraino Oleg Ivenko nel film è Nureyev, si aggira fra le sale del Louvre, si ferma a contemplare La zattera della Medusa di Géricault, al mattino presto  per non essere disturbato.

Carla Fracci si diploma nel ’54, dopo due anni diventa solista, passano ancora due anni ed è prima ballerina. «Fui eletta nel ruolo dopo un successo londinese. Era un happening con due delle massime Giselle di allora, Alicia Markova e Yvette Chauviré. Avevo ballato Giselle una sola volta, alla Scala. Sentii la gente che urlava. La danzatrice e coreografa Lynn Seymour si alzò dal fondo della sala per venirmi ad applaudire». Danzerà al London Festival Ballet, lo Stuttgart Ballet, il Royal Swedish Ballet, dal ’67 entrerà a far parte dell’American Ballet Theatre. Dividerà il palcoscenico con artisti come Vladimir Vasiliev, Mikhail Baryshnikov, Erik Bruhn. 

1961, Rudolf è costretto alla fuga. Marcato stretto dal KGB, desta preoccupazione per l’indomabilità del carattere, le amicizie con gli occidentali, la frequentazione di locali gay. È a Parigi con la compagnia, in partenza per Londra. Invitato, nelle motivazioni ufficiali, per un evento al Cremlino, decide di restare in Occidente, contravvenendo all’ordine di tornare in patria. Ottiene l’asilo politico, primo transfuga di una lunga serie: dopo di lui la Makarova, Panov, Baryschnikov stesso, Godunov. «Persone che lasciarono la loro patria, il loro ambiente per costruirsene un altro. Rudolf portava questa tristezza di essere lontano dalla Russia, il pensiero rivolto sempre alla madre. Mi raccontò un suo sogno ricorrente: saliva su per una grande scala, c’erano fette di pane al posto degli scalini, ricordo il gesto con cui lo raccontava. In cima alla scala sua madre, che piangeva e gli porgeva le mani». Non tornerà a casa per ventisei anni. Sarà nel 1987, Rudolf a capo del balletto dell’Opéra di Parigi quando le autorità sovietiche, per volontà di Michail Gorbačëv, gli accorderanno un permesso speciale per rivedere la madre, ormai malata. 

Rudolf incuriosisce la stampa alla stregua di una rockstar. Ha una presa sul pubblico che è aggressione, capacità di attrarre tutto a sé: «Amava la competizione, si metteva alla prova. Nei suoi spettacoli faceva cose che non ti aspettavi e creava suspense, piaceva alla gente». Il suo temperamento, i suoi amori: da Anthony Perkins a Erik Bruhn, da Freddie Mercury – che chiamava “Eddie” – a Robert Tracy, ballerino, suo assistente. È stato Erik Bruhn a insegnargli la tecnica, quella ortodossa, a instradare il suo talento. «Eravamo noi quattro, io, Beppe, Rudy ed Erik Bruhn. Si era creato un rapporto sano. Sono stata sua ospite a La Turbie, è venuto da noi a Firenze. Nel privato, si toglieva la corazza: quei sentimenti sbagliati uniti alla volontà di non subire aggressioni».  

Carla Fracci e Beppe Menegatti sono sposati da cinquantacinque anni, Beppe ne compie novanta quest’anno. Si sono conosciuti quando Beppe era aiuto sul set per Luchino Visconti: diventerà regista degli spettacoli di sua moglie e padre di Francesco. Carla ha danzato fino al quinto mese di gravidanza – Eugenio Montale le dedicò una poesia, La danzatrice stanca. Era raro, per le ballerine, diventare madri. Ha suscitato gelosie anche per questo, ma Carla non si è mai curata dei pettegolezzi. Charlie Chaplin andò a vederla danzare, le inviò per posta la foto che le aveva scattato, una dedica sul retro: ‘You are wonderful’. Non è mai cambiata. Fracci definisce democratica la sua concezione della danza, continua a combinare la forza con la grazia, serietà e autoironia. 

Fracci, Nureyev – pionieri entrambi. Come ballerini, come coreografi, come direttori di corpi di ballo. «Mi prendevano in giro: ‘Ma dove vai?’ Sono andata nei teatri minori, nelle piazze, nei teatri tenda, sempre con dignità e rispetto. Siamo stati a Verona, a Bologna abbiamo fatto il Fiore di Pietra di Prokofiev, che addirittura non era mai stato fatto prima, siamo andati a Palermo, a Bari; ricordo Paestum, vennero più di settemila persone a vederci. Dovevo arrivare come Giulietta nella scena del funerale, portata dai frati. Li sentii che dicevano: ‘Permesso, permesso’. C’era gente seduta fin sul palcoscenico». Rudolf ha stravolto il ruolo maschile nel balletto, liberandolo di ogni frivolezza. «Diventare coreografo era la sua ambizione, quella che l’ha inibito. Non voleva essere solo il porteur, voleva danzare insieme alla ballerina. Entrava come una tigre sul palcoscenico. L’importante era stargli alla pari per non essere schiacciata, io ci sono riuscita: la Sylphide a Parigi, il Don Chisciotte alla Scala, Giselle, Il lago dei cigni, il Romeo e Giulietta con la sua coreografia, piena di passi. Ogni nota era un passo. Dovevi essere forte, pronta, ma sapeva che io avrei risposto bene. Non me l’ha mai detto, però so che l’ha detto ad altre persone: ‘Carla può fare tutto’». 

