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Non ci può essere arte dove c’è pudore. Ogni angolo sporco della propria anima, della propria vita quotidiana, va scavato, esposto, massacrato –anatomia criminale su un cadavere vivo. Niente può essere trattenuto nascosto, personale – ogni ombra deve essere a disposizione del racconto. Mettersi a nudo, questo scoperchiarsi non è un processo a termine, ma infinito: si può scavare più dentro, spostare altre viscere, aprire altre vene, spalancare un altro cuore che non pensavi si nascondesse nel cervello.

Il campo di indagine è la dimensione dell’ansia che si trasforma in paura. La stanza dell’insonnia: cinquanta autoscatti durante un periodo di insonnia diagnosticata nel 2018. Chi entra deve provare la stessa sensazione che ha provato Tracey Emin: stress e sofferenza scattati con un iphone 10 stampati in gigantografia su carta. Si riconoscono i punti per l’operazione chirurgica di riduzione delle palpebre, intervento di ricostruzione estetica più comune tra le donne. L’arte di Tracey Emin si può definire espressionista, riferimenti costanti sono i nudi femminili di Edvard Munch, la vertigine sensuale di Schiele, e il realismo in movimento di Kathe Kollwitz. La mostra A Fortnight of Tears è la traccia per questo racconto, in scena al White Cube di Londra, fino al 7 aprile.

Young British Artist negli anni Novanta – Tracey Emin e Damin Hirst formano la prima linea. Nel 1993, in una personale al White Cube Tracey mise in mostra il pacchetto di sigarette che suo zio teneva in mano quando fu decapitato in un incidente d’auto. Everyone I Have Slept With 1963 – 1995: una tenda da campo blu, con all’interno scritti i nomi di tutti quelli con cui Emin aveva dormito in un letto – un’opera scaturita dalla relazione con Carl Freedman, poi acquisita da Charles Saatchi ed esposta nel contesto della mostra Sensational nel 1997. Dello stesso periodo e attitudine, My Bed, opera riferimento dell’intera British Art: la riproduzione – o trasposizione – del letto dove Tracey trascorse le ultime settimane dopo la conclusione di una relazione: lenzuola, polaroid, preservativi per maschi di consolazione, mozziconi di sigarette, vodka, giornali, assorbenti, peluche, dentifricio, rasoio, briciole di biscotti. Nel 1999, l’opera They want you to be destroyed si riferiva alla bulimia di Diana Spencer.

The Personal and the Provocative: Tracey Emin at the White Cube

Plot etnico, per madre dalla Romania – rumneys, etnia romanì –  il padre cipriota turco (tramite cui oggi è imparentata con Meral Hussein Ece, membro della Camera dei Lord). Tracey è stata stuprata due volte, la prima volta a 13 anni cadendo a un attacco di gruppo – in mostra un video, How It Feels del 1996 dove Tracey parla dell’aborto conseguente andando in giro per Londra, masticando qualche cosa, forse una caramella morbida in liquirizia – non si capisce se l’incisivo inferiore frontale è macchiato o mancante. Il secondo stupro e il secondo aborto a 18 anni: durante la procedura chirurgica un’emorragia.

Nei quadri dedicati alla madre Pam, mancata nel 2016, le figure umane appaiono come macchie. Tracey riportava le ceneri a casa dal crematorio, si sentiva una ladra – non riusciva a portare il peso quanto sarebbe successo poi, che era un adesso. In una stanza sul fondo della sala a cui si accede come se la porta fosse sul retro, in un video Tracey riprende le ceneri della madre: una scatola di legno appoggiata sul tavolo in cucina.

Le opere di Emin restano definibili come working in progress, concepite in layers. I quadri sono in vendita al White Cube – partono dai 22 mila sterline per le dimensioni ridotte, fino alle statue in bronzo che girano a 400 mila sterline, alcuni quadri di dimensioni maggiori superano le 500 mila sterline. I bronzi sono concepiti su modelli piccoli, quindi stampati nelle dimensioni reali con la tecnica 3d – quindi lavorati in pezzi per l’assembramento. Il bronzo è trattato con potassio sul quale è posta una cera inidcata come reinassance wax per rendere il metallo lucido – un trattamento da ripetere almeno una volta all’anno secondo il mantenimento dell’opera. Al White Cube di Londra, la più grande tra le statue in bronzo tocca i 9 metri di altezza. La serie è dedicata alla madre, The Mother, il titolo – fa parte di questa serie una commissione per il suolo pubblico a Oslo, vicino al Museo Edvard Munch. La cui posa è prevista per il 2020 ma le trattative non sono ancora concluse.

Nonostante quanto ha patito, Tracey Emin vive relazioni eterosessuali nella norma clinica. Oggi è una delle artiste con patrimonio economico maggiore. Una vita relativamente dimessa, se paragonata a quella di Damien Hirst. Insegna disegno alla Royal Accademy of Arts. Vive tra Londra e la Provenza e torna di frequente a Margate nel Kent – la gente del luogo prova per lei adorazione.

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