Carla e Rudolf insieme per la prima volta: «Ti metteva in tensione. Era sempre sul chi va là, in attesa dell’errore. Amava fare degli scherzetti per metterti alla prova, era il suo modo di lavorare. Poteva essere sgarbato, si è fatto questa fama di persona arrogante». 1978, la loro esibizione ne La bella addormentata. Si erano conosciuti davanti al camerino di Margot Fonteyn, in fila per salutarla, al Covent Garden di Londra. Nureyev è partner della Fonteyn, di quasi vent’anni più grande di lui, nello stesso periodo in cui Bruhn lo è per la Fracci. Per cinque o sei anni, una specularità senza vincitore. Vi sarà una Giselle a New York, la coppia Fracci-Bruhn al Met e la Fonteyn con Nureyev allo State Theatre, negli stessi giorni. I teatri dovranno cambiare le date degli spettacoli per non farli coincidere. C’è una versione del Romeo e Giulietta in cui la Fonteyn è Madonna Capuleti, con la Fracci e Nureyev come Giulietta e Romeo. «Mi volle per Lo Schiaccianoci, io gli dissi che non lo potevo fare, era troppo difficile, non c’era tempo: avevo avuto da poco Francesco. Era come se volesse dire: ‘Ti faccio vedere che Carla va in scena’. Mandò il pianista al pianoforte e m’insegnò tutto il balletto, passo per passo – in tre giorni eravamo in prova generale. Alla fine dello spettacolo mi strinse la mano e mi disse: ‘Hai visto cosa vuol dire avere coraggio?’ Questo era Rudy». Una delle ultime telefonate, Carla meditava di lasciare la danza, Rudolf era con il suo amico Charles Jude e Florence Clerc. La spinse a continuare, la ‘padrona di tutti gli stili’ – così ebbe a definirla – aveva il dovere di andare avanti. «Era esigente ma giusto. Non si fermava, chiedeva di più, a sé e agli altri. Abbiamo fatto il Don Chisciotte quando era già malato, non ha voluto cambiare un passo, come nasceva il balletto così doveva restare. Al mattino andava in ospedale e il pomeriggio a lezione». 

Nureyev aveva case ovunque, da Parigi a Londra, dalla Costa Azzurra a New York. È morto nella sua casa parigina il 6 gennaio del 1993, la prima acquistata dopo l’espatrio. Aveva comprato un arcipelago a largo di Positano, Li Galli, già appartenuto a Léonide Massine, con la villa progettata da Le Corbusier. Pensava di ospitarvi una scuola di danza. La malattia, all’inizio negata, accampando malesseri, rifiutando le cure, poi le complicanze legate all’AIDS. Una tomba mosaico a forma di tappeto kilim è l’ultima immagine della sua figura, custodita nel cimitero russo di Sainte-Geneviève-des-Bois. L’ha disegnata Ezio Frigerio – sontuosità orientaleggiante memore de La Bayadère, la cui riedizione per Rudolf fu l’impresa finale di coreografo e ballerino. Un ricordo di Nureyev, raccontato da Beppe Menegatti, si lega a Frigerio, che aveva realizzato una città ideale in miniatura, posta in fondo alla scena, per il Romeo e Giulietta alla Scala. Quando Nureyev la vide andò su tutte le furie. Si sfogò col regista, incrociato sul palco alla fine di una prova mattutina: quella città così piccola gli sembrava un affronto. «Rudy – gli rispose Menegatti – non sbagliare, si tratta dell’effetto prospettico. Se non lo sai, vai a vedere l’Accademia Olimpica a Vicenza così ti rendi conto». Lo videro uscire dal teatro e aprire la portiera di un taxi: andò a Vicenza a vedere il Palladio.

È diventato un modo di dire: ‘la nuova Fracci, ‘il nuovo Nureyev’. Qualcuno l’ha affermato a proposito di Sergei Polunin, il primo ballerino tatuato che nel film di Ralph Fiennes veste i panni di Soloviev. I suoi colpi di testa: le dimissioni dal Royal Ballet, dopo essere stato eletto primo ballerino a diciannove anni; la scelta di diventare freelancer per preservare la libertà artistica; un video, diventato virale su YouTube, in cui danza su Take me to church di Hozier diretto da David LaChapelle, annunciando l’addio alla danza per poi cambiare di nuovo idea. «Non esiste un erede di Nureyev. Ognuno ha la propria personalità. Ogni ballerina deve essere la nuova Fracci. Bisogna studiare e lavorare, non ci sono bacchette magiche. I giovani avrebbero bisogno di maestri per imparare ad affrontare tecnicamente il repertorio. Anche il balletto romantico non è sempre lo stesso, ogni balletto è un mondo a sé. Io sono stata fortunata a trovare maestri e coreografi. Il problema, oggi, è che non ci sono gli spazi. Mi dicono: ‘Perché non fa una compagnia?’. Le istituzioni forse dovrebbero dare anziché togliere, e questo è un mio rammarico, perché ho fatto di tutto per promuovere la danza fra la gente. I sovrintendenti credevano in quello che si proponeva, c’era l’aiuto del teatro che ti ospitava, ti dava la possibilità di lavorare. Oggi hanno smantellato le compagnie di quasi tutti i teatri, restano La Scala, Roma e Napoli, e se ti trovi sola, senza un teatro, senza una sede, senza le sale, cosa fai?»

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